Sul processo di fusione dei Comunisti nel Fermano
22/08/09 13:36 Incluso in:contributi
di Giorgio Raccichini
Nei mesi che hanno seguito le elezioni provinciali, in cui si è vista una proficua collaborazione tra PRC e PdCI, si sono potuti constatare vari elementi negativi che hanno remato decisamente contro l’unità d’azione dei Comunisti fermani e, in prospettiva, di una loro fusione, nel senso della creazione di un organismo unitario compatto nel segno del centralismo democratico. Difesa accanita di poltrone, volontà carrieristica, disinteresse se non boicottaggio di iniziative, disfattismo, settarismo, un odioso parlarsi contro (in parte dovuto a mai sopiti rancori generatisi nel recente passato) sono tutti elementi che, di fatto, hanno bloccato un’unità di azione di importanza vitale per i comunisti del nostro territorio e senza la quale non è pensabile che possa sorgere un partito comunista unico degno di tal nome.
Sia a livello nazionale che a livello locale, per poter affrontare con una razionale positività e con forza morale e intellettuale le mille sfide che attendono noi comunisti nel contesto generato dalla crisi economica globale, dall’attacco sempre più violento della borghesia italiana e internazionale ai diritti delle masse popolari e lavoratrici e dal progressivo acuirsi della sfida interimperialistica per lo sfruttamento del pianeta, vi è bisogno che i comunisti tornino a formare un soggetto partitico unico, autenticamente rivoluzionario e che tragga linfa vitale dagli insegnamenti che può fornire l’esperienza comunista novecentesca. Il comunismo è infatti un sistema vitale di prassi e pensiero, in cui il passato e il presente vanno continuamente interrelati per poter seguire la migliore via che porta alla costruzione di una società socialista. Noi comunisti dobbiamo tenere sempre ben presente nelle nostre teste che la lotta per le rivendicazioni parziali e immediate, che si conducono perché le classi lavoratrici ottengano miglioramenti nell’ambito della società capitalista, non vanno scisse dalla lotta più generale che conduciamo per l’abbattimento del capitalismo e l’instaurazione di una società socialista, prodromo dell’affermazione del comunismo. Ma per far ciò bisogna studiare, occorre armarsi di un patrimonio teorico e di esperienze che rappresenta l’unico bene prezioso che noi comunisti abbiamo, oltre una volontà ferrea che crede senza esitazioni che la società può essere realmente trasformata.
Vorrei qui sotto riportare alcuni passi di un discorso del compagno Thorez che, seppur pronunciato in un contesto diverso (siamo nel 1932, nella fase di affermazione del partito nazista tedesco e di avanzamento della minaccia delle organizzazioni fasciste in Francia), trovo particolarmente interessante alla luce del tentativo odierno di creare in Italia un’unità di azione tra le forze di sinistra anticapitaliste, all’interno della quale il Partito Comunista non si deve confondere con gli altri soggetti partitici e movimenti, ma deve rafforzare la propria identità ideologica e la propria azione politica, in modo che possa diventare la guida sicura di tutta la coalizione anticapitalista.
L’azione politica di Thorez e dei compagni del Partito comunista francese rivestì allora un’importanza storica nell’opera di rettificazione di alcuni errori che si erano manifestati nel seno dell’Internazionale Comunista in merito all’approccio da tenere nei confronti delle masse socialdemocratiche. In sostanza, i francesi avviarono la fase dell’abbandono della teoria del “socialfascismo” e dell’adozione dei “fronti unici” con le masse socialdemocratiche, che guidarono in tutta Europa la lotta vittoriosa contro la barbarie fascista foraggiata dalla borghesia più reazionaria.
Ecco alcuni passi interessanti di questo discorso:
“Fedeli al pensiero di Lenin, noi non ci acquieteremo finché non avremo assicurato l’unità del proletariato [….] Noi utilizzeremo ogni possibilità, manifestazione, sciopero, protesta allo scopo di perseguire il nostro compito di unificazione, il nostro bisogno di unione per la lotta comune dei lavoratori di ogni tendenza e di ogni organizzazione […] Una classe operaia unita contro la borghesia, un solo sindacato, un solo partito del proletariato […] Noi abbiamo stimato utile convocare a Parigi e proporre la tenuta in tutto il Paese di grandi assemblee aperte a tutti i proletari, allo scopo di esporvi il nostro punto di vista su questo problema di una attualità così bruciante: l’unità della classe operaia. Noi abbiamo invitato esplicitamente il partito socialista e il partito di unità proletaria (anche se formato da transfughi dal partito comunista) a delegare dei loro rappresentanti a queste assemblee pubbliche. Alle nostre proposte si sono opposti pretesti, si sono persino formulate delle esigenze. Noi abbiamo consentito alle condizioni di organizzazione comune.
Non ci siamo sorpresi quando ci si è chiesto di precisare gli elementi dottrinari di una futura unità.
Noi comunisti consideriamo che i principi che condizionano l’esistenza stessa del partito del proletariato sono stati nettamente formulati da noi nella dichiarazione di adesione alla Terza Internazionale, cioè: 1) pratica intransigente della lotta di classe nei fatti e non nelle parole, perché un partito si giudica dagli atti e non dalle parole. 2) Preparazione, organizzazione delle masse alle lotte per l’instaurazione e l’esercizio della dittatura del proletariato. 3) Azione internazionale conseguente e condanna irrevocabile della “difesa nazionale” e del colonialismo.
E’ sempre superfluo ricordare che la semplice enunciazione di questi principi costituiva la più implacabile requisitoria contro gli stati maggiori socialisti e contro la Seconda Internazionale, il cui atteggiamento durante la grande guerra non comporta altra definizione che quella di tradimento […] Bisogna comprendere che ricordare tutto questo non è una polemica meschina né una spregevole ripetizione di ingiurie personali. Si tratta di un grande dramma storico di milioni di proletari organizzati che hanno visto crollare al momento della guerra le loro organizzazioni […]
Noi vogliamo l’unità del proletariato, noi vogliamo questa unità con passione, ma una tale unità significa la rottura totale e appassionata con la borghesia. Possiamo noi contare su questa rottura, possiamo attenderla da parte dei dirigenti socialisti e pupisti? Vediamo quello che sta accadendo dal mese di maggio di quest’anno in Francia. Che cosa volevano in maggio i proletari di Francia, i piccoli contadini che, ancora indifferenti all’appello del nostro partito, votavano “a sinistra” per il partito radicale e per il partito socialista? Volevano forse lo sviluppo della politica imperialistica sotto la direzione del governo Herriot Volevano l’attacco contro il trattamento economico dei funzionari? Volevano l’aumento delle imposte? Tutta questa gente ha eletto la maggioranza di sinistra che ha portato il governo di sinistra al potere. Voi sentite bene che in questo Paese, nel mese di maggio, si è proceduto a una formidabile sopraffazione della volontà popolare, espressa dal preteso suffragio universale.
Rompere con la borghesia vuol dire non sostenere tutta questa politica del governo Paul Boncourt e, al contrario, combatterla. Ora, compagni, bisogna constatare che con una serie di voti successivi, il partito socialista non ha cessato di manifestare la sua fiducia e di dare il suo più completo appoggio alla borghesia.
Noi siamo decisi, risolutamente decisi a non lasciare mettere in discussione in nessun momento l’indipendenza del nostro partito comunista, noi vogliamo uniformare la nostra politica al precetto contenuto nel Manifesto comunista, il quale dice che i comunisti non hanno affatto interessi che li separino dall’insieme del proletariato. Con Marx noi diciamo: Io sono comunista e nulla di quanto è proletario mi è indifferente. E’ per questo che noi ci preoccupiamo del più piccolo bisogno dei lavoratori. Dobbiamo allora chiedere, come fanno alcuni, all’operaio che soffre e lotta: sei tu comunista, sei tu socialista, sei tu confederato o unitario, o disorganizzato?
Così fanno alcuni militanti che cominciano a chiedere ai proletari: hai tu la mia stessa tessera? Appartieni alla mia stessa organizzazione? La pensi come me?
I comunisti dicono: tutti i proletari sono nostri, tutti sono colpiti, tutti devono e vogliono lottare. Per questo noi andiamo fraternamente, con la mano tesa agli operai socialisti, agli operai confederati e diciamo loro: noi comunisti siamo pronti a organizzare insieme, con voi, la nostra lotta comune contro il nemico comune.
Noi aiuteremo, sosterremo un tale movimento di unità d’azione, perché si estenda, guadagni in profondità, organizzi attorno ai comitati eletti alla base, nelle fabbriche, e ottenga sotto il controllo delle masse la sua piena realizzazione, la sua piena efficacia”.
In un altro discorso del’34 Thorez afferma che contro le minacce fasciste del capitale reazionario in Francia bisogna “realizzare ad ogni costo l’unità di azione per dissipare ogni equivoco e arrivare all’unità più salda e sincera […] Noi vogliamo ad ogni costo realizzare l’unità di azione con gli operai socialisti, contro il fascismo. Noi vogliamo ad ogni costo arrivare all’unità sindacale in una sola CGT, realizzando l’unità del proletariato, organizzando il fronte unico di lotta, lavorando per la CGT unica a fianco dei proletari che sono contro il fascismo i combattenti più esperti, più ardenti, più combattivi e di cui una parte si batte già sotto la bandiera dei Soviet. Noi vogliamo trascinare le classi medie, strappandole alla demagogia del fascismo. Noi vogliamo impedire che gli impiegati delle grandi città, che i funzionari, che i ceti medi – piccoli commercianti, artigiani -, che le masse dei contadini lavoratori siano guadagnati dal fascismo. Al contrario, noi vogliamo guadagnare queste masse contro il fascismo e andare verso il nostro scopo, verso i Soviet in Francia. Come possiamo guadagnare gli elementi della piccola e media borghesia urbana e rurale? In primo luogo, preoccupandoci della maggior parte delle loro rivendicazioni, non credendo che tutte le loro rivendicazioni siano ostili agli interessi della classe operaia. Anzi, noi stessi dobbiamo prendere in mano la difesa di ogni rivendicazione delle classi medie che non si oppone agli interessi del proletariato”.

Sia a livello nazionale che a livello locale, per poter affrontare con una razionale positività e con forza morale e intellettuale le mille sfide che attendono noi comunisti nel contesto generato dalla crisi economica globale, dall’attacco sempre più violento della borghesia italiana e internazionale ai diritti delle masse popolari e lavoratrici e dal progressivo acuirsi della sfida interimperialistica per lo sfruttamento del pianeta, vi è bisogno che i comunisti tornino a formare un soggetto partitico unico, autenticamente rivoluzionario e che tragga linfa vitale dagli insegnamenti che può fornire l’esperienza comunista novecentesca. Il comunismo è infatti un sistema vitale di prassi e pensiero, in cui il passato e il presente vanno continuamente interrelati per poter seguire la migliore via che porta alla costruzione di una società socialista. Noi comunisti dobbiamo tenere sempre ben presente nelle nostre teste che la lotta per le rivendicazioni parziali e immediate, che si conducono perché le classi lavoratrici ottengano miglioramenti nell’ambito della società capitalista, non vanno scisse dalla lotta più generale che conduciamo per l’abbattimento del capitalismo e l’instaurazione di una società socialista, prodromo dell’affermazione del comunismo. Ma per far ciò bisogna studiare, occorre armarsi di un patrimonio teorico e di esperienze che rappresenta l’unico bene prezioso che noi comunisti abbiamo, oltre una volontà ferrea che crede senza esitazioni che la società può essere realmente trasformata.
Vorrei qui sotto riportare alcuni passi di un discorso del compagno Thorez che, seppur pronunciato in un contesto diverso (siamo nel 1932, nella fase di affermazione del partito nazista tedesco e di avanzamento della minaccia delle organizzazioni fasciste in Francia), trovo particolarmente interessante alla luce del tentativo odierno di creare in Italia un’unità di azione tra le forze di sinistra anticapitaliste, all’interno della quale il Partito Comunista non si deve confondere con gli altri soggetti partitici e movimenti, ma deve rafforzare la propria identità ideologica e la propria azione politica, in modo che possa diventare la guida sicura di tutta la coalizione anticapitalista.
L’azione politica di Thorez e dei compagni del Partito comunista francese rivestì allora un’importanza storica nell’opera di rettificazione di alcuni errori che si erano manifestati nel seno dell’Internazionale Comunista in merito all’approccio da tenere nei confronti delle masse socialdemocratiche. In sostanza, i francesi avviarono la fase dell’abbandono della teoria del “socialfascismo” e dell’adozione dei “fronti unici” con le masse socialdemocratiche, che guidarono in tutta Europa la lotta vittoriosa contro la barbarie fascista foraggiata dalla borghesia più reazionaria.
Ecco alcuni passi interessanti di questo discorso:
“Fedeli al pensiero di Lenin, noi non ci acquieteremo finché non avremo assicurato l’unità del proletariato [….] Noi utilizzeremo ogni possibilità, manifestazione, sciopero, protesta allo scopo di perseguire il nostro compito di unificazione, il nostro bisogno di unione per la lotta comune dei lavoratori di ogni tendenza e di ogni organizzazione […] Una classe operaia unita contro la borghesia, un solo sindacato, un solo partito del proletariato […] Noi abbiamo stimato utile convocare a Parigi e proporre la tenuta in tutto il Paese di grandi assemblee aperte a tutti i proletari, allo scopo di esporvi il nostro punto di vista su questo problema di una attualità così bruciante: l’unità della classe operaia. Noi abbiamo invitato esplicitamente il partito socialista e il partito di unità proletaria (anche se formato da transfughi dal partito comunista) a delegare dei loro rappresentanti a queste assemblee pubbliche. Alle nostre proposte si sono opposti pretesti, si sono persino formulate delle esigenze. Noi abbiamo consentito alle condizioni di organizzazione comune.
Non ci siamo sorpresi quando ci si è chiesto di precisare gli elementi dottrinari di una futura unità.
Noi comunisti consideriamo che i principi che condizionano l’esistenza stessa del partito del proletariato sono stati nettamente formulati da noi nella dichiarazione di adesione alla Terza Internazionale, cioè: 1) pratica intransigente della lotta di classe nei fatti e non nelle parole, perché un partito si giudica dagli atti e non dalle parole. 2) Preparazione, organizzazione delle masse alle lotte per l’instaurazione e l’esercizio della dittatura del proletariato. 3) Azione internazionale conseguente e condanna irrevocabile della “difesa nazionale” e del colonialismo.
E’ sempre superfluo ricordare che la semplice enunciazione di questi principi costituiva la più implacabile requisitoria contro gli stati maggiori socialisti e contro la Seconda Internazionale, il cui atteggiamento durante la grande guerra non comporta altra definizione che quella di tradimento […] Bisogna comprendere che ricordare tutto questo non è una polemica meschina né una spregevole ripetizione di ingiurie personali. Si tratta di un grande dramma storico di milioni di proletari organizzati che hanno visto crollare al momento della guerra le loro organizzazioni […]
Noi vogliamo l’unità del proletariato, noi vogliamo questa unità con passione, ma una tale unità significa la rottura totale e appassionata con la borghesia. Possiamo noi contare su questa rottura, possiamo attenderla da parte dei dirigenti socialisti e pupisti? Vediamo quello che sta accadendo dal mese di maggio di quest’anno in Francia. Che cosa volevano in maggio i proletari di Francia, i piccoli contadini che, ancora indifferenti all’appello del nostro partito, votavano “a sinistra” per il partito radicale e per il partito socialista? Volevano forse lo sviluppo della politica imperialistica sotto la direzione del governo Herriot Volevano l’attacco contro il trattamento economico dei funzionari? Volevano l’aumento delle imposte? Tutta questa gente ha eletto la maggioranza di sinistra che ha portato il governo di sinistra al potere. Voi sentite bene che in questo Paese, nel mese di maggio, si è proceduto a una formidabile sopraffazione della volontà popolare, espressa dal preteso suffragio universale.
Rompere con la borghesia vuol dire non sostenere tutta questa politica del governo Paul Boncourt e, al contrario, combatterla. Ora, compagni, bisogna constatare che con una serie di voti successivi, il partito socialista non ha cessato di manifestare la sua fiducia e di dare il suo più completo appoggio alla borghesia.
Noi siamo decisi, risolutamente decisi a non lasciare mettere in discussione in nessun momento l’indipendenza del nostro partito comunista, noi vogliamo uniformare la nostra politica al precetto contenuto nel Manifesto comunista, il quale dice che i comunisti non hanno affatto interessi che li separino dall’insieme del proletariato. Con Marx noi diciamo: Io sono comunista e nulla di quanto è proletario mi è indifferente. E’ per questo che noi ci preoccupiamo del più piccolo bisogno dei lavoratori. Dobbiamo allora chiedere, come fanno alcuni, all’operaio che soffre e lotta: sei tu comunista, sei tu socialista, sei tu confederato o unitario, o disorganizzato?
Così fanno alcuni militanti che cominciano a chiedere ai proletari: hai tu la mia stessa tessera? Appartieni alla mia stessa organizzazione? La pensi come me?
I comunisti dicono: tutti i proletari sono nostri, tutti sono colpiti, tutti devono e vogliono lottare. Per questo noi andiamo fraternamente, con la mano tesa agli operai socialisti, agli operai confederati e diciamo loro: noi comunisti siamo pronti a organizzare insieme, con voi, la nostra lotta comune contro il nemico comune.
Noi aiuteremo, sosterremo un tale movimento di unità d’azione, perché si estenda, guadagni in profondità, organizzi attorno ai comitati eletti alla base, nelle fabbriche, e ottenga sotto il controllo delle masse la sua piena realizzazione, la sua piena efficacia”.
In un altro discorso del’34 Thorez afferma che contro le minacce fasciste del capitale reazionario in Francia bisogna “realizzare ad ogni costo l’unità di azione per dissipare ogni equivoco e arrivare all’unità più salda e sincera […] Noi vogliamo ad ogni costo realizzare l’unità di azione con gli operai socialisti, contro il fascismo. Noi vogliamo ad ogni costo arrivare all’unità sindacale in una sola CGT, realizzando l’unità del proletariato, organizzando il fronte unico di lotta, lavorando per la CGT unica a fianco dei proletari che sono contro il fascismo i combattenti più esperti, più ardenti, più combattivi e di cui una parte si batte già sotto la bandiera dei Soviet. Noi vogliamo trascinare le classi medie, strappandole alla demagogia del fascismo. Noi vogliamo impedire che gli impiegati delle grandi città, che i funzionari, che i ceti medi – piccoli commercianti, artigiani -, che le masse dei contadini lavoratori siano guadagnati dal fascismo. Al contrario, noi vogliamo guadagnare queste masse contro il fascismo e andare verso il nostro scopo, verso i Soviet in Francia. Come possiamo guadagnare gli elementi della piccola e media borghesia urbana e rurale? In primo luogo, preoccupandoci della maggior parte delle loro rivendicazioni, non credendo che tutte le loro rivendicazioni siano ostili agli interessi della classe operaia. Anzi, noi stessi dobbiamo prendere in mano la difesa di ogni rivendicazione delle classi medie che non si oppone agli interessi del proletariato”.
IV Festival a Pugno Chiuso
04/08/09 13:40 Incluso in:appuntamenti | antifascismo-resistenza
Riceviamo dal Collettivo Antifascista, e invitiamo tutti i compagni a partecipare!

Nota del PdCI di Porto San Giorgio
A Porto San Giorgio vi è un nuovo “padre padrone”, un signorotto in doppio petto che si crede indispensabile per il destino della città. A dire il vero, il sindaco Agostini lascerà un segno nella nostra cittadina, quello della rovina ambientale e dello scadimento della qualità della vita, causati per favorire qualche privato. Un copione che, purtroppo, abbiamo visto già troppe volte, sia a Porto San Giorgio che in Italia. Per quanto concerne l’area ex Grand Hotel, il sindaco permette al privato di appropriarsi e di cementificare un luogo vitale e di potenziale riqualificazione della nostra cittadina, che potrebbe essere destinato all’ampliamento del verde pubblico e degli spazi di socializzazione. Il tutto escludendo la possibilità di un dibattito serio e costruttivo, persino con l’opposizione consiliare. Similmente è accaduto sulla questione del porto in cui il sindaco ha cercato di suggestionare direttamente la piazza, senza fornire niente di concreto al dibattito, se non la sua intenzione di proseguire sulla via della cementificazione e dell’interesse privato.
Quello del sindaco è, in definitiva, l’agire tipico di una destra nazionale che da circa vent’anni sta tentando di distruggere nella cittadinanza il senso del bene pubblico e qualsiasi valore solidaristico e di far affermare un egoismo funzionale ai modelli consumistici imposti dal mercato. Il motto di questa destra è: “Siate soli e agite solo per il vostro esclusivo interesse”. Per questa destra gli spazi in cui le persone e soprattutto i giovani possono incontrarsi sono pericolosi, perché potrebbero rompere l’isolamento in cui ognuno è costretto a vivere, indispensabile per far meglio passare quei messaggi che hanno trasformato l’uomo da essere sociale a mero consumatore.
Quello del sindaco è, in definitiva, l’agire tipico di una destra nazionale che da circa vent’anni sta tentando di distruggere nella cittadinanza il senso del bene pubblico e qualsiasi valore solidaristico e di far affermare un egoismo funzionale ai modelli consumistici imposti dal mercato. Il motto di questa destra è: “Siate soli e agite solo per il vostro esclusivo interesse”. Per questa destra gli spazi in cui le persone e soprattutto i giovani possono incontrarsi sono pericolosi, perché potrebbero rompere l’isolamento in cui ognuno è costretto a vivere, indispensabile per far meglio passare quei messaggi che hanno trasformato l’uomo da essere sociale a mero consumatore.
