Iniziative per il 1° Maggio

MONTE VIDON COMBATTE

L’Assessore Provinciale, Guglielmo Massucci (Federazione della Sinistra)
Il Sindaco, Luciano Evandri
Il Presidente della Pro Loco, Ivan Matè

invitano ed offrono a tutta la popolazione la tradizionale merenda presso gli “impianti sportivi” con inizio alle ore 17: 30.


PORTO SANT’ELPIDIO

PdCI e PRC saranno presenti con un banchino, per tutta la giornata, presso l’ex stadio Orfeo Serafini. Sarà disponibile del materiale della Federazione della Sinistra e sarà possibile firmare per il referendum sull’acqua pubblica.

Il 25 Aprile dei comunisti

25-aprile
Dal sito dell’ANPI della Provincia di Fermo,
segnaliamo queste importanti ricerche storiche sull’antifascismo nel Fermano:
Resistenza Fermana - Bande Decio Filipponi - Partigiani Fermani


"Vogliamo ricordare che per oltre vent'anni i comunisti combatterono il fascismo e lo combatterono per molto tempo da soli. Vogliano ricordare che i comunisti furono alla testa di quei grandi scioperi di Milano e di Torino del marzo 1943 che assestarono colpi decisivi al regime fascista. Vogliamo ricordare che all'8 settembre i comunisti, ovunque vi furono dei patrioti in lotta tanto a Roma, che a Torino ed a Milano, si trovarono alla loro lesta. Vogliamo ricordare che il Partito comunista italiano sin dal 9-10 settembre - com'è provato dai fatti e dai documenti - lanciò un appello agli italiani perché prendessero le armi e formassero i distaccamenti partigiani. Vogliamo non siano dimenticate quali sono state le condizioni effettive in cui si è sviluppata la Resistenza come fatto politico, militare e sociale, quali furono le forze motrici della Resistenza e quali invece le forze che, pur partecipando ai comitati di liberazione nazionale ed al Corpo dei volontari della libertà, fecero da remora e praticamente tentarono di limitare la guerra di liberazione, di impedire o fare fallire l'insurrezione nazionale...".
Pietro Secchia, I Comunisti e l'insurrezione (1943-1945), Edizioni di Cultura Sociale, 1954.

25 Aprile 2010: Ribelli a vita!

Iniziativa del Collettivo Antifascista Fermo

25aprile2010

L'incredibile menzogna di Katyn

Una riflessione di Fulvio Grimaldi, da http://fulviogrimaldi.blogspot.com/ di sabato 17 aprile.

Un La Russa come al solito inviperito e isterico se l’è presa ad Anno Zero con la vignetta di Staino che, a proposito dell’ecatombe dei dirigenti polacchi (pianta da un lacrimoso articolo del “manifesto”), il cui aereo era caduto nel viaggio per la commemorazione dei “martiri di Katyn”, fa dire al personaggio: “A qualcuno troppo, ad altri niente”, o qualcosa di simile. La vignetta è perfetta, ma non sfiora, come del resto tutta la stampa mondiale, il retroterra di un incidente che costituisce una vera e propria nemesi per la megatruffa dell’eccidio di Katyn. Anche qui, la dabbenaggine e il codismo della “sinistra” tutta, tra venduti, infiltrati e babbei, risulta esemplare. La tragedia che ha colpito un presidente cialtrone, Lech Kakzynski, oscurantista cattolico da far invidia al più ottenebrato ayatollah, macchietta con il gemello da Isola dei famosi, succubo con tutta la combriccola di vertice di ogni scelleratezza militare prima di Bush e poi di Obama, ha riscatenato il rullo compressore della diffamazione dei comunisti, interpretati come l’Urss di Stalin, che già aveva scaldato i motori con la campagna contro Cuba. E, anche qui la solita unanimità destra-sinistra, lucida nella prima, demenziale nella seconda. Tutti concordi e nessuno dissenziente sul fatto che a Katyn Stalin, nella primavera del 1940, avrebbe giustiziato 20mila prigionieri di guerra polacchi. Tutti concordi nell’ignorare il dato storico, che urla dalle pagine del processo di Norimberga, che quei polacchi furono uccisi dai tedeschi nell’autunno del 1941.

Non furono solo i referti autoptici delle salme e le condizioni ancora buone del loro vestiario, quando furono fatte le riesumazioni, a dimostrare che quei corpi non potevano essere stati seppelliti fin dalla primavera 1940. Né i soli documenti dell’inchiesta condotta da scienziati e accademici dai quali risultò che le truppe tedesche avevano fatto scavare le fosse per i polacchi a 500 prigioneri sovietici, poi fucilati. E che i polacchi erano stati uccisi con un colpo all’osso occipitale, metodo identico seguito dai tedeschi in tutte le analoghe esecuzioni nelle città russe occupate. E che decine di testimoni avevano visto i prigionieri polacchi molto dopo l’epoca in cui la versione nazista li voleva trucidati. C’è la prova inconfutabile presentata e accettata al processo di Norimberga!

Nel luglio del 1941 alcune zone della provincia di Smolensk, dove si trova Katyn, furono occupate dalle armate tedesche. I prigionieri polacchi di Stalin, ancora vivi e vegeti, caddero nelle mani della Wehrmacht. E furono giustiziati. E’ solo nel 1943 che, in gravi difficoltà sul terreno e per necessità propagandistiche, Berlino ascrive l’eccidio ai sovietici. Un membro della commissione che i tedeschi misero in piedi per documentare tale accusa, il bulgaro Marko Markov, a Norimberga rivelò la verità. E se non bastasse, il ministro della propaganda del Reich, Goebbels, aveva ammesso le responsabilità tedesche scrivendo nel suo diario: Sfortunatamente abbiamo dovuto abbandonare Katyn. I bolscevichi sicuramente scopriranno che noi abbiamo fucilato migliaia di ufficiali polacchi e questo sarà uno degli episodi che ci creerà non pochi problemi nel prossimo futuro. I sovietici sicuramente trarranno vantaggio dal fatto che scopriranno quante più fosse comuni possibili e ce ne riconosceranno la colpa. Krusciov, che pure a Stalin assegnò più crimini di Pietro il Grande, non si era spinto fino ad addossargli Katyn. Putin, in compenso, ha chiesto scusa ai polacchi. Avrà avuto le sue ragioni… (vedi in internet Katyn e “soviet action”).

Lettera - riflessione di Oliviero Diliberto

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Care compagne, cari compagni.

Ringrazio di cuore, con moltissimo affetto, tutti voi che in questo mese di malattia, dopo un incidente piuttosto serio, mi avete inviato auguri, solidarietà, vicinanza. Mi è servito per superare i primi momenti che sono stati difficili. Non sto ancora bene, ma conto di tornare pienamente in forma nel giro di 3 o 4 settimane.

Vorrei offrire a tutti i compagni e ai militanti una riflessione sulla fase e qualche idea sulla prospettiva. Anche perché la situazione non è semplice e richiede lucidità di analisi, grande determinazione e, soprattutto, la straordinaria passione politica dei comunisti.

Abbiamo alle spalle le elezioni regionali che, per ampiezza e numero di votanti, rappresentano un test per tutta la politica italiana. Il dato che emerge, al di là delle reticenze del Pd, è che la destra si consolida. E’ vero che ha perso voti in termini assoluti. Ma è successo a tutti, essendoci stato un ulteriore, drammatico astensionismo. Nelle più popolose regioni d’Italia – Lombardia e Campania – la destra si afferma in maniera molto netta. Lo fa anche nel Lazio, nonostante l'assenza del Pdl nella provincia più popolosa, quella di Roma. In Calabria il candidato della destra doppia quello del centro sinistra. In tutto il nord, tranne la Liguria, si conferma ed anzi aumenta l’affermazione della Lega, che ha in sé una pulsione eversiva tra le più pericolose nella storia della Repubblica: la regressione sul piano dei principi di eguaglianza, previsti dalla nostra Costituzione e dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.

Il consolidamento della destra fa sì che Berlusconi, insieme alla Lega e contro una parte della stessa destra, proponga riforme costituzionali che stravolgono complessivamente l’assetto uscito dall’Assemblea Costituente, con una progressiva non applicazione e fino allo stravolgimento sostanziale dei principi costituzionali. Fenomeno non nuovo. Da un lato è in corso da più di 15/20 anni, con negli ultimi tempi un’ulteriore e drammatica accentuazione; dall’altro c’è l’idea di riformare il sistema, dando veste costituzionale esplicita a quanto già sta concretamente avvenendo. E quel che sta avvenendo è che il parlamento è stato svuotato di ogni potere e chiamato alla semplice ratifica di ciò che viene deciso nel Consiglio dei ministri. Il più delle volte, peraltro, con il ricorso al voto di fiducia o attraverso decreti legge. Il semipresidenzialismo, con l’elezione diretta del presidente, darebbe un ulteriore, definitivo colpo a quella che per anni è stata chiamata “la centralità del parlamento”.

Queste riforme istituzionali sono, per le note vicende giudiziarie di Berlusconi, connesse all’assalto definitivo al terzo potere della Stato, cioè la magistratura. E l’anomalia italiana sta oggi nel rischio della fine della divisione dei poteri. Il potere legislativo, il parlamento, è asservito al potere esecutivo. Se lo stesso accadesse anche con il potere giudiziario, sarebbe la fine di ogni principio, non dico comunista, ma semplicemente liberale.

Ma nelle società occidentali avanzate vi è un altro potere che, dal celebre film di Orson Welles, viene chiamato il “quarto potere”, quello dell’informazione, oggi completamente in mano al premier. Sia per quanto riguarda l’informazione pubblica che quella privata.

Da questo punto di vista avanzo un’osservazione tutta politica. Nel resto d’Europa vincono le elezioni le forze di opposizione ai governi di destra. Con la crisi economica normalmente viene premiata la forza che sta all’opposizione (penso alle regionali francesi, dove i socialisti, in alleanza con le altre forze della sinistra, hanno vinto in tutte le regioni tranne in una). L’Italia è l’unico caso in cui vince chi sta al governo senza pagare il prezzo della crisi. Perché accade? La mia convinzione è che accade perché la crisi viene accuratamente nascosta in ogni programma d’informazione o di intrattenimento. La responsabilità, molto grande, è anche di chi, avendo governato a più riprese, non è stato in grado o in qualche caso non ha voluto fare una legge antitrust. Mi riferisco ovviamente al centro sinistra.

Di fronte a questo enorme pericolo, le forze d’opposizione presenti in parlamento sono del tutto inadeguate. Il Pd si dibatte in una crisi d’identità continua che lo paralizza, al punto da essere oggi impantanato in una folle discussione su accettare o meno il dialogo con Berlusconi. L'Idv, dal canto suo, non riesce ad andare oltre una - in fondo sterile ancorché giusta - non sufficiente polemica antiberlusconiana. Come se, eliminato Berlusconi, d'incanto si risolvessero tutti i problemi dell’Italia. Se questo è lo stato del paese, con una destra sempre più preoccupante e con posizioni che non esito a definire eversive, all’interno delle forze di opposizione anche lo stato della sinistra che non è in parlamento, e quindi noi, è molto serio.

La Federazione della Sinistra ha avuto alle regionali un risultato attorno al 3%. Un esito che ritengo non positivo. Alle europee, un anno fa, prendemmo il 3,4%. Abbiamo subìto una diminuzione sia in termini assoluti che percentuali. E’ un serio campanello d’allarme che non va sottovaluto né taciuto né nascosto sotto il tappeto.

Oscurati completamente dalle tv e dai giornali, i comunisti e la sinistra scontano il fatto di essere completamente invisibili. E’ un’invisibilità che attiene ad un problema di democrazia, perché sono resi invisibili non tanto i dirigenti, ma i milioni di italiani che hanno votato per le forze della sinistra. E’ un vulnus, una ferita molto seria di cui il Pd non si rende conto e, per certi versi, ne è apertamente responsabile. Questo ha portato ad una percezione di non esistenza della sinistra. E se il dato del 3% non è positivo, è tuttavia un segno di esistenza politica che può essere il presupposto per provare a ricostruire. Voglio dire che, a fronte dell’invisibilità assoluta, è un risultato che possiamo definire, senza nessun eufemismo, accettabile. Dobbiamo tuttavia ricavarne alcune considerazioni di carattere generale.

Avverto l’esigenza - l’ho detto in tanti momenti pubblici e meno pubblici - che i comunisti, e più in generale la sinistra di classe, si manifestino con un profilo programmatico e di contenuto che oggi non hanno. Non casualmente abbiamo creato nel dicembre scorso, assieme ad altre forze politiche, intellettuali, personalità importanti del mondo della cultura, un’associazione che si chiama Marx XXI. Nei nostri intendimenti deve servire - senza steccati, senza alcuna visione di nicchia partitica - alla costruzione di un progetto ambizioso: elaborare idee nuove, inevitabilmente nuove, che guardino al futuro e che propongano alle grandi masse soluzioni - non soltanto denuncie - dei problemi che affliggono il paese. Faccio un esempio immediato. Si parla di riforme istituzionali. Credo sia dovere dei comunisti cimentarsi con un profilo autonomo, intellettualmente e politicamente, e offrire un contributo, anche se dall’esterno del Parlamento, con le risorse intellettuali – e vorrei dire anche morali – che abbiamo. Ad iniziare da un grande tema di cui nessuno parla più: l’intreccio tra questioni sociali e questioni istituzionali, presupposto fondativo della Costituzione. Mi riferisco, in particolare, al principio di eguaglianza, sostanziale e non formale, previsto nell’articolo 3 e al tema, oggi negletto, della forma dello Stato, dei suoi organi. Per i costituenti la centralità del Parlamento non era separata dalla prima parte relativa ai diritti e ai principi fondamentali. Essa era lo strumento ritenuto più idoneo per attuare la prima parte della Costituzione. Il Parlamento era il luogo non solo della mediazione, ma anche del conflitto tra tutte le diverse istanze della società, politiche, sociali, ideologiche, religiose, etniche…

C’è da fare una grande battaglia per un parlamento che sia eletto diversamente, e cioè sulla base del sistema proporzionale puro, il solo a garantire un parlamento davvero rappresentativo anche del conflitto che c’è nella società. Un parlamento realmente rappresentativo della società e di tutte le sue articolazioni di classe è anche, a mio modo di vedere, un formidabile antidoto contro alcuni fenomeni assolutamente deteriori ai quali stiamo assistendo. Penso al dilagare dell’antipolitica, ai partiti espressione di una sola persona e del suo presunto carisma (anche a sinistra), al populismo che dilaga e mina alla radice le ragioni stesse della sinistra di massa. Questo presuppone una ripresa della riflessione teorica.

Penso poi ad altri grandi temi relativi alla questione sociale e intrecciati alla questione istituzionale: alla revisione del welfare da sinistra in una società profondamente mutata; alle forme dell’organizzazione della politica con la novità epocale rappresentata dai nuovi mezzi dì informazione, dal web, dalla rete, che hanno annullato la fisicità, il tempo, lo spazio, cioè le vecchie categorie aristoteliche. Occorre che i comunisti siano all’avanguardia e non nella retroguardia a difesa di identità e valori del passato. Valori sacrosanti, perché senza radici non c’è futuro, ma essi vanno difesi guardando avanti.

Se il primo tema è, quindi, squisitamente contenutistico, il secondo è “come siamo”. Le elezioni regionali ci consegnano alcune questioni. Ad esempio come i comunisti e la sinistra stanno dentro uno schema, tutto politico, di alleanze.

Vedo dei cerchi concentrici, ovviamente comunicanti tra loro, ma separati e ben distinti uno dall’altro.

Il cerchio più largo è quello della difesa della democrazia. Se è vera l’analisi, pur sommaria e me ne scuso, che ho fatto all’inizio, siamo di fronte ad un’aggressione molto seria al sistema democratico, la più grave dall’inizio della storia repubblicana. E allora credo che sia dovere dei comunisti e della sinistra di classe contribuire ad uno schieramento, il più largo possibile, di coloro che credono nella Costituzione, credono nella legalità, credono nei principi fondativi della democrazia. Centrosinistra allargato? Non lo so, saranno le concrete dinamiche della politica a determinare quanto largo sarà questo fronte. Ma più largo sarà, più efficacemente potrà provare a sconfiggere una destra così aggressiva, così forte, così pervasiva nella società, anche a livello di massa. Noi comunisti non possiamo sottrarci ad uno schieramento di questo genere. Sono proprio le elezioni regionali a consegnarci questo problema. In Lombardia, dove ci hanno cacciato scioccamente e, per certi versi, in modo delinquenziale, e in Campania, dove abbiamo scelto di non partecipare all’alleanza, abbiamo ottenuto i risultati in assoluto più deludenti. Da non ripetere. In uno schema bipolare, che non ci piace ma esiste: stare fuori dalla coalizione non paga. Eppure, nelle Marche, dove siamo stati esclusi perché il Pd ha preferito l’Udc che, per una pregiudiziale ideologica, non voleva i comunisti in coalizione, il risultato è stato buono. Perché? Perché siamo riusciti a coinvolgere Sinistra e Libertà nell’operazione di un polo alternativo, costruendo un’alleanza grande e credibile di tutta la sinistra.

All’interno del cerchio più largo, c’è il tema della sinistra. Noi dobbiamo consolidare la Federazione della Sinistra. La linea dei Comunisti Italiani è nota. Avremmo voluto, vogliamo, continueremo a volere l’unificazione tra i due partiti comunisti, il Pdci e il Prc. Ma la riunificazione, che a me sembra un fatto rilevante e, vorrei aggiungere, persino di buon senso, si può fare se le due forze sono d’accordo. Sino ad oggi Rifondazione è stata contraria. La Federazione è al momento il livello possibile di unità. Va consolidata. Senza forzature, tenendo conto dei problemi dei territori, ma anche senza tentennamenti, perché l’autosufficienza – vale per noi ed anche per Rifondazione, che ha subito il tracollo più devastante dal 2006 ad oggi – è semplicemente una sciocchezza. So bene quante difficoltà e problemi e diffidenze vi siano in alcune regioni e provincie nel processo federativo. E anche in queste elezioni regionali ne abbiamo registrate non poche. Occorre grande senso di responsabilità, il che non significa che debba essere il Pdci a esercitare la responsabilità più grande. La linea non può e non deve essere altro da quella di un reciproco equilibrio e pari dignità.

Se fossimo andati ognuno per conto proprio non saremmo stati in grado di eleggere consiglieri regionali. Quest’inedito tentativo di alleanza politica organica, mantenendo ciascuno la propria diversità, è il livello possibile e quindi quello su cui investire.

A partire dalla Federazione e dal simbolo della falce e martello che la contraddistingue, credo che si possa ragionare anche su possibili allargamenti del sistema di alleanze a sinistra. Da questo punto di vista non posso che registrare positivamente il dato della Toscana, al momento il più importante, un esisto addirittura migliore di quello europeo, dove la Federazione s’è alleata con i Verdi. Allo stesso modo è encomiabile il risultato pugliese. In condizioni difficilissime, essendo la regione di Vendola, senza la soglia di sbarramento, sempre assieme ai Verdi, avremmo eletto due consiglieri. Provare a riconnettere un bacino elettorale a sinistra del Pd che, potenzialmente, è attorno al 6/7%, non è impossibile, pur mantenendo ciascuno, com’è ovvio, la propria identità e la propria autonomia: politiche, culturali, ideologiche ed organizzative.

Questo ci conduce al terzo cerchio che, all’interno della sinistra e della dinamica del centrosinistra, è rappresentato dai comunisti. Per una somma di circostanze e dopo non poche sconfitte, propongo la seguente riflessione.

La questione comunista va tenuta aperta, rilanciata, le va dato un senso nel terzo millennio. E questo è compito dei comunisti italiani, non di altri. Vedo nel nostro partito e nel suo rilancio il baluardo ultimo. E non perché non ci siano tante e tanti comunisti. Ci sono dentro Rifondazione e sparsi nella società. Ma il nostro partito è l’unica forza politica organizzata, radicata nei territori, presente a rete in tutte le provincie e nelle grandi città, che ha posto al centro della sua prospettiva l’unità dei comunisti.

Il nostro partito deve essere a disposizione dell’ambizioso progetto della ricomposizione dei comunisti. Il che significa, molto banalmente ma vale la pena ripeterlo, avere chiaro che oggi, in una fase assolutamente difensiva, si deve fare politica guardando avanti. Siamo l’unica forza che continua a ritenere che si debba operare per il superamento del capitalismo. Non bastano aggiustamenti, pur necessari, ma un radicale sovvertimento dei rapporti di classe. Per questo ci chiamiamo comunisti. E’ la grande differenza con chi è di sinistra ma non comunista. Da questo punto di vista l’unica speranza è il Pdci. Nella prospettiva italiana e nella logica europea, dove i partiti comunisti francese, portoghese, greco e cipriota sono andati assai bene alle elezioni, questo ha un senso forte. Mentre un’aggregazione come la Linke tedesca è irripetibile fuori dalla Germania. Perché la Linke non nasce dalla riunificazione di due partiti, ma dalla riunificazione di due Stati, la Germania est e la Germania ovest. A differenza di Rifondazione, noi guardiamo e abbiamo rapporti intensi con grandi paesi governati da partiti comunisti. Nelle forme che si sono di volta in volta determinate nel mondo, dall’Asia all’America Latina al Sudafrica, sono oggi trionfanti. In questa prospettiva – per l’ Italia e come referenti in Italia di un movimento internazionalista – la questione comunista va rilanciata, offrendo un riferimento a tutti quelli che sono comunisti.

Occorre allora che il nostro partito moltiplichi gli sforzi, il tesseramento, il radicamento nei territori, anche laddove oggi è più difficile di ieri. Dove non abbiamo eletto abbiamo poche risorse. E dopo la fine del finanziamento pubblico e la scomparsa dei gruppi parlamentari con i relativi, cospicui versamenti, anche le finanze del partito sono in seria difficoltà. Le misure dolorosissime che abbiamo dovuto adottare (la sospensione della pubblicazione di Rinascita, il ricorso alla cassa integrazione per alcuni nostri funzionari) vanno nella direzione di un partito che vuole tenacemente resistere nonostante le difficoltà economiche. Non ci piegheranno con il ricatto delle risorse!

Pertanto, chiedo alle compagne e ai compagni uno sforzo straordinario, un’abnegazione anche maggiore che nel passato, il superamento di eventuali delusioni personali, pur comprensibili, per la mancata elezione. Abbiamo il dovere di tenere quanto più possibile caro, prezioso, il nostro partito. Al servizio di un progetto che è quello della trasformazione generale. E’ un compito strategico, assieme all’unità della sinistra e a un’unità più ampia di tutte le forze democratiche, mantenendo irriducibile la nostra diversità. E’ una diversità che va conservata gelosamente affinché la si possa consegnare un domani alle future generazioni.

Oliviero Diliberto, 16 aprile 2010

Non perdere più tempo: i comunisti e la sinistra

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Senza retorica, senza fronzoli, la sintesi del dibattito della Direzione nazionale del PdCI.

Abbiamo perduto, in maniera netta.
Bassa affluenza al voto che ha colpito anche la sinistra, da SEL alla Federazione della Sinistra (PdCI-PRC).
Dopo due anni di scandali, di inchieste giudiziarie, l'ombra della mafia sul governo e soprattutto unaterribile crisi economica che ha bruciato centinaia di migliaia di posti di lavoro, la destra è stabilmente al governo, anzi si consolida. Esiste un poderoso blocco sociale, segnato da una profonda cultura reazionaria, che vota a destra a prescindere da candidati, idee e programmi. Sistema economico-imprenditoriale, finanza, gerarchie ecclesiastiche, piccola, media borghesia, ceti produttivi, sono i segmenti di questo blocco sociale.
Il controllo pressoché totale dell'informazione rappresenta infine l'ultimo tratto che induce a scorgere una forte analogia con il regime fascista definito da Palmiro Togliatti un regime reazionario di massa: la torsione autoritaria che ha subito il modello istituzionale italiano e sociale è stata accompagnata e ancora sostenuta da un consenso larghissimo anche tra gli strati popolari.
La Federazione della Sinistra ha perduto 300.000 VOTI, così come SEL. La Federazione della Sinistra ha mancato un appuntamento essenziale perché ancora imbrigliata dalle dinamiche interne che hanno impedito che si potesse dispiegare a sinistra un progetto politico che compensasse la deriva moderata del PD e aprisse una nuova prospettiva di ricostruzione della sinistra. Adesso abbiamo lasciato anche l'ultima spiaggia e il mare è in burrasca e il tempo a disposizione è quasi finito, bruciato e non può attendere 8 mesi per svolgere un congresso costitutivo. Perciò la delegazione del PdCI ribadirà (domani) al Consiglio politico della Federazione della Sinistra la necessità della costituzione di un solo partito comunista (grottesca, oggi ancor più di ieri l'esistenza di due piccoli partiti comunisti): non ce ne vogliono due o tre o quattro, ma uno solo e più solido. Il PdCI è pronto, ma PRC? Nell'attesa della eventuale maturazione dentro il gruppo dirigente del Prc di questa proposta, diventa essenziale accelerare sulla strutturazione della Federazione da compiersi entro l'estate (luglio), per avviare quindi una stagione di lotte con le altre forze di sinistra e progressiste.
Nel frattempo chiudere le stanze di partito e andare (per restarci) in strada, in piazza, nei luoghi di lavoro, della formazione, nei mercati per sostenere la più grande e decisiva stagione di lotta referenderaia su Acqua, Nucleare e legge 30.

NB. A scanso dei soliti equivoci e per evitare le solite fastidiose litanie, preciso che:
1) il PdCI NON SI SCIOGLIE (salvo l'accettazione da parte di PRC della proposta di riunificazione dei due partiti);
2) il PdCI RINNOVERA' I SUOI GRUPPI DIRIGENTI;
3) il PdCI HA UN SEGRETARIO CHE SI CHIAMA OLIVIERO DILIBERTO, CHE SUPERATO L'INCIDENTE, TRA QUALCHE SETTIMANA TORNERA' IN CAMPO A GUIDARE IL PARTITO E IL PROCESSO DI RICOSTRUZIONE DELLA SINISTRA CON PIU' DETERMINAZIONE DI PRIMA.

Orazio Licandro, Segreteria Nazionale del PdCI
4 aprile 2010, dal sito de l’ernesto.

Interlenghi a proposito dell'Appello per l'UD per le Marche

All’Appello per l’Unione Democratica per le Marche ha risposto Renzo Interlenghi, Segretario della federazione di Fermo del PdCI:

Come Segretario Provinciale dei Comunisti Italiani di Fermo (oramai quasi al termine della propria esperienza), mi sento chiamato in causa e mi si chiede di sottoscrivere un “Appello urgente per l'Unione Democratica per le Marche". Io credo che la mia firma sia stata posta nel momento in cui, appoggiando il programma e la candidatura di Massimo come Presidente di questa Regione, insieme a tutte le compagne ed ai compagni della nostra Provincia, ci siamo battuti in mezzo ad una autentica jungla elettorale per far sì che restasse accesa la fiamma della passione comunista e di sinistra in una Regione che ha virato verso politiche di centro destra. Ci siamo battuti per riaffermare quelle cose per le quali, oggi, mi si chiede un ulteriore atto di fedeltà; si chiede una ritualità ed una sacralità che, come rappresentante di un partito, uno di quelli così tanto denigrati, ingnorati, a volte derisi, laico nel pensiero e nel dogma, faccio fatica a seguire. Liberamente, non mi sento di appartenere ad una grande, o piccola, chiesa che nella liturgia ritrova il senso delle proprie azioni. Non credo nelle azioni urgenti, niente è più urgente della comprensione di essere tutti utili e nessuno indispensabile; sono utili i consiglieri regionali eletti, ma non sono indispensabili, altrimenti avremmo adottato altre scelte straetgiche (magari l'accordo con questo Centro Sinistra annacquato); sono utili le idee di chiunque abbia voglia di appassionarsi alla politica ma, la storia ci insegna, non sono indispensabili perché, per fortuna, non siamo soli e, come durante il fascismo sembrava che i comunisti fossero scomparsi, essi sono ritornati fuori, rialzando la testa. Non occorre la mia firma su questo appello, perché essa è già stata impressa nel riporre fiducia nelle idee prima, e negli uomini poi, anche in quegli uomini che, guardate, non seggono in Consiglio Regionale in maniera illegittima. Sono compagni che, al pari di tutti noi, hanno lottato per strappare un voto in più alla nostra coalizione e che, in base ad una legge elettorale (che non è ingiusta perché alla fine premia Tizio anziché Caio ma perché esclude chi virtualmente dovrebbe rappresentare tutti) approvata anche dai nostri partiti, all'epoca, voleva stroncare le gambe alle minoranze in generale. Siamo, quindi, vittime dei nostri stessi errori. Da nessuno, però, ho sentito una parola di incoraggiamento e di congratulazione per questi compagni eletti (come se fossero degli usurpatori), forse la meriterebbero, anche per farli sentire parte di questi progetti innovatori e democratici.
Renzo Interlenghi

Contro il revisionismo

Dall'introduzione di A. Bernardini al volume "Contro il revisionismo" di Kurt Gossweiler, Zambon editore, 2009.

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"E' possibile essere contrari al Comunismo senza ignorare le caratteristiche di uno Stato che fu pur sempre, nonostante i suoi molti vizi, una grande opera del XX secolo?" Una domanda retorica sull'Unione Sovietica, la cui sostanza non ci proviene oggi da rivoluzionari e comunisti - sedicenti, per vero, i più, ed annebbiati -, ma risulta formulata da un conservatore confesso quale Sergio Romano [...]
Un riconoscimento come questo, proprio raro, e che a comunisti autentici potrebbe apparire parziale, non viene raccolto come pur ci si aspetterebbe. E ciò pone di fronte ad una gravosa constatazione: da decenni viviamo sotto la cappa di una menzogna totale, di un rovesciamento della storia e della sua rappresentazione e percezione per quel che riguarda l'esperienza del "socialismo reale". Lo confermano reticenze e silenzi al cospetto di affermazioni e atteggiamenti di larghi strati delle popolazioni dei paesi che il capitalismo, con la sua esiziale "vittoria", avrebbe "liberato" dalla "dittatura comunista", dal "totalitarismo" (per sostituirvi la dittatura e il totalitarismo del mercato, cioè dei capitalisti): affermazioni e atteggiamenti in buona parte positivi e di rimpianto del passato (soprattutto in Russia e nella ex Repubblica democratica tedesca). Lo rende evidente una situazione mondiale e dei popoli e dei lavoratori quanto mai deteriorata, dopo gli eventi del 1989-1991, e destituita della prospettiva di esiti positivi (per la generalità degli esseri umani, e vi torneremo). A dispetto di tutto, veniamo pur sempre investiti nei nostri ambienti, e penso specificamente all'Italia, in primo luogo per i transfughi del comunismo, da una pervicace e ormai dogmatica pronuncia di condanna e demolizione del "socialismo reale". Di criminalizzazione, addirittura, soprattutto per la fase della vittoriosa edificazione sociale rivoluzionaria, quella di Stalin: certo con il suo non occultato carico di tragedia, va pur detto, ma la tragedia particolarmente affilata e carica di contraddizioni, propria di ogni impresa storica che seppellisce un passato restio a dileguare e addita una speranza e una meta contro cui quel passato si divincola con viloenza. Il tutto, in questa ostinata ricusazione, con autodispensa da dubbi e ripensamenti, al di fuori di ogni contestualizzazione storica e politica e tanto meno delle necessarie periodizzazioni, al di fuori persino di una conoscenza reale e approfondita e men che meno vissuta delle società socialiste. Quasi sempre con ignoranza, anche voluta e coltivata, delle vicende concrete, delle trasformazioni sociali, delle lotte politiche e ideologiche in quei paesi, del freno all'imperialismo e del contributo per la pace, dell'impulso rivoluzionario dato ad altre situazioni sul pianeta, alle stesse battaglie di riforme nell'Occidente capitalistico [...] Un'ignoranza coltivata, perché in blocco disdegnosa delle posizioni vere e dei comportamenti e decisioni, nonché dei problemi effettivi dei partiti e dirigenti comunisti al potere. Tutto spregiato aprioristicamente, con l'accettazione, desunta in buona sostanza dall'ideologia borghese e capitalistica ritenuta definiticamente vincente, dell'artefatta "categoria" del "totalitarismo" (dittatura ecc.), oltre che dei "valori" di un individualismo a volte deprecato a parole, ma profondamente introiettato: sino alla scientificamente e politicamente (nonché eticamente) blasfema assimilazione tra nazifascismo e comunismo (per il "socialismo realizzato") o, per semplificare, tra Hitler e Stalin. Nell'adesione conclusiva alla tesi dell'ideologia dominate [...] non vi è nessuna cura per un esame oggettivo e il riconoscimento di quel che è stato sconfitto concretamente, il "revisionismo moderno", il revisionismo al potere nei paesi socialisti con Tito e Chruscev e alla direzione in altri partiti [....]
Ci si trova di fronte ad un atteggiamento puramente demolitorio, di politici, intellettuali, partiti, movimenti, che ormai configura l'esito di un lungo percorso di ripudi e dinieghi nel movimento comunista internazionale. Un atteggiamento che anzitutto non regge di fronte a critica seria e documentata e si rivela frutto di codardia intellettuale ed opportunismo [...] Un atteggiamento che sta alla fonte della disfatta, della distruzione di partiti che, sulla base di quella tabula rasa, su cui si imbandiscono pregiudizi, subalternità intellettuale, gretta ignoranza, suprema arroganza, hanno avanzato la pretesa di "uscire dal '900" e di "rifondare" il comunismo, lo hanno invece per la parte loro riaffondato e sono retrocessi, al meglio, nel socialismo utopistico e nella politica della discettazine sterile e della chiacchera vuota [...]