Sul raid fascista contro Il Ponte e Casa Betesda

Quando, lo scorso aprile, denunciammo a Fermo il blitz mediatico e la presenza ormai ufficiale del Blocco Studentesco, le istituzioni cittadine (attraverso l’Assessore Romagnoli, esplicitamente chiamato in causa nel nostro comunicato) fecero orecchio da mercante.
Nel nostro documento, oltre a far notare che questa organizzazione “studentesca” neofascista (responsabile nell’ottobre 2008 degli scontri di piazza Navona, scontri mascherati e coperti da media e forze dell’ordine) è anche un’appendice di Casa Pound, avevamo previsto la reale possibilità che dalle scritte sui muri qualche esaltato potesse passare ai fatti: il raid contro le associazioni “Il Ponte” e “Casa Betesda” rischia di essere solo la prima di queste azioni.

Non siamo ovviamente in grado, e non è nostro compito, di legare il raid dei giorni scorsi contro le associazioni di volontariato a qualche sigla presente nel nostro territorio: sta di fatto che il retroterra “culturale” in cui si sviluppano certe dinamiche è ben noto, ed è ben nota la compiacente indifferenza dell’amministrazione cittadina la quale assegna addirittura interi stabili a condizioni di estremo favore ad associazioni come Aries che proprio in questi giorni festeggiano un anno di attività con tanto di tricolore nero-bianco-rosso, “cuore avanguardista” e foto di Corneliu Codreanu.

Il retroterra “culturale” di cui parliamo, del neofascismo residuato dagli anni ’70 del secolo scorso, è ben esplicitato dagli slogan tipo “nel dubbio mena”, dai manifesti (abusivi) in cui si esalta “la filosofia del menatore”, alle canzonacce che recitano “botte a tutti botte”. 
A nostro avviso dunque, non è stata un caso la presenza a Fermo di personaggi come Rutilio Sermonti (Ordine Nuovo, ospitato in uno spazio comunale circa un anno fa), e neanche sono casuali  le iniziative di solidarietà nei confronti di Luigi Ciavardini (NAR, condannato per la strage di Bologna), per non parlare della simpatia espressa a Massimo Morsello (NAR, condannato a oltre 9 anni mai scontati, poi tra i fondatori di Forza Nuova). E il fenomeno non riguarda solo Fermo, ma anche comuni come Porto Sant’Elpidio e Montegranaro, dove assieme agli atti di vandalismo si segnala la presenza attiva di militanti di Casa Pound che organizzano iniziative col patrocinio del Comune.

Tornando ai recenti fatti di Fermo, non possiamo non esprimere la nostra solidarietà alle associazioni che sono state vittime di questa vigliacca spedizione, agli immigrati e ai cittadini italiani impoveriti dal governo di centrodestra che beneficiano dei servizi messi a disposizione dal Ponte e da Casa Betesda, e condanniamo senza mezzi termini l’atteggiamento ipocrita dell’amministrazione comunale che foraggia indirettamente e direttamente la presenza neofascista nel territorio.
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I comunisti non sono arretrati di un passo col fascismo di regime, e non arretreranno di un passo con questo fascismo da operetta. Né ci lasciamo intimidire dalle “esibizioni di forza” sotto la vigile copertura della Questura, come accaduto a marzo in Piazza del Popolo.

PdCI, Sezione cittadina di Fermo
Fermo, 30 novembre 2009

Offensiva USA contro l'Alternativa Bolivariana

OFFENSIVA USA CONTRO L’ALTERNATIVA BOLIVARIANA

TRA GOLPE E ACCORDI MILITARI UNA NUOVA SPINTA VERSO L’IMPOSIZIONE DELL’ALCA

di Giorgio Raccichini


Oggi più che mai la Colombia costituisce il teatro principale in cui si giocano le sorti dell’America
Latina, paurosamente in bilico tra un serio tentativo di alcune nazioni latinoamericane di
svincolarsi definitivamente dalle politiche neoliberiste dell’imperialismo a stelle e strisce e una
crescente reazione degli USA ad una politica del proprio “giardino di casa” che essi giudicano
eccessivamente indipendente.
In un recente intervento, il leader della Rivoluzione cubana, il compagno Fidel Castro, ha
duramente apostrofato l’accordo firmato il 30 ottobre da Stati Uniti e Colombia che trasforma
quest’ultimo Paese in un’enorme base militare statunitense incuneata tra il Venezuela e l’Ecuador,
due Stati alleati e fortemente critici nei confronti delle politiche economiche neoliberiste portate
avanti dagli Stati Uniti.
Il compagno Fidel ha sostenuto giustamente che il suddetto accordo “equivale all’annessione della
Colombia agli Stati Uniti” e che “non è onesto stare zitti adesso e parlare dopo di sovranità,
democrazia, diritti umani, libertà d’opinione e altre delizie, quando un paese viene divorato
dall’impero con la stessa facilità con cui una lucertola cattura una mosca”. Lo scopo degli Stati
Uniti, celato sotto il pretesto della lotta al narcotraffico, è, secondo Castro, quello di mandare i
soldati colombiani “a lottare contro i loro fratelli venezuelani, ecuadoriani e gli altri popoli
bolivariani e dell’ALBA, per schiacciare la Rivoluzione venezuelana”. Fidel Castro, nel suo
intervento, esprime la sicurezza che i popoli latinoamericani saranno capaci di reagire contro
queste pericolose macchinazioni degli Stati Uniti, soprattutto il popolo colombiano, costretto a
subire da decenni governi che utilizzano l’esercito e i paramilitari per mettere a tacere nel sangue
qualsiasi forma, guerrigliera o pacifica, di rivendicazione di maggiore giustizia sociale ed
economica (i). Tuttavia non si può che esprimere una fortissima preoccupazione di fronte a questa
escalation della politica aggressiva degli Stati Uniti nei confronti dei popoli latinoamericani e del
loro desiderio di determinare il proprio futuro politico, economico e sociale.

1 – Premessa: due modelli di integrazione economica “in guerra”

In America è in atto uno scontro importantissimo tra due concezioni di integrazione economica
profondamente differenti, l’una basata sull’egemonia statunitense, sul libero mercato e lo
strapotere delle multinazionali statunitensi ed occidentali, l’altra sulla collaborazione dei popoli.
Nel 1994 gli USA, allora sotto la presidenza di Clinton, si impegnarono insieme ai Paesi
latinoamericani a dare vita ad un’area di libero commercio che comprendesse tutto il continente
americano (il cosiddetto ALCA o FTAA), una zona di libero scambio che avrebbe dovuto
comprendere ben trentaquattro nazioni (ii). Un progetto che mira da una parte a facilitare il
commercio dei Paesi latinoamericani da e per gli Stati Uniti, vincolando fortemente le già fragili
economie dei primi alla potenza nordamericana, e dall’altra a consentire un più agevole
sfruttamento di risorse umane e materiali delle nazioni latinoamericane da parte delle
multinazionali statunitensi. La conseguenza per l’America Latina di una tale politica, che si
accompagna spesso ad un forte debito estero delle nazioni latinoamericane, è il peggioramento
delle condizioni di vita dei popoli, sempre più dipendenti dal commercio con gli Stati Uniti, privati
delle ricchezze derivanti dalle proprie risorse naturali (che invece vanno ad ingrassare le tasche di
multinazionali e di ristrette oligarchie locali), sempre più esposti alle privatizzazioni dei servizi
pubblici essenziali (sanità, istruzione, energia, e così via) (iii).
Tuttavia, l’ALCA sta sempre più subendo la concorrenza di un nuovo modello fortemente voluto
dal Venezuela di Chavez, cioè quello dell’Alternativa Bolivariana per le Americhe (ALBA), un
trattato economico dagli importanti risvolti politici, che recupera sotto certi aspetti l’antico sogno
di Simon Bolivar di un’America Latina unita. Noam Chomsky ha sostenuto che l’ALBA “deve essere
intesa come uno sviluppo indipendente e non come un’alternativa”iv all’ALCA; essa è infatti un
modello di integrazione dei popoli dell’America Latina e dei Caraibi che intende combattere
l’espansione del neoliberismo, vincere la sfida contro la povertà ed estendere in maniera diffusa
l’istruzione, la sanità e tutti i servizi essenziali per la persona, utilizzando a questo fine anche i
proventi ricavabili da una gestione delle risorse sempre più nelle mani dello Stato nazionale e tolta
al controllo egemonico delle multinazionali straniere. Una lotta che, partendo dalla realistica
considerazione che gli Stati latinoamericani hanno uno sviluppo diseguale e caratteristiche
differenti, intende superare le asimmetrie esistenti nel continente latinoamericano attraverso la
cooperazione. Per esempio, tra Cuba e Venezuela si è sviluppata precocemente una cooperazione
che, semplificando, ha portato medici cubani a svolgere attività sanitarie e di formazione in
Venezuela, che in cambio fornisce all’isola caraibica petrolio a prezzi contenuti. Contro i fautori del
liberismo sfrenato, l’ALBA sostiene il ruolo fondamentale dello Stato nel ridurre le disparità
esistenti tra i Paesi, poiché la libera concorrenza tra realtà nazionali diseguali non può che portare
al dominio economico e politico dei Paesi più forti su quelli più debol (iv).

2 – La Colombia: “base militare” statunitense in America Latina

La Colombia è uno dei Paesi maggiormente colpiti dall’imperialismo statunitense e dalla volontà di
questo di affermare in tutto il continente americano il proprio progetto economico neoliberista.
Il fortissimo interesse degli USA e delle multinazionali per la Colombia è dovuto principalmente a
due motivi: la Colombia è un Paese ricchissimo di materie prime, petrolio, smeraldi, risorse
forestali, risorse idriche e di potenzialità agricole; da un punto di vista geopolitico, inoltre, riveste
una posizione di primaria importanza per gli Stati Uniti, dal momento che costituisce il suo alleato
principale in America Latina, in un contesto di grandi cambiamenti che impediscono alla potenza
nordamericana di affermare la propria egemonia: la Colombia è, insieme al Perù, l’avamposto
militare statunitense in Centro e Sudamerica e l’elemento di potenziale destabilizzazione dei
processi in atto in Paesi come il Venezuela, l’Ecuador, la Bolivia e, naturalmente, Cuba.
Per combattere la resistenza armata e civile della popolazione colombiana contro le politiche
neoliberiste e contro i governi colombiani collusi con il narcotraffico e il paramilitarismo, e per
facilitare l’imposizione dell’Area di Libero Commercio delle Americhe in America Latina, l’ex
presidente colombiano Andrés Pastrana e quello statunitense Bill Clinton hanno elaborato, nel
1999, il “Plan Colombia”. Questo piano militare tuttora vigente, teso ufficialmente a combattere il
narcotraffico e le coltivazioni di coca (per altro attraverso le famigerate fumigazioni chimiche delle
piantagioni di coca, che hanno provocato molte morti tra braccianti e piccoli proprietari e non
hanno intaccato per nulla il narcotraffico), serve sostanzialmente a debellare i movimenti
guerriglieri popolari, soprattutto quello delle FARC-EP, e a imporre politiche neoliberiste nell’area
andino-caraibica. Infatti la concessione degli aiuti economici e militari previsti dal Plan Colombia
sono condizionati dalla piena realizzazione in Colombia di una politica neoliberista: tagli allo stato
sociale e al settore pubblico e sua progressiva privatizzazione; precarizzazione del lavoro;
privatizzazione del sistema bancario e delle maggiori imprese statali; svendita delle risorse del
territorio alle multinazionali straniere (vi).
Nel 2009 l’offensiva statunitense in Colombia ha assunto le dimensioni di una vera e propria
occupazione militare, con la collaborazione del governo Uribe e dell’oligarchia al potere nel Paese
latinoamericano. Il 30 ottobre, infatti, i due Paesi hanno firmato un nuovo accordo di
cooperazione militare (Defense Cooperation Agreement (vii)), con cui gli USA, tra le altre cose,
assicurano alle proprie truppe e ai propri aerei l’uso di ben sette basi militari in territorio
colombiano e “l’accesso e l’uso di altre strutture e siti” (art. IV comma 1); il tutto senza alcun costo
d’affitto per gli Stati Uniti (art. IV comma 2). Inoltre la potenza nordamericana si assicura l’accesso
allo spazio aereo colombiano, secondo procedure che debbono però essere stabilite in un
ulteriore accordo, senza essere soggetta a pagamento di tasse relative al sorvolo dello spazio
aereo, all’atterraggio e all’uso a parcheggio delle rampe (artt. V-VI).
Il fine dichiarato di questo accordo, quello di combattere il narcotraffico, è nuovamente
pretestuoso, in quanto fallimentare è stata per anni la via militare di eradicazione delle piantagioni
di coca e, come ha sostenuto Fidel Castro, è “cinico proclamare che l’infame accordo è una
necessità della lotta contro il traffico di droghe ed il terrorismo internazionale. Cuba ha dimostrato
che non sono necessarie truppe straniere per evitare la coltivazione e il traffico delle droghe e per
mantenere l’ordine interno” (viii).
In seguito a questo accordo le già tese relazioni tra la Colombia e i Paesi confinanti sono arrivate
ad un punto di rottura, tanto che già qualche giorno prima il Venezuela aveva accusato il suo
vicino di atti di spionaggio. Credo, anche alla luce del recente accordo con cui le forze armate
statunitensi si sono assicurate l’accesso a quattro basi navali di Panama (ix), che si possa pienamente
condividere, secondo quanto trasmesso dall’Agenzia Stampa ANNCOL, il commento del
segretariato dello stato maggiore delle FARC concernente il nuovo accordo USA-Colombia: “Si
tratta di fare della Colombia la punta di lancia della strategia del padrone del Nord per impedire la
realizzazione di quei processi sociali, come quello operante in Venezuela, che vanno in direzione
della realizzazione del processo bolivariano di sovranità e integrazione latinoamericana e che
garantiscono ai nostri popoli la maggiore quantità di felicità possibile” (x).

3 – Destabilizzare per dominare: il caso del Venezuela e quello “in fieri” dell’Honduras

Che gli Stati Uniti siano stati fortemente coinvolti in tentativi di destabilizzazione di governi
democraticamente eletti, incolpati di attuare una politica non conforme agli interessi statunitensi
o comunque eccessivamente indipendente, è cosa nota e testimoniata dai tristi casi del Cile e del
Nicaragua.
Per limitarci ad un caso più vicino nel tempo e fortemente connesso all’attuale politica degli Stati
Uniti in America Latina, sono molto interessanti le vicende del fallito golpe in Venezuela, messo in
atto l’11 aprile del 2002 e terminato appena tre giorni dopo. Eva Golinger, nel suo lavoro “El
Código Chávez”, pubblicato nel 2005 (xi), ha documentato esaurientemente le complicità degli Stati
Uniti nel fallito colpo di Stato e ha messo in evidenza modalità di destabilizzazione di un Paese
nemico che gli USA hanno fatto propri in altre circostanze. In sostanza gli Stati Uniti hanno
finanziato e istruito associazioni, sindacati, partiti politici, gruppi industriali e mezzi di
comunicazione che si dimostravano antichavisti e quindi contrari alle politiche messe in atto dal
presidente venezuelano Chavez: nazionalizzazione di settori economici strategici (come quello del
petrolio); politiche tese alla diffusione dell’istruzione, della sanità e alla diminuzione della povertà;
sviluppo di un modello di integrazione con altri Paesi latinoamericani basato sulla collaborazione
dei popoli.
Gli Stati Uniti non potevano tollerare un progetto politico, come quello venezuelano, che
estrometteva la propria egemonia su uno dei propri principali fornitori di petrolio e un presidente
che rivitalizzava in poco tempo l’OPEC determinando una quadruplicazione dei prezzi del petrolio
e che si opponeva nei fatti alla politica economica neoliberista promossa dagli USA in America
Latina (xii).
Il finanziamento statunitense alle organizzazioni degli oppositori di Chavez avvenne attraverso la
NED e l’USAID. La NED nasce nel 1983 grazie ad una legge parlamentare statunitense (il National
Endowment for Democracy Act, P.L. 98-164) e ha la funzione di distribuire i fondi governativi in
modo da favorire gli interessi politici statunitensi nel Mondo (xiii). Come si può leggere nel sito
ufficiale della NED, l’organizzazione nasce con il proposito di “favorire le istituzioni democratiche
attraverso iniziative del settore privato; facilitare gli scambi tra i gruppi del settore privato e gruppi
democratici dei paesi stranieri; […] rafforzare i processi elettorali democratici dei paesi stranieri in
cooperazione con le forze democratiche di quegli stessi paesi; […] favorire sviluppi democratici
coerenti agli interessi degli Stati Uniti e dei gruppi che ricevono assistenza” (xiv).
Scopi e modalità simili a quelli della NED sono propri dell’Agenzia Statunitense per lo Sviluppo
Internazionale (USAID), che pone i propri obiettivi sulla scia dei tradizionali scopi degli aiuti
internazionali del governo statunitense, che sono in sostanza quelli “di promuovere gli interessi
della politica estera degli USA coincidente con l’espansione della democrazia e del libero
mercato” (xv). L’USAID agisce in maniera congiunta al Dipartimento di Stato USA nel definire “gli
obiettivi primari e lo sviluppo della politica estera statunitense” (xvi) e, nel settore specifico della
“lotta per la diffusione della democrazia”, l’USAID assicura che il supporto “ai partiti politici più
democratici è una pietra angolare delle attività e dell’aiuto volti alla promozione della
democrazia” (xvii).
La Golinger dimostra, con un’accurata presentazione delle fonti, come, soprattutto a partire dal
2001, vi sia stato un forte incremento dei finanziamenti e delle attività di supporto di queste due
organizzazioni rivolti ai partiti, alle associazioni, ai sindacati, agli industriali, ai mezzi di
comunicazione venezuelani antichavisti; in questo modo gli Stati Uniti hanno interferito
indebitamente nella politica interna di uno Stato sovrano, peraltro democraticamente eletto (xviii).
C’è da chiedersi, vista la politica statunitense sopra delineata in relazione al caso Venezuela, come
sia possibile non pensare ad una complicità statunitense nel golpe avvenuto a fine giugno in
Honduras, un paese da sempre fortemente controllato dalla potenza nordamericana che ne fece
una base per rovesciare i sandinisti al potere in Nicaragua e un paese il cui presidente, pur eletto
tra le fila del Partito Liberale, ha cercato di perseguire una politica più indirizzata a sinistra,
avvicinando il suo Paese all’ALBA e al Venezuela di Hugo Chavez. Un altro tassello si stava
timidamente staccando dall’egemonia statunitense e il golpe ha prontamente bloccato questo
processo. Non sto qui ora a ricostruire le varie fasi del golpe (xix), ma mi preme dire che quanto è
successo nelle ultime settimane dimostra inequivocabilmente quanto fosse falsa la già cauta presa
di distanza dai golpisti da parte del governo statunitense: gli USA, trovandosi in una posizione
internazionale scomoda dal momento che, probabilmente, quel blocco politico, militare ed
economico honduregno che sostanzia il golpe ha forzato la mano e ha spiazzato i suoi “padroni”
statunitensi, hanno atteso che calasse l’attenzione mediatica perché fosse considerata accettabile
la nuova situazione politica determinata dal colpo di Stato. Quello che è evidente, comunque, è
che l’Occidente, così solerte ad attivarsi per destabilizzare governi considerati “nemici”, ha ormai
legittimato il governo golpista, semplicemente non prendendo una posizione netta contro di esso
e facendo calare sulle vicende honduregne una coltre di silenzio.
Le vicende relative alle elezioni del prossimo 29 novembre sono la prova più evidente di quanto è
stato detto. Infatti, il 30 ottobre il golpista Micheletti aveva firmato un accordo che avrebbe
permesso il reinsediamento del presidente legittimo Zelaya che, impossibilitato tuttavia a
proseguire i progetti che egli perseguiva per il suo popolo (come la lotta alle privatizzazioni e la
riacquisizione da parte dello Stato dei servizi fondamentali per il popolo, gli accordi con l’ALBA,
l’avvio di consultazioni popolari per redigere una nuova Costituzione e così via), avrebbe gestito le
elezioni venture. Un accordo che aveva costituito una piccola vittoria per il fronte popolare di
resistenza, che non ha mai smesso di manifestare e protestare, nonostante la dura repressione
delle forze armate honduregne e che aveva annunciato di voler partecipare alle elezioni del 29
novembre. Ma dopo pochi giorni avviene una sorta di “colpo di teatro” di Micheletti che ha
rilanciato fortemente la via golpista: il presidente illegittimo lascia, ma dà il via ad un “governo di
unità nazionale” formato dai partiti reazionari, impedendo il ritorno in carica di Zelaya e fornendo
ai golpisti la possibilità di gestire il processo elettorale del 29 novembre. La resistenza, che chiede
il ritorno della legalità istituzionale, non può che denunciare questa farsa e ritirarsi dalla contesa
elettorale, annunciando la sua intenzione di continuare a manifestare ad oltranza. Intanto sembra
che gli Stati Uniti abbiano preso la posizione di riconoscere in ogni caso i risultati delle elezioni del
29 novembre (xx).
E così gli USA e le multinazionali (come la Chiquita, per esempio contraria all’aumento del salario
minimo predisposto dal governo Zelaya (xxi)), in combutta con l’oligarchia honduregna,
continueranno a sfruttare un Paese la cui popolazione è una delle più povere del continente
americano (xxii).


4 – Conclusione

Da quanto detto è evidente che gli USA stanno cercando di riconquistare il terreno perduto in
America Latina, rafforzando le proprie posizioni nei Paesi “amici” e intervenendo in quelli che si
stanno defilando dalla sua egemonia, con il fine di gettarsi poi sul blocco antagonista costituito in
particolar modo dall’asse Venezuela-Cuba-Ecuador, con l’incognita costituita da quella potenza
emergente che è il Brasile.
L’analisi di Fidel Castro esposta all’inizio dell’articolo è perfettamente condivisibile e vien da
chiedersi se, alla luce della sconfitte che gli USA stanno subendo in Asia e considerando la sempre
più forte concorrenza di altre potenze imperialiste sullo scenario mondiale, gli Stati Uniti stiano
riprendendo sempre più in considerazione l’America Latina come base politica ed economica
fondamentale del proprio imperialismo.

21/11/2009


i
E’ possibile leggere l’intervento di Fidel Castro in queste pagine web:
http://www.granma.cu/italiano/2009/noviembre/sabado7/annessione-colombia-stati-uniti.html
http://pl-it.prensa-latina.cu/index.php?option=com_content&task=view&id=23545
Sulla sanguinosa storia della Colombia si legga, per esempio, il libro di G.Piccoli, Colombia, il paese dell’eccesso,
Feltrinelli, Milano, 2003.
ii
R.Nocera, Stati Uniti e America Latina dal 1945 ad oggi, Carocci, Roma, 2005, pp. 107-109. Per una più approfondita
storia dell’ALCA e dei suoi obiettivi si veda il sito ufficiale del FTAA, http://www.ftaa-alca.org/View_e.asp, e A.Riccio,
L’ALCA, un dispotismo economico, in Latinoamerica, n. 94-95, 2006, pp 132-137.
iii
Si veda per esempio il caso drammatico del Perù, uno dei Paesi sudamericani più legati agli Stati Uniti, tra anni ’90 e
questo primo decennio del 2000; per il periodo compreso tra la fine della dittatura di Fujimori e il 2005 si veda il
documentatissimo lavoro di Silvano Ceccoli, Il ritorno di Sendero Luminoso. Conflitti sociali e guerra popolare in Perù
dal 2001 al 2005, AIEP, San Marino, 2006.
iv
N.Chomsky, La sfida dell’America Latina, in Latinoamerica, n. 106-107, 2009, pag. 23.
v
Sull’ALBA si vedano i seguenti riferimenti bibliografici: A.Camposampiero, Aspettando l’ALBA, in Guerra e Pace, 2,
Aprile-Maggio 2006, pp. 10-12;
http://www.alternativabolivariana.org/modules.php?name=Content&pa=showpage&pid=258
vi
Sul Plan Colombia si vedano: G.Piccoli, Colombia…, pp. 143-186
A.Mazzeo, Colombia l’ultimo inganno, 2001 in http://www.terrelibere.org/colombia-ultimo-inganno o
http://www.selvas.eu/dossPC3.html
Giulio Girardi, Resistenza e alternativa al neoliberalismo ed ai terrorismi, Ed. Punto Rosso, 2002, cap III (Progetto
dell’imperialismo e risposta popolare), pp. 129-154 e scaricabile da questo link:
http://www.nuovacolombia.net/Joomla/index.php?option=com_content&view=article&id=30:plan-colombia-
progetto-dellimperialismo-e-risposta-popolare&catid=15:italiano&Itemid=13,
L.Alberto Matta Aldana, Plan Colombia: sfida neoliberista contro l’America Latina, 2001, in
http://www.nuovacolombia.net/Joomla/index.php?option=com_content&view=article&id=31:plan-colombia-sfida-
neoliberista-contro-lamerica-latina&catid=15:italiano&Itemid=13
vii
http://www.state.gov/r/pa/prs/ps/2009/oct/131134.htm; il testo dell’accordo può essere letto, sia in inglese che in
spagnolo, accedendo al seguente link: http://www.cipcol.org/?p=1193
viii
Vedi nota 1.
ix
http://www.resistenze.org/sito/os/dg/osdg9m11-005858.htm
x
http://anncol.eu/noticias-del-mundo/4/nuestra-patria-es-am%C3%A9rica282
xi
Edizione italiana: Eva Golinger, Crociata USA contro il Venezuela. Decifrato il “Codice Chavez”, Zambon Editore, 2006.
xii
Eva Golinger, Crociata USA, pp. 46-47.
xiii
Eva Golinger, Crociata USA, pp. 30-32.
xiv
http://www.ned.org/about/nedhistory.html
xv
http://www.usaid.gov/about_usaid/index.html
xvi
http://www.usaid.gov/policy/budget
xvii
http://www.usaid.gov/our_work/democracy_and_governance/technical_areas/elections/epp_strategy.html
xviii
I dati forniti dalla Golinger possono essere confrontati con quelli che si possono ricavare dai siti delle due
organizzazioni. Per esempio, si possono trovare i rapporti annuali della NED alla seguente pagina:
http://www.ned.org/publications/publications.html
xix
Per cui rimando a siti che ne hanno parlato in maniera approfondita: http://www.resistenze.org;
http://www.gennarocarotenuto.it; http://www.granma.cu/italiano/index.html; http://pl-it.prensa-latina.cu/
xx
http://www.giannimina-latinoamerica.it/component/content/article/497-honduras-dopo-il-secondo-golpe-di-
micheletti-la-resistenza-rinuncia-alle-elezioni,
http://pl-it.prensa-latina.cu//index.php?option=com_content&task=view&id=23587,
http://www.resistenze.org/sito/te/po/hn/pohn9m17-005891.htm
xxi
http://www.rebelion.org/noticia.php?id=88860;
http://www.resistenze.org/sito/te/pe/im/peim9g21-005407.htm
xxii
https://www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook/geos/ho.html, vedi statistiche del Cepal
(http://websie.eclac.cl/anuario_estadistico/anuario_2008/esp/index.asp)