Gramsci, il partito e il pericolo del settarismo

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Il male del bordighismo, debellato dal Partito Comunista Italiano sotto la direzione di Gramsci, è purtroppo risorto prepotentemente, almeno nell'ultimo ventennio, portando i Comunisti ad una situazione odierna estremamente difficile. È significativo leggere con lo sguardo rivolto alla contemporaneità le seguenti parole premonitrici di Antonio Gramsci, tratte dall'articolo "Sull'operato del CC del Partito" (L'Unità 20 dicembre 1925):
«Affermiamo che soltanto la tattica che la Centrale ha seguito, in conformità con i deliberati dei congressi mondiali, negli ultimi due anni, ha consentito di porre nei suoi termini reali il problema di creare in Italia il partito della classe operaia come partito di massa e non come setta completamente staccata dalle masse e fossilizzata nella ripetizione di una vuota fraseologia rivoluzionaria. Affermiamo inoltre che un ritorno alla tattica "bordighiana" ci farebbe perdere rapidamente tutto ciò che abbiamo acquistato, e avrebbe quindi le più gravi conseguenze non solo per il partito, ma anche per la classe operaia. Posta tra la organizzazione settaria "bordighiana" e le formazioni politiche controrivoluzionarie in sfacelo (massimalisti, unitari, aventiniani e simili) la classe operaia ricadrebbe nella passività, nella inerzia, nella disgregazione, dalla quale invece noi la stiamo strappando».
Ai fumosi innovatori di un Comunismo "libertario", militanti al di fuori e dentro la Federazione della Sinistra, che confondono compattezza ideologica e organizzativa con il “burocratismo” , amanti di una democrazia rissosa, chiusi nel loro settarismo verbale e inconcludente, si addicono bene queste altre parole del grande dirigente leninista italiano:

"Noi, per esempio, crediamo che sia più originale studiare e capire il leninismo, piuttosto che servire al proletariato piatti nuovi presunti originali, ma che viceversa sono spessissimo vecchi cavoli riscaldati dalle cucine anarchica, sindacalista, socialdemocratica. Il cuoco può crederli originali, perché ogni cuoco ama i suoi piatti, può condirli con salse e brodi piccantissimi; rimangono cavoli riscaldati, rimasticature pappagallesche di vecchissimi errori" (da Gramsci, "Opinioni nelle file del partito", l'Unità 21 luglio 1925).
Nella costruzione del Partito Comunista in Italia, oggi come allora, dobbiamo guardarci dalle tendenze di destra, cioè di asservimento alle logiche del capitale, e dalle tendenze di estrema sinistra, che coprono con una fraseologia iper-rivoluzionaria la mancanza di prospettive e la disfatta politica del movimento comunista.
Ancora attualissime sono le cosiddette "Tesi di Lione" in cui, tra le altre cose, Gramsci scrive:
"È evidente perciò che il pericolo di estrema sinistra deve essere considerato come una realtà immediata, come un ostacolo non solo alla unificazione ed elevazione ideologica, ma allo sviluppo politico del partito e alla efficacia della sua azione. Esso deve essere combattuto come tale, non solo con la propaganda, ma con una azione politica ed eventualmente con misure organizzative".
Il Partito dei Comunisti Italiani, l’unico che in Italia tiene viva l’eredità politica gramsciana, porta avanti una linea politica realistica, evitando pericolose “fughe in avanti”, che condannano all’inattività, cioè ad una morte rallentata, e che occultano la paura di agire in una realtà politico-sociale difficilissima. Il PdCI cerca e cercherà, poiché non teme di sporcare la propria veste ideologica, di perseguire un ampio dialogo con le forze del centro-sinistra sulla base di alcuni punti ben precisi: riforma della legge elettorale e norme sul conflitto d’interessi; riduzione del precariato, tutela dei diritti del lavoro, aumento del valore reale dei salari e delle pensioni; intervento pubblico nell’economia che garantisca la crescita quantitativa e qualitativa della produzione attraverso la piena occupazione, lo sviluppo scientifico e tecnologico, una maggiore preparazione dei lavoratori; recupero dell’evasione fiscale, tassazione delle rendite finanziarie, patrimoniale e politiche fiscali per favorire l’occupazione; investimenti in ricerca, cultura, scuola, università pubbliche; innalzamento dell’obbligo scolastico a 18 anni; valorizzazione del patrimonio culturale-artistico-ambientale; pubblicizzazione dei servizi e difesa dei beni comuni.
Come è possibile perseguire tali obiettivi con un atteggiamento settario, non cercando di coinvolgere nella lotta le altre forze sociali e politiche della sinistra, non tentando nemmeno di interloquire con la più vasta forza partitica del centro-sinistra che conta nella sua base elettorale e di militanza ampi settori delle masse lavoratrici del nostro paese? Sulla base del settarismo un partito comunista può solo diventare un semplice circolo intellettuale, non l’avanguardia nella lotta per la trasformazione rivoluzionaria della società.

Il PdCI avanza inoltre a tutti i comunisti del nostro paese una proposta unitaria non generica, ma basata su criteri di stampo leninista. Un partito comunista può svilupparsi ed essere di giovamento ai lavoratori solo se è caratterizzato dalla più salda unità ideologica e organizzativa, solo se lotta contro ogni concezione e tendenza frazionista. Gramsci, in un suo articolo su “L’Ordine nuovo” del primo novembre del 1924 che riprende uno scritto di Stalin, sostiene che il partito non verrà meno ai suoi compiti solo se “esso stesso sarà la personificazione della disciplina e dell’organizzazione, se sarà il distaccamento organizzato del proletariato”; concetto quest’ultimo più volte ribadito dal comunista sardo nella lunga lotta contro l’opportunismo bordighiano e riaffermato nelle “Tesi di Lione”, in cui tra l’altro si può leggere che “la centralizzazione e la compattezza del partito esigono che non esistano nel suo seno gruppi organizzati i quali assumano carattere di frazione. Un partito bolscevico si differenzia per questo profondamente dai partiti socialdemocratici i quali comprendono una grande varietà di gruppi e nei quali la lotta di frazioni è la forma normale di elaborazione delle direttive politiche e di selezione dei gruppi dirigenti”. Che dire? Tutti coloro che vogliono far passare l’assenza del “centralismo democratico”, cioè del principio organizzativo che armonizza la democrazia alla disciplina e che è alla base di ogni partito leninista, come una conquista innovativa ripropongono “cavoli riscaldati” di natura socialdemocratica.
All’interno del PdCI, invece, posso notare, dalla mia prospettiva limitata, che il male maggiore sembra essere quello di un ancora insufficiente lavoro nell’applicazione e nel controllo dell’applicazione della linea politica, di una inattività che coinvolge una parte consistente dei militanti. Questo problema è molto pericoloso; è ancora una volta l’opera di Gramsci a mettere in guardia contro questo male chiamato passività: “Una condizione è specialmente necessaria perché le risoluzioni del congresso non solo siano applicate, ma diano tutti i frutti che esse possono dare: occorre che il partito si mantenga strettamente unito, che nessun germe di disgregazione, di pessimismo, di passività sia lasciato sviluppare nel suo seno. Tutti i compagni sono chiamati a realizzare una tale condizione” (“Cinque anni di vita del partito”, L’Unità, 24 febbraio 1926).

Giorgio Raccichini

In piazza contro il Governo Monti

Nei prossimi giorni i Comunisti Italiani della provincia di Fermo saranno in piazza a Porto Sant’Elpidio e a Fermo per denunciare i contenuti del cosiddetto “Decreto Salva Italia”.
Indichiamo sotto alcuni contributi dei nostri dirigenti nazionali sulla manovra finanziaria e sul Governo Monti.
Invitiamo infine i compagni e tutti i lavoratori ad aderire allo sciopero unitario di 3 ore indetto per lunedì 12 dicembre da CGIL, CISL e UIL e invitiamo i lavoratori metalmeccanici ad aderire allo sciopero, anticipato al 12, della FIOM.
In occasione dello sciopero, a Fermo è previsto un presidio dei sindacati in Corso Cavour, a partire dalle 9.30, davanti alla Prefettura.

- vedi le foto sulla nostra pagina di Facebook -

- Manovra: rigore ed equità, ma per chi?. Orazio Licandro, coordinatore della Segreteria nazionale PdCI
- Decreto 'Salva Italia': recessivo e di classe. Luigi Marino, responsabile Economia della Direzione nazionale PdCI
- Governo Monti: la borghesia ha cambiato spalla al suo fucile. Fosco Giannini, Resp. Lavoro di massa, Segreteria nazionale PdCI
- Il governo Monti non è la soluzione. Serve una vera svolta politica ed economica. Vladimiro Giacchè, Direzione nazionale PdCI

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Tornano i comunisti, con Cuba e il Vietnam - Sandra Amurri al VI° Congresso del PdCI

Tornano i comunisti, con Cuba e il Vietnam

di Sandra Amurri, da Il Fatto del 29 ottobre 2011

A Rimini, dove 20 anni fa il Pci si scioglieva dando vita a Rifondazione, si può dire che sia nata la Terza Internazionale e mezzo. Il Partito comunista italiano ha le facce dei compagni di Cuba, Argentina, Brasile, Sudafrica, Corea, Cina, Vietnam, per un totale di 45 delegazioni estere. Occhi a mandorla, visi colorati, mani che credono fortemente in un mondo migliore e celebrano il fallimento del capitalismo. Una nota dolente: le donne. Ancora troppo poche per poter titolare “fine del maschilismo”, malattia che non risparmia la sinistra. Lo sconforto si attenua guardando Milagros Carina Soto Aguero, ambasciatrice di Cuba a Roma, seduta dietro alla delegata del Partito comunista argentino che ha appoggiato la presidente Cristina Kirchner. Carina è una donna forte e semplice: “È bueno che le donne comuniste nel mondo siano in crescita”.
Colpisce un ricambio generazionale, le nuove leve hanno meno di 40 anni e i nuovi iscritti sono studenti, precari della scuola, metalmeccanici. Le note dell’Internazionale che risuonano dopo quelle dell’inno di Mameli, emozionano anche Saleh Ra’Afat, inviato dal presidente palestinese Abu Mazen. L’obiettivo in questo congresso, scandisce a chiare lettere Diliberto, è “ricostruire il Partito comunista italiano”. E le lancette dell’orologio tornano a quella svolta che ha sancito la fine del più grande partito comunista dell’Occidente. “Di errori ne abbiamo fatti tanti, come negarlo, ma siamo pronti a ricominciare” dice Anna, la gioventù stampata sul viso che non conosce l’offesa delle rughe. “Guardando tutti questi comunisti ho pensato che se Berlusconi fosse qui avrebbe un attacco epilettico” esclama ridendo. “A sinistra regna grande frammentazione che genera debolezza”, insiste dal palco Diliberto e il pensiero va a Nichi Vendola con il quale, spiega, “ci legano le stesse sensibilità sulla guerra, sulla difesa dell’ambiente contro il nucleare, sul bisogno di ridare corpo al movimento dei lavoratori. Dobbiamo contribuire a cacciare i mercanti dal tempio, a difendere la Costituzione, a ristabilire l’uguaglianza di fronte alla legge, a combattere la cancerosa corruzione”. “Abbiamo il dovere dell’unità a sinistra – ripete Diliberto – contro Berlusconi e contro il berlusconismo, ce lo chiede il popolo democratico, l’Italia perbene. I lavoratori, se stiamo fuori dal Parlamento, ci percepiscono come ininfluenti. Dobbiamo sconfiggere ogni forma di estremismo velleitario. L’alleanza elettorale è necessaria, ma non sufficiente. Negozieremo alla luce del sole su accordi programmatici chiari ai cittadini e fattibili, come la lotta all’evasione fiscale e alla precarietà, il ruolo del pubblico nell’economia, la difesa dello stato sociale”. Seguono parole chiare come primarie. “Vi parteciperemo anche noi”. Di governi tecnici o di larghe intese neppure a parlarne, la parola d’ordine è: elezioni a marzo. Ce n’è anche per la casta, quella dei “ricchi e dei potenti. L’assemblea dei giovani di Confindustria fa sì che quelli siano i figli dei vecchi di Confindustria”. E in sala si odono parole comuniste come “proprietà collettiva”: così si chiamano i “beni comuni come l’acqua, l’ambiente”, spiega. In verità la platea gremita dopo 3 anni di assenza dal Parlamento è un miracolo a cui Diliberto aggiunge la “cancellazione dai media e la fine delle risorse economiche, la perdita della vecchia sede del partito e la cassa integrazione per tutto il, seppur piccolo, apparato centrale” che definisce la “nostra odierna dignitosa povertà”. E i media non ci sono neppure oggi a raccogliere la consapevolezza degli errori, a raccontare questo piccolo grande spicchio di comunismo nel mondo e il richiamo di Diliberto alla risposta che Enrico Berlinguer diede a Minoli nell’84: “Quali sono le cose di cui va orgoglioso?”. “Sono orgoglioso di essere ancora fedele agli ideali della mia gioventù”.

Ad accompagnare questo articolo, condividiamo il video con l’intervento di Ricardo Abreu (PCdoB) al nostro congresso nazionale, a testimonianza del prestigio di cui gode il PdCI presso i partiti comunisti fratelli.

6° Congresso del PdCI - Ricardo Abreu from Oltre confine - video on Vimeo.

Sconfiggiamo le destre, uniamo i comunisti e la sinistra

Il Documento Politico approvato all'unanimità dalla Direzione Nazionale per il VI Congresso dei Comunisti Italiani è diviso in due parti.
La prima parte del Documento Politico, più organica e di linea politica, espone un insieme di tesi che toccano le questioni fondamentali del nostro progetto di “ricostruzione del partito comunista”. Osservazioni e considerazioni su questa prima parte del Documento Politico possono essere avanzate nelle risoluzioni e negli ordini del giorno dei congressi territoriali e, comunque, come previsto dal Regolamento congressuale, possono essere presentati documenti alternativi.
La seconda parte del Documento Politico raccoglie invece alcuni contributi più settoriali e programmatici: schede e allegati a cura dei nostri Dipartimenti e gruppi di lavoro, volti ad arricchire la nostra elaborazione e proposta su temi su cui sentiamo l'urgenza di un approfondimento più propriamente tematico; che sottoponiamo alla discussione e su cui sollecitiamo contributi anche specialistici, oltre che di linea. Questa seconda parte, così come votato dalla Direzione Nazionale, può essere emendata anche su singoli punti dalle assise congressuali territoriali.
Il Documento Politico è stato elaborato in modo collegiale da una commissione politica di 38 membri, che ha lavorato per due mesi, si è riunita ripetutamente ed ha lavorato grazie al contributo impegnato dei suoi membri, procedendo per sintesi successive, accogliendo e sintetizzando contributi ed emendamenti di varia natura, bandendo ogni spirito di gruppo o di fazione.
Su un documento così impegnativo chiamiamo tutte le compagne e i compagni del Partito, ma anche tutti gli interlocutori esterni che in vario modo si sentono coinvolti nella nostra riflessione, ad un lavoro attento di studio, discussione, arricchimento e proposta, tale da consentire al Congresso Nazionale un ulteriore arricchimento complessivo della nostra elaborazione. Il testo del Documento Politico è inviato a tutte/i le/gli iscritte/i, consegnato a tutti i partecipanti e delegati nelle varie istanze congressuali e pubblicato sul sito del Partito (www.pdci.it), dove si svolgerà una “Tribuna congressuale” libera e aperta anche a contributi esterni.

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Rimini 28-30 ottobre
Congresso Nazionale del Partito dei comunisti italiani - sintesi del documento politico


Battere le destre, unire la sinistra
Ricostruire il partito comunista


Tre anni lunghi, difficilissimi e travagliati ci separano dall’ultimo Congresso del PdCI. Tre anni in cui la drammatica crisi economica ha segnato il mondo. Una crisi del sistema economico capitalista, di cui la crisi finanziaria è solo il sintomo, che oggi investe gli Stati, sommersi dai debiti per aver salvato le banche dal fallimento. Una colossale “socializzazione delle perdite” scaricata, ancora una volta, sui lavoratori.

* Si impone un’intransigente opposizione ai tagli e alle misure antipopolari volute dall’UE. È nostro compito contrapporre all’Europa dei capitali, che sta implodendo sotto i colpi della crisi, un’Europa del lavoro che aumenti i salari, i diritti dei lavoratori e difenda Stato sociale e beni comuni. Si tratta di dare battaglia in quest’Europa, a questa Europa, per costruire un’altra Europa.

* La crisi non ha colpito i paesi allo stesso modo. In vaste regioni del mondo, in grandi Paesi, vi sono tassi di crescita spettacolari. Sono i luoghi più impermeabili al neoliberismo, governati dalle sinistre, da progressisti e comunisti: le forze protagoniste di una trasformazione che disegna i nuovi equilibri del mondo. Il dominio unipolare degli Usa è così messo in discussione e appare un nuovo multipolarismo, imperniato sui BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica).
L’America Latina è segnata da processi democratici d’ispirazione socialista. Il contributo di Cuba socialista è stato straordinario: la sua resistenza è d’esempio per tutti i popoli Sudamericani, nonostante il criminale bloqueo.

* Quello che doveva essere secondo i neoconservatori “il nuovo secolo americano” sarà, invece, il secolo cinese: un paese ad orientamento socialista, con un’economia mista in cui convivono pianificazione e mercato, con un ruolo centrale dello Stato nelle scelte strategiche di sviluppo.
Si può ancora dire che il comunismo è stato sconfitto dalla storia?

*La reazione del capitalismo globale è feroce. La speranza di emancipazione di larghissime moltitudini nel mondo è sequestrata dall’imperialismo, da guerre, povertà, violenze e depredazioni ambientali. La lotta per la pace e il disarmo, lo scioglimento della NATO, la rimozione delle basi militari straniere, la messa al bando delle armi di distruzione di massa, il ridimensionamento del primato anche militare dell’imperialismo americano sono grandi priorità.

* La nostra condanna dell’intervento militare in Libia è totale e incondizionata: sosteniamo il diritto all’autodeterminazione del popolo libico e chiediamo l’immediato cessate il fuoco e la fine della partecipazione italiana alle operazioni militari (così come chiediamo il ritiro dall’Afghanistan).
La regione del Mediterraneo è attraversata da rivolte e instabilità, e il popolo di Palestina, cui siamo strenuamente al fianco, è privato del diritto di un proprio Stato.

Tre anni disastrosi anche per l’Italia

* Un Paese sfibrato, stanco, impoverito; con più paure, incertezze, ingiustizie, disuguaglianze, egoismi. Un Paese in guerra, in crisi. Una crisi da declinare al plurale. Perché l’Italia è sprofondata in una spirale reazionaria di crisi attorcigliate tra loro: economica, sociale, culturale, politica, istituzionale, etico-morale. E’ l’anomalia italiana costituita da Berlusconi: unico capo di governo in Europa, e in larga parte del mondo, ad assommare su di sé il controllo di un enorme potere economico, politico, esecutivo, legislativo e mediatico. Poteri tenuti insieme con un impasto perverso di corruzione e collusioni mafiose, xenofobia e neofascismo, populismo e cesarismo.

Centralità della contraddizione capitale-lavoro

* Occorre ridare rappresentanza politica al lavoro e conseguire risultati concreti: superare lo scandalo della precarietà, ridare dignità al lavoro pubblico (la “fabbrica dei diritti”), fermare lo stillicidio di morti e infortuni sul lavoro.
Il “modello Marchionne” non è solo iniquo, è sbagliato. Perché, anche nelle compatibilità del capitale, le politiche di taglio di salari e diritti sono ormai vecchie e inadeguate a reggere la competizione globale: bisogna reinventare il modello di società e virare con forza verso la società della conoscenza e dei saperi, che investa in innovazione tecnologica e ricerca scientifica e punti sulla buona occupazione e sull’aumento dei redditi. Il contrario di ciò che avviene con le manovre lacrime e sangue che ricadono sui lavoratori.

* Le risorse per finanziarie eque e per far ripartire la crescita ci sono: 135 miliardi è il giro d’affari delle mafie, la corruzione vale 60 miliardi e 120 miliardi l’evasione fiscale; poi ci sono 30 miliardi di spese militari e 44 miliardi di trasferimenti a fondo perduto dallo Stato alle imprese.

* La Cgil è per i comunisti il soggetto principale di confronto (e, se necessario, di scontro) sui temi sindacali e politici del lavoro. La Fiom rappresenta il punto di resistenza più importante e consistente contro l’attacco ai lavoratori. Il PdCI pone l’obiettivo di ricostruire una sinistra sindacale unita dentro la Cgil in grado di condurre una battaglia più incisiva per mantenere nel nostro Paese un grande sindacato confederale di classe e di massa.

Battere le destre

* Dopo le vittorie di Milano e Napoli e il successo dei referendum, possiamo avanzare l’ipotesi della fine della parabola politica berlusconiana. Una situazione che consegna ai comunisti il compito storico di combattere, insieme alle altre forze democratiche, il nemico principale: Berlusconi, fino a produrre una fase nuova per avviare la ricostruzione democratica e civile e uscire definitivamente dal berlusconismo. Per questo va restituita al più presto la parola agli elettori.

* I comunisti devono discutere il profilo programmatico dell’alleanza democratica avanzando proposte che, seppur parziali, siano concrete e recepibili. Proponiamo 5 punti:
-riforma della legge elettorale e norme sul conflitto d’interessi;
-riduzione del precariato, tutela dei diritti del lavoro, aumento del livello dei redditi, politiche per lo sviluppo delle forze produttive;
-recupero dell’evasione fiscale, patrimoniale, tassazione delle rendite finanziarie e politiche fiscali per favorire l’occupazione;
-investimenti in ricerca, cultura, scuola, università pubbliche; innalzamento dell’obbligo scolastico a 18 anni; valorizzazione del patrimonio culturale-artistico-ambientale;
-pubblicizzazione dei servizi e difesa dei beni comuni (comprese le risorse ambientali).

* Su questi temi si può dare sostanza programmatica all’alleanza democratica, non necessariamente un accordo di programma organico. Permangono distanze strategiche su punti assai rilevanti: su partecipazione dell’Italia alle guerre (art. 11 Costituzione) e su politica economica e industriale (modello Marchionne) le posizioni del gruppo dirigente del PD sono diverse dalle nostre. La rilevanza di tali questioni impedisce, oggi, di stipulare un patto di Governo.

Unire la sinistra

* La sinistra c’è. È viva nella società. Nelle lotte della Fiom, della Cgil e del sindacalismo di base, nella galassia del pacifismo, nelle vertenze per i beni comuni, nelle mobilitazioni studentesche, nei movimenti delle donne, nelle lotte per i diritti civili, nelle sensibilità sui temi ambientali; e pur tuttavia esprime il voto dividendosi fra diverse forze politiche. Il popolo della sinistra stenta, così, a pesare nella vita sociale e politica: ad esso va offerto uno sbocco politico; perché, sconfitto Berlusconi, il modello Marchionne rimane. La democrazia è violata dagli attacchi alla Costituzione, dalla partecipazione dell’Italia alle guerre, dalla negazione dei diritti ai lavoratori, alle donne, dal razzismo e dall’omofobia.

* Sono posizioni condivise da tutta la sinistra, ma per essere realizzate devono costituire la base di un patto d’unità d’azione o di un accordo federativo o confederativo, anche sul piano elettorale e istituzionale. Occorre partire dal sociale, dalle questioni concrete, non da un politicismo che prefiguri, come nel recente passato, irrealizzabili fusioni a freddo in velleitari soggetti politici.
Abbiamo iniziato a percorrere questo sentiero con la Federazione della Sinistra. Essa va rafforzata e messa a disposizione di un’unità della sinistra più ampia.

Ricostruire il partito comunista

* La Federazione della Sinistra è un processo per noi irreversibile nella sua ispirazione unitaria, anzi da allargare, nell’autonomia delle diverse componenti, ad altre forze e movimenti della sinistra. La Federazione, che oscilla tra essere soggetto politico e cartello elettorale, deve risolvere due contraddizioni principali: la perdurante divisione e competizione tra PdCI e PRC e l’inadeguatezza ad essere luogo ampio per la costruzione dell’unità a sinistra.

* Proponiamo la ricostruzione di un unico partito comunista che nasca anzitutto dal superamento di PRC e PdCI e da una capacità di attrazione nei confronti di tante compagne/i senza tessera, per dare nuovi spazi alla partecipazione dei giovani (come nel caso del positivo processo unitario avviato tra Fgci e Gc).
Collochiamo, dunque, dentro l’unità della sinistra il processo di ricostruzione di un partito comunista unitario e autonomo, radicato nei luoghi di lavoro e del conflitto sociale. Il PdCI è a disposizione di questo progetto e chiediamo esplicitamente al PRC di accogliere anch’esso questa proposta.

Bilancio storico-critico, non liquidatorio

* L’esperienza sovietica ha avuto esiti diversi da quella cinese, vietnamita, cubana: non si può rubricare tutto sotto la categoria del “crollo” o “fallimento”.
La dissoluzione dell’URSS non è la fine della storia né del movimento comunista.
La questione del socialismo non nasce dall'utopia, ma dalle contraddizioni del capitalismo.

Il capitalismo è un sistema che va superato, proponendo i grandi obiettivi rivoluzionari del socialismo: la proprietà e il controllo sociale della produzione, la programmazione e pianificazione dello sviluppo economico, finalizzati al soddisfacimento dei bisogni dell’umanità, alla fine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo e ad uno sviluppo rispettoso dell’ambiente, sottratto al profitto.
I comunisti non sono fuori dalla storia: sono nel movimento reale che si sta prendendo la briga di dimostrare che la storia è già di nuovo in cammino.

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Uno sguardo sul 15 ottobre

Una giornata che ha portato in piazza le rivendicazioni di una generazione colpita al cuore, inascoltata, derisa.
Una giornata che ha dato voce agli operai i cui diritti sono stati debellati, ai cassintegrati, agli insegnati precari, agli studenti, ai disoccupati, a tutti i cittadini stanchi di vedersi umiliare da un governo sordo e autoreferenziale che colpisce lo stato sociale, l’istruzione e il lavoro.
Una giornata in cui l’indignazione condivisa si è fatta concreta, si è fatta conflitto e ha scatenato una risposta generale alle politiche liberiste della Banca Centrale Europea.
Quella risposta che non si vede realizzata nella violenza, nello scontro fisico ma che nasce dalle violenze e dai soprusi subiti nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle università, nella vita.
Una risposta che nasce dall’oppressione esercitata dalle logiche del profitto, dall’impossibilità di trovare un lavoro o di lavorare in condizioni che rispettino la dignità umana e tutelino la persona.
In quella giornata ho visto un popolo stanco di subire privazioni e ricatti, di sostenere il peso di una crisi, figlia delle logiche liberiste, di una politica che colpisce i più deboli, di un sistema economico che vuole reggersi sui sacrifici della classe lavoratrice, degli studenti, dei precari.
Doveva essere una data di mobilitazione pacifica e allo stesso tempo pregna di contenuti radicali.
Un momento di lotta per ribadire la necessità di un sistema economico e sociale alternativo, del lavoro come strumento di emancipazione, di una società fondata sulla conoscenza.
Gli scontri non sono un parto di queste rivendicazioni, dei processi democratici che hanno portato alla nascita della manifestazione, sono figli dell’idiozia, della teatralità di gruppi esterni a quel clima.
L’unica cosa che vorrei dire a riguardo è che non saranno loro a delegittimare quella manifestazione e il risultato che comunque ha ottenuto, ovviamente è doveroso fare autocritica e riprendere in mano le redini della questione.
Tuttavia fare un’analisi sulla violenza di quel giorno non mi interessa, voglio parlare della manifestazione che è partita da piazza della Repubblica fino al Circo Massimo, degli studenti che sono tornati in corteo fino alla Sapienza.
Voglio parlare dei contenuti di chi crede che costruire l’alternativa è possibile partendo dal lavoro, dai diritti, dalla lotta alla precarietà, dalla cultura e dai saperi, facendo pagare i più ricchi, combattendo l’evasione fiscale, reinvestendo nel settore pubblico in difesa dei beni comuni, con la partecipazione del pubblico in economia, tagliando le spese militari e i finanziamenti alle imprese, lottando contro la criminalità organizzata, per la giustizia sociale.
Io sto con l’Italia e con l’Europa che vuole cambiare stando dalla parte di chi ogni giorno lotta nei posti di lavoro, nelle scuole, nelle università, di chi fa cultura e produce capacità critica e tenta di far germogliare quella coscienza che permette agli individui di riappropriarsi del proprio futuro cessando di essere subalterni e costruendo giorno dopo giorno una società diversa.

Francesco Interlenghi, FGCI provincia di Fermo

Nota sulla proposta di referendum per la legge elettorale

Perché i comunisti non partecipano alla raccolta firme per il referendum sulla legge elettorale

Negli ultimi giorni, alcuni cittadini che si sono avvicinati ai nostri banchini ci hanno chiesto se fosse possibile firmare per “abolire il Porcellum”. I comunisti, assieme a tutta la Federazione della Sinistra, non aderiscono alla petizione proposta de SEL, IdV e altri, anzi sconsigliano alla cittadinanza di firmare: evitiamo di cadere dalla padella nella brace.

Ovviamente è nobile il proposito di cancellare la “legge porcata” di Calderoli, ma la parte propositiva di questo referendum che si sta promuovendo riporta nient'altro che al “Mattarellum”, ovvero - pur con delle minime “migliorie” - alla legge precedente; in pratica, non si esce né dalle formule bipolaristiche, né da quelle presidenzialistiche, né si risolve il mito della cosiddetta governabilità in quanto si continuerà a dare vita ad alleanze innaturali pur di sconfiggere l'avversario.

Inoltre, per vincere in questo o quel collegio “difficile”, saranno necessari i voti del “Mastella di turno” che pretenderà i suoi candidati nei “collegi sicuri”: immaginate che potenzialità ricattatorie potrebbe avere anche un minuscolo partito locale, nato “ad hoc” per presentarsi alle elezioni. Altro che “elezione diretta del candidato”! Tutto già visto. D'altronde la presenza, tra i promotori della petizione, del tristemente noto Mariotto Segni e del riesumato simbolo dell'Asinello (!) dovrebbe essere indicativa!

Infine, la legge elettorale che viene proposta in sostituzione del “Porcellum” non è più o meno democratica dell'attuale, nonostante i toni demagogici con cui viene presentata, perché non garantisce la rappresentanza alle forze politiche che decidono di non schierarsi con uno dei due “poli” e che magari godono di un importante radicamento reale nella società.

Lo stiamo vivendo già adesso, lo stanno vivendo i lavoratori, cosa significa estromettere forze politiche come i comunisti dal Parlamento.

Noi comunisti crediamo che solo attraverso un sistema proporzionale possa ricrearsi il legame diretto tra la politica, le istituzioni, e la società. Solo un sistema proporzionale garantisce che nel parlamento sia rappresentata la società reale e non accozzaglie di sigle e siglette. È su base proporzionale che noi lanciamo la nostra proposta di riforma della legge elettorale.

Fermare la guerra in Libia!

Si conclude in un bagno di sangue l’ultima guerra umanitaria della Nato
La propaganda ha presentato questo epilogo come una marcia trionfale, con le truppe di Gheddafi che si arrendono e la popolazione che fa festa. Invece è di centinaia di morti il bollettino di guerra, destinato a peggiorare perché in gioco non c’è la vita umana ma il petrolio libico

22 agosto 2011 – Alessandro Marescotti

http://www.peacelink.it/editoriale/a/34542.html

http://www.peacelink.it/mediawatch/a/34545.html

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Marx Ventuno: nasce una nuova rivista

Presentazione MarxVentuno

Ci mobilitiamo perché la Cgil ritiri la firma dall’accordo

di Giusy Montanini, Segretaria provinciale Fiom-Cgil di Fermo

La lunga crisi economica e politica del nostro paese non ha bisogno di vecchie e mediocri ricette, ma di una risposta determinata e organica da parte della più grande Organizzazione Sindacale, la CGIL.
Purtroppo, dalla gestione Epifani a quella Camusso, il percorso è stato tutt’altro che lineare, (dall’ambiguità della Confederazione, a tutti i livelli, sulla drammatica vicenda di Pomigliano, alla ottusa quanto impraticabile proposta della firma tecnica sulla vicenda. Mirafiori), con la ex minoranza storica, “Lavoro e Società”, fagocitata dalla Realpolitik e da una maggioranza che ostinatamente persegue l’unità sindacale con chi ha abdicato da tempo a un ruolo di rappresentanza del mondo del lavoro.
In uno scenario prossimo futuro di peggioramento sostanziale delle condizioni di chi lavora, con una disoccupazione strutturale, perché non c’è ripresa economica e, se ci sarà, sarà una ripresa senza occupazione, il più grande sindacato italiano non ha una linea chiara e decifrabile per i lavoratori che hanno molta più consapevolezza della posta in gioco di chi dovrebbe dirigerli, ad esclusione naturalmente della Fiom, che in questi ultimi anni ha dimostrato e dimostra che un altro sindacato è possibile. Un sindacato che fa della partecipazione e della democrazia nei luoghi di lavoro non solo la questione delle questioni, la conditio sine qua non per contrattare e rappresentare, ma se ne nutre per crescere e rafforzarsi, per diventare, com’è diventata, un punto di riferimento che va oltre i lavoratori metalmeccanici, parlando un linguaggio chiaro e sincero agli studenti, ai precari, ai disoccupati.
E la Cgil? Presa al suo interno nel promuovere i vassalli e nel punire i dissidenti, promuove scioperi senza convinzione, perché costretta dalla spinta dal basso, attacca il governo e non la Confindustria, passa dalla firma tecnica (ridicolizzata dal voto di Mirafiori) alla campagna per la democrazia nei luoghi di lavoro, per poi, nel giro di qualche mese, prestarsi alla frettolosa firma sulla democrazia e rappresentanza, che contraddice quanto deciso e divulgato nelle assemblee nei luoghi di lavoro poco prima. Tutto e il contrario di tutto, sino alla capitolazione, perchè questo rappresenta l’accordo firmato il 28 giugno con Cisl, Uil e Confindustria.
L’oscillazione di questi ultimi anni è finita, si sceglie una linea chiara: sacrificare sull’altare dell’unità sindacale, il voto dei lavoratori e quindi la democrazia, perché nell’accordo viene sancito che i lavoratori non potranno votare i contratti aziendali, se presenti le RSU, ergo: se eleggi i tuoi rappresentanti non puoi votare i contratti. Troppa democrazia fa male! Infatti, è prevista anche la tregua sindacale, cioè la limitazione del diritto di sciopero. E per i contratti nazionali? L’accordo non dice nulla, ma l’intesa tra Cgil, Cisl e Uil stabilisce che le categorie “potranno prevedere momenti di verifica per l’approvazione degli accordi mediante il coinvolgimento delle lavoratrici e dei lavoratori in caso di rilevanti divergenze interne alle delegazioni trattanti”.
Malgrado la riuscita degli scioperi, la partecipazione alle manifestazioni della Cgil e della Fiom, la resistenza dei lavoratori metalmeccanici, la rivolta degli studenti, la manifestazione delle donne del 13 febbraio, la partecipazione di massa ai referendum, la svolta del voto alle amministrative, la segreteria della Cgil riprende un percorso, quello iniziato con l’accordo del 23 luglio del 1993, fallimentare per i lavoratori italiani e per certi aspetti anche peggiorativo, quello della concertazione a tutti i costi. E il costo da pagare per i lavoratori sarà minore certezza contrattuale, perché i contratti nazionali potranno essere derogati in peius, e minore democrazia, in un contesto di impoverimento generale del lavoro dipendente, di normative peggiorative come il “collegato al lavoro”, l’allungamento dell’età pensionabile, etc. alla vigilia di una manovra finanziaria che prevede ulteriori tagli a danno sempre degli stessi: lavoratori dipendenti, pensionati, precari.
Perché questo accordo? Perché tanta fretta? Alla vigilia del 24 giugno, giorno dell’incontro con Confindustria, l’intera organizzazione, a tutti i livelli, dava per scontato un altro accordo separato. Chi è stato folgorato sulla via di Damasco, la notte del 24 giugno? La Confindustria, la Cisl, la Uil, Sacconi, Tremonti, Federmeccanica o la Cgil? Perché Marchionne chiede la retroattività dell’accordo? Forse questo accordo, un anno fa, avrebbe legittimato le operazioni di Pomigliano e Mirafiori? Perché avrebbe impedito il ricorso al Giudice del Lavoro, come la Fiom ha fatto a Torino? Molte risposte potrebbero venirci in mente, ma è certo che non staremo ad aspettare la conferma che il tempo darà alle nostre critiche, ma da subito ci mobiliteremo, perché la firma della Cgil venga ritirata e perché domani non sia troppo tardi.

Presentazione del libro "Ricostruire il Partito comunista"

Sabato 25 giugno alle 17.30, presso l'Hotel Casina delle Rose (Fermo), si terrà la presentazione del libro "Ricostruire il Partito Comunista, appunti per una discussione". Il libro, una voluminosa opera collettiva di oltre 300 pagine, porta la firma di Oliviero Diliberto, Fausto Sorini, Vladimiro Giacché e contiene gli spunti, le analisi e le riflessioni scaturiti dalle centinaia di assemblee e seminari organizzate negli ultimi anni da Marx XXI, associazione politico-culturale presieduta dal filosofo Domenico Losurdo.
Interverranno alla presentazione: Alessandro Volponi, docente di filosofia e membro del Consiglio scientifico dell'associazione Marx XXI; Paola Pellegrini, dell'Ufficio Politico del Partito dei Comunisti Italiani; Fosco Giannini, senatore nella XV Legislatura eletto tra le file di Rifondazione Comunista. Parteciperà anche Raffaele Bucciarelli, consigliere regionale per la Federazione della Sinistra.
Lo scopo del volume, così come delle attività di Marx XXI che coordina questa iniziativa, è porre le basi teoriche e organizzative per la ricostruzione di un forte partito comunista in Italia, partendo dalla constatazione dell'inadeguatezza delle attuali organizzazioni esistenti.
Saranno disponibili copie del libro ed è prevista una cena di sottoscrizione: per informazioni o prenotare, chiamare il numero 366 4376178.

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Ricostruire il Partito Comunista

Il volume può essere richiesto alla Federazione di Fermo del PdCI al costo di 15 euro (10 euro per studenti e disoccupati): pdci@comunisti-fermano.it - tel. 366 4376178

Il titolo parla da sé: Ricostruire il partito comunista, appunti per una discussione.
E' edito dalla Simple, a cura e per conto di Marx 21: l'Associazione politico-culturale presieduta dal filosofo e storico Domenico Losurdo, che coinvolge buona parte dei principali intellettuali marxisti italiani e si propone, oltre al lavoro di ricerca teorica, di riunire in un solo partito i comunisti che in Italia, oggi frazionati e dispersi, non rinnegano il patrimonio migliore del movimento comunista italiano ed internazionale.
Gli autori che si sono cimentati con questo importante lavoro sono noti e stimati nel loro campo e quasi non ci sarebbe bisogno di nessuna presentazione. Sono: Oliviero Diliberto, segretario nazionale del Partito dei Comunisti Italiani (Pdci), già dirigente del PCI, più volte deputato al Parlamento, è un famoso ed apprezzato docente di Diritto Romano all’Università La Sapienza di Roma. Vladimiro Giacchè, economista marxista ed esponente di un'area vasta di “comunisti senza partito”, è autore di volumi e saggi filosofici ed economici, editorialista del Fatto Quotidiano e vicepresidente dell’Associazione Marx XXI. Fausto Sorini, tra gli animatori della componente leninista ed internazionalista che negli anni '80 contrasta la mutazione genetica del PCI,  è tra i giovani fondatori di Rifondazione Comunista, dirigente del settore esteri, animatore de l'Ernesto (rivista e area-politico culturale), tra i fondatori dell'Associazione Marx XXI. Al lavoro collettivo ha partecipato anche Andrea Catone, saggista e storico del movimento operaio, che gli autori ringraziano per il “contributo inestimabile”.
Il volume (352 pagine, articolate in 7 capitoli e 243 tesi) di per sé ricco di argomenti e spunti di riflessione, affronta le principali questioni che animano il dibattito dei comunisti e della sinistra alle soglie del terzo millennio, in Italia e nel mondo, come potete vedere dall’
indice. Ma il punto di forza di questo libro sta nel fatto che nessuna tra le questioni fondamentali che rappresentano per un comunista la propria “cassetta degli attrezzi” (siano queste problematiche inerenti all’Italia, come al mondo, del passato come del presente) vengono rimosse. Non sembri banale questa considerazione: all’indomani della caduta dell’Urss e dello scioglimento del PCI, la ricostruzione di una forza comunista organizzata nel nostro paese è avvenuta rimuovendo proprio le ragioni della sconfitta e delle difficoltà che avevano portato a quello stato di crisi. La ripartenza, quindi, è stata segnata da un nobile moto d’animo di chi non si arrendeva e voleva continuare a dirsi comunista, rinunciando però ad una discussione seria ed approfondita sulle ragioni dei comunisti e dei rivoluzionari in quella, pur turbolenta, fase storica. È stato così che si sono poste basi fragili, che hanno portato all’eclettismo politico, che ha così impedito il formarsi di un gruppo dirigente unitario ed alle divisioni e frammentazioni precipitate poi nel corso degli anni. Per ricostruire, per segnare una significativa ripartenza, è necessario innanzitutto cambiare registro. Ecco perché questo libro si presenta come una occasione ghiotta per aprire una discussione troppo a lungo rimandata. E questo non perché in questo testo siano contenute tutte le risposte alle domande ed ai problemi del presente, tutt’altro: in questo contributo sono indicati i nodi problematici (storici, storiografici, ideologici, culturali, di analisti politica,…) con i quali gli autori si cimentano, fornendoci un punto di vista importante che obbliga in ultima analisi il lettore a cimentarsi in un confronto alto e costruttivo come mai, negli ultimi anni (forse sarebbe più corretto dire: negli ultimi decenni), si era fatto.
“In queste pagine – scrivono  gli autori in conclusione - non ci siamo nascosti né le difficoltà che stanno di fronte a noi, né il tempo che richiederà una ripresa effettiva del movimento comunista in Italia. Non si ricostruisce in un giorno un’organizzazione politica che voglia essere al tempo stesso solida e di massa, definita da un’identità chiara e radicata nei luoghi di lavoro e nel territorio...
Tutto questo non si può fare dall’oggi al domani.
Ma (…) in questo lavoro di ricostruzione, duro quanto necessario, non partiamo da zero. (…) Partiamo dalle esperienze compiute dal movimento operaio e comunista italiano e internazionale: uno straordinario patrimonio di conquiste e di vicende che rappresenta – inclusi i suoi errori e arretramenti – una delle pagine più importanti nella storia dell’emancipazione dell’umanità. Partiamo dalle necessità attuali di miliardi di esseri umani che subiscono un sistema economico la cui apparente razionalità e inevitabilità nascondono una profonda irrazionalità e inefficienza, ingiustizie enormi quanto evitabili, e oggi anche il rischio di arrecare danni irreversibili all’ambiente. “
Proprio nelle prossime settimane sono in cantiere tantissime presentazioni del libro in tutta Italia. Non è solo un modo per pubblicizzarne l’uscita, quanto l’occasione per aprire una discussione tanto necessaria quanto stringente ed alla quale questo testo fornisce un originale contributo. Ed è l’occasione per riavvicinare all’impegno ed al confronto tante compagne e compagni che, in questi anni, hanno abbandonato la militanza e si sono allontanati dalla politica, o ancora i tanti giovani che guardano a questo mondo ingiusto con l’ambizione e la speranza di poterlo cambiare.
Pertanto vi invitiamo non solo ad acquistare e leggere questo libro, ma anche ad organizzarne la presentazione (con gli autori ed altri relatori) nella vostra città. Anche questa semplice attività diventa un piccolo mattoncino utile nella titanica, quanto indispensabile, impresa della Ricostruzione del Partito Comunista.

Lettera aperta di Francesco Interlenghi

Mi trovo nell’atrio della mia Facoltà di Filosofia e penso al futuro di questo luogo, spazio di dialogo e confronto, quando dall’anno prossimo sarà vittima della riforma Gelmini e dei tagli di Tremonti.
Penso a quali prospettive avremo noi studenti, quando e se l’opera di aziendalizzazione dell’università sarà compiuta, quando i tagli al “diritto allo studio” impediranno a molti di poter intraprendere o completare il proprio percorso formativo.
Penso al futuro dei ricercatori precari, dei dottorandi, del personale tecnico amministrativo.
Forse non so dare risposte, la mia posizione non lo permette, ma posso e possiamo continuare a contrastare queste logiche, portare avanti un reale cambiamento che risvegli le coscienze.
Con i compagni si parla spesso, ci si confronta sul percorso di lotta iniziato durante l’autunno, che dura ancora oggi, sull’impegno che è necessario investire quando si intraprende una strada ardua e lunga qual è quella della partecipazione democratica, della battaglia per l’uguaglianza giuridica e sostanziale, per la difesa del lavoro e dei lavoratori, dei beni comuni e della formazione.
Questa scelta è una lotta per la dignità e i diritti che vanno salvaguardati e conquistati, non svenduti.
Nelle discussioni si hanno spesso idee diverse ma tutte guardano verso prospettive comuni: una vita che non sia precaria, la possibilità di intraprendere gli studi, un lavoro che non sia legato a ricatti ed umiliazioni ma che sia una forma di crescita ed emancipazione.
È necessario ,allora, attivare un processo dal basso che miri ad un mutamento radicale della società e di un sistema che assoggetta gli interessi collettivi a quelli individuali, è importante ricominciare a parlare di giustizia sociale, onestà e rispetto.
Bisogna superare l’intolleranza, il pregiudizio ed aprirsi verso le altre culture, per rendere possibile una reale integrazione.
Bisogna avere il coraggio di denunciare le ingiustizie ed essere pronti a difendere i più deboli contro l’omertà e l’indifferenza.
È necessario riscoprire il valore della cultura, dell’arte, della salvaguardia del territorio.
Una società non può essere giusta se resta ignorante; l’istruzione è fondamentale se si vuole riuscire nell’impresa di una reale emancipazione e libertà dell’uomo.
Nel caos della società attuale c’è bisogno di valori solidi.
Nella marea in cui nuotiamo, dove ogni onda potrebbe sopraffarci, solo con l’aiuto reciproco potremmo salvarci.
La lotta non è individuale ma collettiva ed è necessario avere il coraggio di non rimanere ancorati nella propria sfera privata, riuscire a sentire la responsabilità che ci investe ogni volta che prendiamo una scelta, mantenendo una condotta morale onesta e coerente che non sia circoscritta dagli interessi individuali ma guardi verso un orizzonte comune da costruire.
Ho deciso di scrivere questa lettera perché mi è stato chiesto cosa dovrebbe spingere un cittadino a votare per la Federazione della Sinistra.
E’ vero, quelle che ho trattato sono questioni complesse di cui magari un Consiglio Comunale non si occupa, ma anche a livello locale si può adottare una politica onesta, trasparente, corretta che creda nell’importanza dell’integrazione con altre culture, della necessità di un sistema scolastico pubblico adeguato; si possono garantire i bisogni primari dei cittadini, dai trasporti alla sanità, si può credere in una visione della politica partecipata, che investa sulla cultura, sugli studenti e sulla loro crescita, che creda nell’importanza di spazi pubblici di dialogo e confronto.
Questo non lo dico come Francesco Interlenghi ma come comunista e candidato della Federazione della Sinistra, quindi vi chiedo un voto per questa realtà politica, per l’impegno e il coraggio che ogni militante investe giorno per giorno, nella prospettiva di rendere questo nostro mondo un luogo più giusto.

Francesco Interlenghi

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Noi ci saremo

di Marino Severini (voce e chitarra de La Gang) e Fosco Giannini (senatore PRC XV Legislatura)

Siamo chiamati a schierarci.
Se ricordi il monito di Gramsci sull’indifferenza; se vedi le camice verdi leghiste occupare il Parlamento della Repubblica nata dalla Resistenza; se riesci a sentire che nelle parole pronunciate da Tiziana Maiolo in relazione ai bambini rom morti a Roma ( “ è più facile educare i cani che i nomadi”) vi sia il nuovo spirito nazista; se riesci a comprendere quale disegno reazionario totale stia dietro il nuovo ordine capitalista proposto da Marchionne ; se sai che il berlusconismo non è un incidente della storia, ma – come il fascismo – uno delle varie forme del potere del capitale: se hai coscienza di tutto ciò non puoi restare coi gomiti poggiati al davanzale, guardando ingrossarsi questo fiume nero. Occorre passarci addosso la carta vetrata della realtà, farci male sino a sanguinare verità. Che è una, semplice: la classe dominante ha perseguito per decenni, cogliendoli, due obiettivi: lo sfruttamento massimo sulla forza-lavoro e la costruzione di un senso comune reazionario di massa. Ma per giungere a ciò ha dovuto prima abbattere la diga varata a Livorno nel 1921 e poi erettasi nella lotta di Liberazione e nelle grandi lotte contadine, operaie, di popolo che hanno democratizzato l’Italia. La diga era il PCI, “ il paese nel paese”, come diceva Pasolini, ciò che potevamo essere e non siamo stati... continua su l'Ernesto Online del 10/02/2011
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Vent'anni dopo, intervista di l'Ernesto online a Oliviero Diliberto

Un Congresso nel 2011 per aprire un cantiere per la ricostruzione del Partito Comunista

di Sara Milazzo

VENT’ANNI DOPO - Quadro internazionale e nazionale; scontro di classe in Italia ed esigenza dell’unità dei comunisti e della ricostruzione del Partito comunista come cardine dell’unità a sinistra


su l'Ernesto Online del 31/01/2011

scarica l’intervista in formato pdf

Diliberto congresso2011
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L'INTERVISTA A DILIBERTO DI FORUMSINISTRA

dilibertoincontraforums
Ecco l'intervista completa di ForumSinistra.info a Oliviero Diliberto, segretario del Partito dei Comunisti Italiani e portavoce della Federazione della Sinistra.
Nel mese di Gennaio abbiamo raccolto le domande tra gli utenti, ringraziamo tutti voi per la grande partecipazione. Essendo state tantissime non abbiamo potuto inviarle tutte, alcune comunque siamo riusciti ad accorparle in base ai temi affrontati.

L'intervista consta di 15 domande.
Ringraziamo calorosamente il compagno Oliviero per la disponibilità e per le risposte ed ecco l'intervista!

FORUMSINISTRA INCONTRA OLIVIERO DILIBERTO

Gennaio 2011

Domande dell'Amministrazione di Forumsinistra

1.
Caro segretario

La fine del PCI è uno spartiacque nella storia italiana. E' stata un evento
che, in un modo o nell'altro, ha scosso le coscienze dell'intero paese e ha
influito su tutta la storia successiva. Come comunisti penso sia giusto
domandarci quali ne siano state le cause, siano esse internazionali, legate al
crollo del blocco sovietico, culturali, legate all'abbandono di quei metodi e
categorie analitiche che avevano forgiato il "partito nuovo", sociali, legate
ai mutamenti di classe avvenuti nel paese ecc...
Capisco che l'argomento è molto complesso e richiederebbe una risposta
elaborata ma vorrei sapere, anche a grandi linee, quali sono state per te le
cause dello scioglimento del PCI.


Lo scioglimento del Pci ha segnato la fine della più grande forza che nel nostro Paese ha rappresentato, lungo un secolo difficilissimo, gli interessi dei lavoratori e una reale prospettiva di cambiamento. Nella svolta della Bolognina, che ha fatto conseguire direttamente dal crollo del Muro e del blocco sovietico il superamento dell'ideale comunista, c'è la negazione della particolarità dei comunisti italiani, quella che ci aveva caratterizzato, con il Partito nuovo prima e la stagione berlingueriana poi. Se la rivoluzione bolscevica del 17 è stata una 'rivoluzione contro il Capitale' (Gramsci), la Bolognia fu 'una svolta contro noi stessi'. C'è stato anche molto opportunismo dei gruppi dirigenti, che hanno preso la palla al balzo per accreditarsi nei 'salotti buoni'. Infatti oggi, dopo vent'anni, la maggioranza di quel gruppo dirigente è schierata a fianco di Marchionne e non con la Fiom. Noi abbiamo certamente commesso errori, primo fra tutti dividerci, ma la crisi economica degli ultimi anni ci dà nettamente ragione: il capitalismo non è riformabile ed è la causa delle enormi disuguaglianze, planetarie e nazionali, che caratterizzano questa fase della storia...
continua sul sito forumsinistra.info
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A novant’anni dalla nascita del PCI

di Alexander Höbel

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E tuttavia, proprio il modello neocorporativo che avanza, in cui si tende a cancellare il conflitto o quanto meno a negargli rappresentanza, e dall’altra parte le condizioni sempre più dure di lavoratori e precari dinanzi alla crisi economica, tornano a porre il tema del Partito comunista, della ricostruzione di un soggetto politico che, a partire dalle forze organizzate esistenti che si richiamano a quella storia e a quella cultura, si faccia carico, nelle condizioni difficilissime di oggi ma con la forza che deriva da quell’immenso patrimonio, di tentare un nuovo inizio.

Novant’anni sono passati da quando, il 21 gennaio 1921, a Livorno, dalla scissione del Partito socialista nasceva il Partito comunista d’Italia, sezione dell’Internazionale comunista. In questi decenni, in modo ricorrente si è cercato di mettere in discussione quella scelta, e con essa l’intera storia del PCI; un’operazione che dal 1990 in poi è diventata più insistente, più aggressiva, prendendo le forme dell’assioma che non ammette repliche. La damnatio memoriae a cui è stato condannato il PCI – anche da molti dei suoi ex dirigenti e intellettuali – è lo sfondo su cui si è articolata questa offensiva. Oggi, dopo vent’anni di ubriacatura neoliberista e di apologie del capitalismo, dinanzi alla crisi strutturale gravissima che torna a rivelare le contraddizioni di fondo del sistema, qualche dubbio torna a serpeggiare: forse quel PCI non era poi così male, forse nell’opera di distruzione del passato si è un tantino esagerato...
Proviamo allora ad accennare un piccolo gioco di storia “controfattuale”. Che cosa sarebbe stata la storia del nostro paese senza il Partito comunista? Ciò a cui si potrebbe aggiungere un’altra domanda: che cosa sarebbe stata se quel partito fosse esistito già nel 1919-20, e accanto all’esitante Partito socialista (che tende a ridurre le grandi lotte del Biennio rosso a una questione sindacale) vi fosse stata una forza rivoluzionaria, in grado di porsi alla testa di quelle lotte, consentendo magari alle avanguardie torinesi di rompere l’isolamento con un’offensiva diffusa nel Paese? Non a caso, è proprio l’insegnamento tratto da quei fatti che spinge Gramsci e gli ordinovisti torinesi ad affiancarsi agli astensionisti bordighiani nella conclusione che il PSI sia irrecuperabile e occorra costituire un Partito comunista... continua su http://www.lernesto.it/index.aspx?m=77&f=2&IDArticolo=20087
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Per la ricostruzione del partito comunista

di Marino Severini* e Fosco Giannini**, su Il Resto del Carlino del 12/01/2011

Una goccia del mare è tutto il mare. Ciò che è accaduto agli operai del Cantiere Navale di Ancona, a quelli della Merloni e alle operaie della Jenni accade all’intera classe operaia italiana. Sfruttare, delocalizzare, licenziare: unici verbi dei padroni. La fase che viviamo è la peggiore della storia della Repubblica. Le guerre, il razzismo, l’abbattimento dei salari e dei diritti, la precarizzazione della vita stessa, la distruzione del welfare, l’indifferenza sociale: il dominio del capitale è assoluto. A Genova vedemmo il neo fascismo all’opera e oggi gli studenti che lottano contro la distruzione della scuola e dell’università pubblica sono per Gasparri “terroristi” e contro il movimento studentesco è richiesto lo stato di polizia. La stessa Fiom è collocata sul versante “terrorista”. Ma l’ordine antioperaio e padronale non ha più limiti: il progetto Marchionne – Fiat dello scorso dicembre schiavizza i lavoratori. E i comunisti e il sindacato di classe, come in un colpo di stato, sono esclusi dalla fabbrica. Di fronte a ciò occorre una controtendenza culturale e politica di massa; è tempo che una forza organizzata, radicata nei luoghi di lavoro e nella società torni a dire ai giovani, ai lavoratori che il capitalismo non è un destino storico. Occorre un nuovo e più forte partito comunista, che si ponga alla testa delle lotte, che riconsegni ai lavoratori una coscienza di classe e riapra un orizzonte socialista. Occorre unire le comuniste e i comunisti in un unico partito, che sappia essere cardine dell’unità della sinistra di classe.

La ricostruzione di un Partito comunista è per noi come l’approdo ad una Terra nuova dopo tanto naufragare. Chi chiama è uscito vivo dal naufragio, ha superato la palude del pensiero debole, della sinistra mediocre, genuflessa al potere. Un Partito comunista è oggi necessario per contrattaccare e non contrattare; per riaffermare la centralità del lavoro in un progetto di società solidale. Il che significa ricollocare al centro la categoria rivoluzionaria della Dignità e lo strumento per la sua conquista: la Coscienza. E per questa forza c’è bisogno di tutti/e coloro che hanno mantenuto buona volontà e intelligenza del cuore.

Siamo dei sognatori? No, la realtà ci dimostra che la nostra idea ha basi materiali: nell’ultimo quindicennio le forze comuniste, rivoluzionarie, antimperialiste hanno registrato vittorie immense in tutta l’America Latina, in vaste aree dell’Africa, in Asia; e anche in Europa i partiti comunisti e le forze della sinistra rialzano la testa e conducono le lotte contro le guerre e il liberismo. E non siamo sognatori chiedendo che un nuovo e più forte partito comunista torni alla lotta, non lo siamo perché a chiederlo è lo stesso e vastissimo dolore sociale. Ivan Della Mea, cantando l’Internazionale di Fortini, diceva per tutto noi che “questo mondo non ci avuti e non ci avrà”. Siamo per l’unità dei comunisti e per il rilancio di un partito comunista in Italia. Per questo ci impegniamo e lotteremo.

* “Voce” de La Gang
** Senatore PRC XV Legislatura
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Pietro Secchia, iniziativa dell'Ass. Marx XXI

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Relazione sull’iniziativa


“Pietro Secchia. Attualità di una proposta di lotta
per la democrazia progressiva”
Fermo – 7/12/2010

Associazione politico-culturale Marx XXI


Il 7 dicembre scorso, a Fermo, si è svolta un’iniziativa incentrata sulla figura di Pietro Secchia, importantissimo dirigente della Resistenza e del Partito Comunista Italiano. L’incontro, intitolato “
Pietro Secchia, attualità di una proposta di lotta per la democrazia progressiva” e promosso dall’Associazione politico-culturale Marx XXI in collaborazione con il Partito dei Comunisti Italiani del Fermano, è stato un importante momento di riflessione e di dibattito sulle attuali principali problematiche, come quella del rapporto tra lotta istituzionale ed extra-istituzionale, dell’azione dei comunisti in Italia. Non si è trattato quindi tanto di un appuntamento di carattere meramente storico, bensì di un’iniziativa mirante a far riflettere sull’attualità del pensiero e dell’azione politici di Pietro Secchia. -> Scarica il file della relazione in formato pdf

Domenico Losurdo: La controrivoluzione di fase e l'esigenza sociale e politica della ricostruzione del Partito Comunista.

“Andando in giro nel nostro paese, per manifestazioni culturali più ancora che politiche, ho notato che il potenziale comunista è reale. I comunisti sono semplicemente frantumati in diverse organizzazioni, talvolta anche in piccoli circoli: occorre rimboccarsi le maniche e mettersi al lavoro per l’unità, facendo leva in primo luogo sulle forze comuniste che sono presenti già in modo più o meno organizzato a livello nazionale. Penso all’Ernesto, che opera nell’ambito di Rifondazione Comunista, e al PdCI: unendosi, queste due forze dovrebbero essere in grado di lanciare un segnale ai circoli comunisti diffusi sul territorio nazionale, un invito ad abbandonare la rassegnazione e il settarismo per mettersi a lavorare al fine di dare concretezza alle idee e ad un progetto comunista.”

L'Ernesto Online intervista Domenico Losurdo
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di a cura di Sara Milazzo
su l'Ernesto Online del 24/11/2010
La controrivoluzione di fase e l'esigenza sociale e politica della ricostruzione del Partito Comunista

Siamo ad Urbino, con il professor Domenico Losurdo, ordinario di storia della filosofia presso l’università “Carlo Bo” di Urbino, filosofo di fama internazionale e presidente dell’associazione Marx XXI. Ci ha gentilmente concesso il suo tempo perché è fondamentale conoscere il punto di vista di un intellettuale in questo momento di congiuntura in cui siamo di fronte ad un attacco del capitale (contro l'intero mondo del lavoro, contro la democrazia, contro la Costituzione nata dalla Resistenza) che è tra i più alti e pericolosi dell'intera nostra storia repubblicana. Di fronte a tale attacco si distende un deserto, l'assenza di un'opposizione di classe e di massa che possa in qualche modo respingere l'offensiva della reazione e rilanciare una controffensiva. Quello che io le chiedo è : come è accaduto tutto questo? Cosa manca, come ricostruire una diga, una resistenza, un contrattacco? D. Losurdo: Possiamo fare una distinzione tra due problemi che accompagnano la storia della Repubblica in tutto il suo arco. Il primo problema è la sperequazione tra nord e sud: già Togliatti ha sottolineato che la «questione meridionale» è una questione nazionale e oggi stiamo vedendo come la mancata soluzione del sottosviluppo nel Sud rischia di mettere in pericolo l’unità nazionale.
Continua sul sito de l’ernesto (clicca)

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Intervento di Diliberto al Congresso della Federazione della Sinistra

Guerrini (PdCI) e Giannini (PRC): unire i comunisti e la sinistra

Trasformare la società, mettere al centro il mondo del lavoro.

Paolo Guerrini, Comitato Centrale PdCI
Fosco Giannini, Direzione Nazionale PRC


Potrebbe capitare che a un viaggiatore venuto da lontano Ancona possa sembrare, di primo acchito, una città sonnolenta, adagiata serenamente trai suoi colli ed il mare.

Non è così: i mali che attraversano il nostro Paese si sono riversati da tempo nelle vene della Dorica ed oggi allignano nel suo corpo sociale e politico, portando disorientamento ed angoscia nella coscienza e nel “sentire” del suo popolo.

E’ il vero cuore anconetano, innanzitutto, ad essere colpito: la crisi della Fincantieri volteggia sopra la città come un corvo, come un presagio oscuro. Gli operai del Cantiere navale vanno perdendo la speranza e nessuno sembra trovare la strada per un soluzione. Le vie più ragionevoli e concrete per superare la crisi del Cantiere, quelle indicate dagli stessi lavoratori e dalla FIOM ( un progetto forte tra Fincantieri ed ENI, al fine di mettere in produzione navi per trasporto gas e navi mercantili simili) non vengono prese in considerazione da quelle forze – centro destra e PD – segnate dal neoliberismo e alle quali un rapporto profondo tra due colossi pubblici come Fincantieri ed ENI sembra un disegno di sovietizzazione. Si aspetta la fine con le mani conserte attribuendo tutte le colpe – come un destino che esclude una reazione - alla Corea del Sud, alla concorrenza asiatica.

Non vanno meglio le cose sul piano politico e istituzionale. La Giunta Grammilano, nata sulla giusta teorizzazione per la quale dovrebbe essere il popolo a decidere, si è ben presto e sorprendentemente segnalata per una rottura profonda col volere della maggiorana dell’elettorato anconetano, espellendo da sé le forze della sinistra che avevano contribuito al suo formarsi e alla vittoria elettorale sulle destre. E questo è il politicismo, che segna di sé il Paese, alza la sua testa di serpente nella nostra città e soffoca la speranza del cambiamento.

Lungo Corso Garibaldi, la sera, fiumi di giovani procedono senza troppa speranza di dare un senso futuro alla scuola che frequentano. E quelli che gli studi li hanno portati a termine ondeggiano, attendendo ansiosi un lavoro che non arriva. Così è ad Ancona, come in tutto il Paese.

Cosa è accaduto? Quali ragioni razionali dobbiamo mettere a fuoco per capire da dove viene tutta quest’ansia sociale, questo dolore di massa?

Scavare sino alle radici: capire che la fase internazionale che viviamo è segnata dall’esigenza primaria, da parte delle forze capitalistiche, di conquistare i mercati, di battere la concorrenza; che questi due obiettivi il capitale vuol coglierli attraverso l’abbattimento del costo delle merci e che per giungere a ciò “vanno” abbattuti i salari, i diritti e lo stato sociale: va attaccato, innanzitutto, il lavoro. Occorre capire che le politiche liberiste dell’Unione europea chiedono, ai paesi e ai governi europei, politiche di “lacrime e sangue” ; va compreso che il capitalismo italiano ( nella sua ambigua forma del “piccolo è bello”) è un nanocapitalismo, che per uscire dalla crisi, invece di investire e progettare, tenta di universalizzare la linea Marchionne, l’attacco portato a Pomigliano d’Arco: schiavizzare la classe operaia e l’intero mondo del lavoro.

E a questo dominio dei padroni chi si oppone? Chi lotta? Chi dissemina speranza? Dopo la disgraziata scelta di Occhetto di sciogliere il PCI, non vi è più stata, in Italia, una forza di massa in grado di indicare il cammino. E anche la vittoria delle destre e dell’ormai troppo lungo e nefasto “berlusconismo” – da superare con un vasta coalizione nella quale i comunisti siano protagonisti - sono prodotti di quella diga rossa abbattuta, crollata.

Chi scrive pone da tempo il problema di ricostruire, in Italia, un Partito comunista più forte dei due piccoli partiti presenti: il Prc e il PdCI. Ci battiamo e proponiamo un processo di unità dei comunisti, per giungere ad una forza comunista capace di mettersi alla testa delle lotte, capace di essere il cuore attivo dell’unità della sinistra e di riconsegnare una speranza ai giovani e alla “classe”.

Siamo dei sognatori? Non crediamo davvero; è, innanzitutto, la materialità delle cose a motivare la nostra scelta : nel mondo intero – dall’ America Latina all’Asia; dall’Africa all’Europa, - le forze comuniste, rivoluzionarie, antimperialiste, sono di nuovo protagoniste di grandi trasformazioni sociali e il socialismo è di nuovo concretamente costruito e all’ordine del giorno.

Ma vi è un punto su cui riflettere: il capitalismo, che credeva di aver vinto per sempre dopo la caduta dell’Urss, ha di nuovo e profondamente fallito. Lo spoliazione dei popoli è il suo segno predominante e lo sfruttamento, la disoccupazione, la miseria di massa, la scomparsa dei diritti, il razzismo, i pericoli di guerra dilagano ovunque, anche in Italia. Occorre un’idea-forza che, sul piano strategico, rappresenti l’opposto di questi mali. L’opposto, l’idea-forza è il socialismo. E il soggetto che occorre per rilanciarne il pensiero e la prassi è il Partito comunista.

Per questo ci battiamo, per unire tutte le comuniste e i comunisti oggi divise/i o senza partito, anche come passo essenziale per rafforzare la Federazione della Sinistra, per unire la sinistra.

Unire: non è difficile capirne l’esigenza. E’ di buon senso e il buon senso è destinato a vincere.

da Il Corriere Adriatico del 17/11/2010
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93° anniversario della Rivoluzione d'Ottobre

La Rivoluzione Russa ha dato il via, quasi un secolo fa, all’epoca delle rivoluzioni proletarie portando al potere le classi sociali che erano state sfruttate per secoli dal feudalesimo, dal capitalismo e dall’imperialismo.
La fine del socialismo in alcuni paesi è stata solo una battuta d’arresto, superata dalle nuove esperienze rivoluzionarie con cui si è aperto questo millennio.
I Comunisti Italiani intendono ricostruire un Partito Comunista forte e radicato: per guidare le lotte, rappresentare gli studenti e i lavoratori nelle istituzioni, per migliorare le condizioni di vita di italiani e immigrati, per il superamento del capitalismo.

Pubblichiamo di seguito due interventi, di due eminenti comunisti italiani, in cui viene analizzata, e contestualizzata, l’esperienza della rivoluzione e quella dell’edificazione del socialismo.


Una rivoluzione contro il "Capitale"?
di Antonio Gramsci (Avanti!, 24 novembre 1917)

La rivoluzione dei bolsceviki si è definitivamente innestata nella rivoluzione generale del popolo russo. I massimalisti che erano stati fino a due mesi fa il fermento necessario perché gli avvenimenti non stagnassero, perché la corsa verso il futuro non si fermasse, dando luogo ad una forma definitiva di assestamento - che sarebbe stato un assestamento borghese, - si sono impadroniti del potere, hanno stabilito la loro dittatura, e stanno elaborando le forme socialiste in cui la rivoluzione dovrà finalmente adagiarsi per continuare a svilupparsi armonicamente, senza troppi grandi urti, partendo dalle grandi conquiste realizzate ormai.
La rivoluzione dei bolsceviki è materiata di ideologie più che di fatti. (perciò, in fondo, poco ci importa sapere più di quanto sappiamo). Essa è la rivoluzione contro il Capitale di Carlo Marx. Il Capitale di Marx era, in Russia, il libro dei borghesi, più che dei proletari. Era la dimostarzione critica della fatale necessità che in Russia si formasse una borghesia, si iniziasse un'era capitalistica, si instaurasse una civiltà di tipo occidentale, prima che il proletariato potesse neppure pensare alla sua riscossa, alle sue rivendicazioni di classe, alla sua rivoluzione. I fatti hanno superato le ideologie. I fatti hanno fatto scoppiare gli schemi critici entro i quali la storia della Russia avebbe dovuto svolgersi secondo i canoni del materialismo storico. I bolsceviki rinnegano Carlo Marx, affermano con la testimonianza dell'azione esplicata, delle conquiste realizzate, che i canoni del materialismo storico non sono così feroci come si potrebbe pensare e come si è pensato.
Eppure c'è una fatalità anche in questi avvenimenti, e se i bolsceviki rinnegano alcune affermazioni del Capitale, non ne rinnegano il pensiero immanente vivificatore. Essi non sono "marxisti", ecco tutto; non hanno compilato sulle opere del Maestro una dottrina esteriore di affermazioni dogmatiche e indiscutibili. Vivono il pensiero marxista, quello che non muore mai, che è la continuazione del pensiero idealistico italiano e tedesco, e che in Marx si era contaminato di incrostazioni positivistiche e naturalistiche. E questo pensiero pone sempre come massimo fattore di storia non i fatti economici, bruti, ma l'uomo, ma la società degli uomini, degli uomini che si accostano fra di loro, si intendono fra loro, sviluppano attraverso questi contatti (civiltà) una volontà sociale, collettiva, e comprendono i fatti economici e li giudicano e li adeguano alla loro volontà, finché questa diventa la motrice dell'economia, la plasmatrice della realtà oggettiva, che vive, e si muove, e acquista carattere di materia tellurica in ebollizione, che può essere incanalata dove alla volontà piace.
Marx ha preveduto il prevedibile. Non poteva prevedere la guerra europea, o meglio non poteva prevedere che questa guerra avrebbe avuta la durata e gl effetti che ha avuto. Non poteva prevedere che questa guerra, in tre anni di sofferenze indicibili, avrebbe suscitato in Russia la volontà collettiva popolare che ha suscitata. Una volontà di tal fatta normalmente ha bisogno per formarsi di un lungo processo di infiltrazioni capillari; di una larga serie di esperienze di classe. Gli uomini sono pigri, hanno bisogno di organizzarsi, prima esteriormente, in corporazioni, in leghe, poi intimamente, nel pensiero, nella volontà [...] di una incessante continuità e molteplicità di stimoli esteriori. Ecco perché, normalmente, i canoni di critica storica del marxismo colgono la realtà, la irretiscono e la rendono evidente e distinta. Normalmente, è attraverso la lotta di classe sempre più intensificata, che le due classi del mondo capitalistico creano la storia. Il proletariato sente la sua miseria attuale, è continuamente in istato di disasgio e preme sulla borghesia per migliorare le proprie condizioni. Lotta, obbliga la borghesia a migliorare la tecnica della produzione, a rendere più utile la produzione perché sia possibile il soddisfacimento dei suoi bisogni più urgenti. E' una corsa affannosa verso il meglio, che accelera il ritmo della produzione, che dà continuo incremento alla somma dei beni che serviranno alla collettività. E in questa corsa molti cadono, e rendono più urgente il desiderio dei rimasti, e la massa è sempre in sussulto, e da caos-popolo diventa sempre più ordine nel pensiero, diventa sempre più cosciente della propria potenza, della propria capacità ad assumersi la responsabilità sociale, a diventare l'arbitro dei propri destini.
Ciò normalmente, quando i fatti si ripetono con un certo ritmo. Quando la storia si sviluppa per momenti sempre più complessi e ricchi di signficato e di valore, ma pure simili. Ma in Russia la guerra ha servito a splotrire le volontà. Esse, attraverso le sofferenze accumulate in tre anni, si sono trovate all'unisono molto rapidamente. La carestia era imminente, la fame, la morte per fame poteva cogliere tutti, maciullare d'un colpo diecine di milioni di uomini. Le volontà si sono messe all'unisono, meccanicamente prima, attivamente, spiritualmente dopo la prima rivoluzione [di febbraio].
La predicazione socialista ha messo il popolo russo a contatto con le esperienze degli altri proletariati. La predicazione socialista fa vivere drammaticamente in un istante la storia del proletariato, le sue lotte contro il capitalismo, la lunga serie degli sforzi che deve fare per emanciparsi idealmente dai vincoli del servilismo che lo rendevano abietto, per diventare coscienza nuova, testimonio attuale di un mondo da venire. La predicazione socialista ha creato la volontà sociale del popolo russo. Perché dovrebbe egli aspettare che la storia dell'Inghilterra si rinnovi in Russia, che in Russia si formi una borghesia, che la lotta di classe sia suscitata, perché nasca la coscienza di classe e avvenga finalmente la catastrofe del mondo capitalistico? Il popolo russo è passato attraverso queste esperienze col pensiero, e sia pure col pensiero di una minoranza. Ha superato queste esperienze. Se ne serve per affermarsi ora, come si servirà delle esperienze capitalistice occidentali per mettersi in breve tempo all'altezza di produzione del mondo occidentale. L'America del Nord è capitalisticamente più progredita dell'Inghilterra, perché nell'America del Nord gli anglosassoni hanno cominciato di un colpo dallo stadio in cui l'Inghilterra era arrivata dopo lunga evoluzione. Il proletariato russo, educato socialisticamente, incomincerà la sua storia dallo stadio massimo di produzione cui è arrivata l'Inghilterra oggi, perché dovendo incominciare, incomincerà dal già perfetto altrove, e da questo perfetto riceverà l'impulso a raggiungere quella maturità economica che secondo Marx è condizione necessaria del collettivismo. I rivoluzionari creeranno essi stessi le condizioni necessarie per la realizzazione completa e piena del loro ideale. Le creerannoin meno tempo di quanto avrebbe fatto il capitalismo. Le critiche che i socialisti hanno fatto al sistema borghese, per mettere in evidenza le imperfezioni, le dispersioni di ricchezza, serviranno ai rivoluzionari per far meglio, per evitare quelle dispersioni, per non cadere in quelle deficienze. Ma le stesse condizioni di miseria e di sofferenza sarebbero ereditate da un regime borghese. Il capitalismo non potrebbe subito fare in Russia più di quanto potrà fare il collettivismo. Farebbe oggi molto meno, perché avrebbe subito di contro un proletariato scontento, frenetico, incapace ormai di sopportare per altri i dolori e le amarezze che il disagio economico porterebbe. Anche da un punto di vista assoluto, umano, il socialismo immediato ha in Russia la sua giustificazione. La sofferenza che terrà dietro alla pace potrà essere solo sopportata in quanto i proletari sentiranno che sta nella loro volontà, nella loro tenacia al lavoro di sopprimerla nel minor tempo possibile.
Si ha l'impressione che i massimalisti siano stati in questo momento la espressione spontanea, biologicamente necessaria, perché l'umanità russa non cada nello sfacelo più orribile, perché l'umanità russa, assorbita nel lavoro gigantesco, autonomo, della propria rigenerazione, possa sentir meno gli stimoli del lupo affamato e la Russia non diventi un carnaio enorme di belve che si sbranano a vicenda.


Celebrazione del 48° anniversario della Rivoluzione d'Ottobre
di Pietro Secchia (Trieste, 7 novembre 1965)

Cittadini, compagne e compagni, lavoratori di Trieste, noi salutiamo ogni anno, con la più grande gioia nel cuore, la Rivoluzione d'Ottobre del 1917, quest'avvenimento che segna la più grande vittoria nella storia dell'umanità non soltanto per i lavoratori dei paesi socialisti, ma per i lavoratori di tutti i paesi, per i proletari di tutto il mondo.
Sì, la vittoria della Rivoluzione russa è stata per i lavoratori, per gli sfruttati, per gli oppressi la più grande vittoria di tutti i tempi nella storia dell'umanità perché spezzò la dominazione mondiale del grande capitale, diede vita al primo Stato degli operai, dei contadini, dei lavoratori, assestò un colpo formidabile al potere dell'imperialismo e del capitalismo.
Da quel momento la geniale teoria di Marx cessò di essere soltanto un'aspirazione, una speranza, un sogno per diventare vivente, operante realtà nel mondo. La grande Rivoluzione socialista d'Ottobre spezzando nel 1917 un primo anello della catena imperialista diede un immenso contributo allo sviluppo del movimento socialista in tutti i paesi capitalisti e alla liberazione dei popoli coloniali e semicoloniali. Fece fare un prodigioso balzo in avanti a tutto il movimento operaio internazionale, non soltanto alla sua organizzazione, alla sua unità, ma anche allo sviluppo della sua coscienza di classe e socialista.
Non vi è nessun altro avvenimento nella storia che abbia avuto sul corso dello sviluppo sociale e sul destino di tutti i popoli del mondo una così immensa influenza come quella esercitata dalla Rivoluzione d'Ottobre.
Prima che esistesse l'Unione Sovietica non vi era nessuno Stato per il quale milioni di uomini di ogni paese del mondo, in ogni angolo della terra, senza distinzione di nazionalità, di lingua, di razza, di religione, sentissero un attaccamento come lo si sente per una cosa propria, si sentissero legati nella loro sorte, nelle loro speranze, nel loro avvenire, alla vita eall'avvenire di quel paese.
Prima della Rivoluzione socialista d'Ottobre vi erano state sì altre rivoluzioni nel mondo, ma nessuna poteva avere la stessa enorme influenza che ha avuto la Rivoluzione d'Ottobre perché tutte le altre rivoluzioni sostituivano un potere oppressivo con un altro potere oppressivo, non liberavano l'umanità dallo sfruttamento e dalla schiavitù, anche se costituivano un progresso al confronto dei periodi precedenti. In seguito alla rivoluzione borghese, per esempio, il capitalismo trionfò sul regime feudale, conquistò una posizione dominante nella società; impose il suo sistema economico; spezzò le barriere chiuse del regime feudale, diede vita ai grandi Stati nazionali. Ma il regime capitalista non fece altro che sostituire una forma di sfruttamento ormai superata, a un'altra forma di sfruttamento. I lavoratori, gli uomini semplici continuarono a essere sfruttati e oppressi.
Uno dei più grandi, se non il più grande risultato della rivoluzione socialista è stato quello di provare a tutto il mondo che il socialismo non è un'utopia, non è un sogno, non è una illusione.
La rivoluzione e la vittoria nella costruzione del socialismo, sia pure tra mille difficoltà, ostacoli ed errori, la vittoria del socialismo in Russia prima e in seguito in altri paesi, dalla grande Cina al più piccolo paese socialista, dimostrò con i fatti che i lavoratori possono fare a meno degli sfruttatori, sono capaci di produrre, di costruire egualmente, di andare avanti e di progredire.
Immensa è stata la ripercussione internazionale della Rivoluzione d'Ottobre nei paesi capitalisti. Se lo scoppio della Prima guerra mondiale segnava il crollo della Seconda Internazionale e la bancarotta della socialdemocrazia, la vittoria della Rivoluzione d'Ottobre segnava il sorgere di una nuova Internazionale, di una nuova unità del movimento operaio, segnava il sorgere dei partiti comunisti. Dev'essere detto, specialmente ai giovani, che prima della Rivoluzione d'Ottobre non esisteva al mondo nessun partito comunista, nessun partito veramente indipendente, autonomo della classe operaia.
Non c'è dubbio che la generazione degli operai e dei lavoratori di quell'epoca fu, in tutti i paesi e in Italia forse più ancora che in altri, decisamente influenzata dalla Rivoluzione d'Ottobre. Lo stesso nostro partito, il Partito comunista italiano, come d'altronde gli altri partiti comunisti, non sarebbe sorto o sarebbe sorto attraverso difficoltà assai maggiori e non sarebbe ciò che oggi è nella vita nazionale del nostro paese senza la Rivoluzione d'Ottobre.
Il nostro è un partito italiano perché, risultato delle lotte, delle esperienze e delle tradizioni del proletariato italiano, è il partito costruito dai migliori combattenti della classe operaia italiana, affonda le sue radici in tutti gli strati del nostro popolo e nel più vivo della realtà italiana, ma commetteremmo un grave errore se tacessimo che questo nostro partito è pure il risultato delle esperienze e delle lotte del proletariato internazionale. La spinta decisiva alla formazione del pensiero di Gramsci e di Togliatti, degli uomini che furono i fondatori del nostro partito, venne da Lenin e dalla Rivoluzione d'Ottobre. Gramsci fu il primo, ha scritto Togliatti, che in Italia comprese il valore internazionale degli insegnamenti di Lenin, il valore internazionale della Rivoluzione socialista d'Ottobre.
Noi siamo nemici di ogni posizione attesista; siamo avversari di coloro i quali sostengono che la nostra liberazione non può che venire dall'esterno o per la forza di avvenimenti internazionali. Queste posizioni le respingiamo come le posizioni di chi non ha fiducia nelle proprie forze e nella capacità di lotta della classe operaia e dei lavoratori italiani; queste posizioni vanno respinte come le posizioni della sfiducia e della rinuncia alla lotta.
Dobbiamo però sempre considerare la realtà quale essa è. Nessun paese vive isolato nel mondo. La realtà della vita e gli avvenimenti economici e politici si sviluppano come il risultato di lotte e contraddizioni non soltanto nazionali, ma di lotte e contraddizioni internazionali che s'intrecciano, si fondono e confondono e danno un risultato complessivo.
Prendiamo come esempio una qualsiasi lotta, un qualsiasi avvenimento anche di un paese lontano da noi, ciò che accade, per esempio, nel Vietnam, a Cuba o in Indocina, possiamo noi dire che quella lotta, quell'avvenimento non abbia influenza sulla situazione e sulla marcia degli avvenimenti in Europa? La stessa lotta per la pace, per la coesistenza, contro le aggressioni imperialiste è una lotta internazionale. Sarebbe impossibile anche soltanto comprendere la situazione italiana, la politica, per esempio, del cosiddetto governo di centro-sinistra al di fuori degli avvenimenti, dei rapporti e degli sviluppi internazionali, al di fuori dei rapporti con altri Stati.
La Rivoluzione russa è stata quella che ha esercitato la maggiore influenza nel mondo, è stata la più grande, la più entusiasmante, ma anche la più difficile, la più dura delle esperienze, il suo cammino irto di ostacoli, di asprezze, di dolori e di errori. Lenin d'altronde lo aveva previsto.
Non poteva non essere così perché la rivoluzione aveva vinto in un grande paese arretrato, semifeudale, isolato, soltanto in parte industrializzato. Perché facciamo delle sciocchezze? si chiedeva Lenin e rispondeva:
«In primo luogo perché siamo un paese arretrato; in secondo luogo perché la istruzione nel nostro paese è minima; in terzo luogo perché non riceviamo nessun aiuto. Non c'è un paese civile che ci aiuti. Al contrario, tutti lavorano contro di noi. In quarto luogo per colpa del nostro apparato statale. Abbiamo ereditato il vecchio apparato statale, e questa è la nostra disgrazia.»

La rivoluzione più preziosa
È stata dunque la rivoluzione la più difficile, non è stato facile costruire il socialismo, nell'Unione Sovietica, ma è stata la rivoluzione più preziosa, quella che ha dato un immenso contributo a tutti i movimenti rivoluzionari e socialisti del mondo. Se l'Unione Sovietica non avesse saputo o potuto far valere contro tutto e contro tutti le proprie insopprimibili ragioni di vita e di sviluppo, le popolazioni lavoratrici del mondo non avrebbero forse conosciuto per una lunga serie di generazioni altra disciplina che non fosse la schiavitù e la vergogna, altra civiltà e altra democrazia che non fosse quella del fascismo. Durante i lunghi anni in cui maturò la bancarotta della socialdemocrazia, mentre la Repubblica di Weimar naufragava nel nazismo, quella di Madrid nella reazione fascista di Franco, quando il laburismo inglese si prosternava all'imperialismo e negli anni della dittatura fascista Churchill veniva a Roma a inchinarsi a Mussolini; negli anni in cui i dirigenti del partito operaio belga con alla testa i signori De Man, Spaak e soci impegnavano la Seconda Internazionale nella più spudorata esperienza collaborazionista e colonialista, quando in Francia il Partito socialista sotto la guida di Leon Blum, dopo aver abbandonato la Spagna e i repubblicani spagnoli nelle mani degli aggressori, gettavano nella catastrofe il Fronte popolare, allora l'Unione Sovietica, l'Internazionale comunista, i partiti comunisti, nel momento in cui lanciavano l'appello all'unità e sviluppavano una larga politica unitaria per battere il fascismo, non cessarono mai dal condannare i patteggiamenti vergognosi, la collaborazione, la complicità col nemico, non cessarono mai di condannare tutta quella politica che portò alla capitolazione di Monaco e lasciò mano libera agli aggressori nazisti.
Che cosa sarebbe oggi l'Europa senza la forza e l'intervento dell'Unione Sovietica nella Seconda guerra mondiale? Terminata la Seconda guerra mondiale abbiamo avuto la Rivoluzione cinese che ha trionfato dopo una lunga guerra civile in un immenso paese semicoloniale e semifeudale. Vi è stata la conquista del potere da parte degli operai, dei contadini, dei lavoratori in una serie di paesi d'Europa. Si tratta di paesi di ineguale sviluppo e di struttura diversa, dalla Polonia alla Cecoslovacchia, alla Romania, all'Ungheria e a tutti gli altri, dove sono stati instaurati dei regimi diretti dalla classe operaia e dai lavoratori, dei regimi di democrazia popolare dove si costruisce il socialismo.
Ciò è stato possibile, si osserva, in condizioni particolari, con l'aiuto dell'Unione Sovietica, per la presenza in quei paesi e l'aiuto dell'Armata rossa nel corso della Seconda guerra mondiale. Ma a chi fa quest'osservazione occorre dire subito che quella guerra l'Unione Sovietica e l'Armata rossa non l'avevano né voluta, né provocata. Ed era naturale che l'Armata rossa e l'Unione Sovietica in quei paesi ove vennero a trovarsi dessero un aiuto alla vittoria delle forze popolari, delle forze del lavoro. E l'aiuto lo hanno dato anche dopo e continuano a darlo oggi.
Vi è stata nel dopoguerra l'esperienza rivoluzionaria iugoslava e dopo quella altre esperienze dal Vietnam all'Algeria, a Cuba ecc. Ognuna di quelle rivoluzioni con le proprie caratteristiche e particolarità non ripetibili, non applicabili altrove nelle stesse forme, ma ognuna di esse ci offre degli insegnamenti generali che restano. Ognuna di quelle esperienze ci dice qualche cosa, da ognuna di esse il movimento operaio e socialista internazionale ha qualche cosa di importante da ricavare.
La Rivoluzione russa per prima, poi la Rivoluzione cinese e le altre rivoluzioni socialiste, come d'altronde il movimento comunista internazionale, rimangono il fatto dominante dell'epoca nostra. Non soltanto la Rivoluzione socialista d'Ottobre ha dato una spinta decisiva a tutti gli altri movimenti rivoluzionari, a tutto lo sviluppo del movimento operaio e socialista sia nei paesi capitalisticamente sviluppati, sia ai movimenti rivoluzionari dei paesi coloniali e semicoloniali; non soltanto la Rivoluzione russa, l'Unione Sovietica ha dato e da il suo appoggio, il suo aiuto e la sua attiva solidarietà agli altri paesi socialisti, alle altre rivoluzioni, ma ciò non è un fatto del passato. È una funzione alla quale assolve anche oggi. Vi sono stati degli errori anche in queste forme di aiuto, di rapporti e di collaborazione, lo sappiamo; ma gli errori che vi sono o possono esserci stati non devono fare dimenticare a nessuno che senza quell'aiuto e quella collaborazione difficilmente le altre rivoluzioni avrebbero potuto vincere, resistere, difficilmente i lavoratori in altri paesi sarebbero riusciti a mantenersi al potere.
L'Unione Sovietica ha esercitato una grande funzione non soltanto in passato, ma la esercita anche oggi. L'esistenza stessa di un sistema economico che funziona in altro modo, con tutte le conseguenze che ciò comporta sul mercato mondiale, ha modificato e modifica notevolmente la strategia delle classi dominanti. Non possiamo non chiederci quale sarebbe oggi la strategia di queste classi dominanti se non esistesse un mondo socialista, così com'è lecito chiedersi se i gruppi dirigenti dei paesi imperialisti avrebbero accettato la rivoluzione in Indocina, nel Vietnam, in India, in Algeria, a Cuba, altrove se non fosse esistita prima l'Unione Sovietica e poi con l'Unione Sovietica la Cina popolare, gli altri paesi socialisti e il movimento operaio e comunista internazionale.
E anche quando noi sottolineiamo le nostre esperienze, la nuova strada aperta all'Italia, la via italiana al socialismo aperta dalla Resistenza, non possiamo dimenticare che quella nostra Resistenza ha potuto svilupparsi con successo perché sui campi di battaglia d'Italia e di tutta l'Europa eserciti possenti, quelli sovietici alla testa, erano impegnati in una lotta gigantesca contro il fascismo e contro le armate naziste.

La lotta per la pace e per l'indipendenza dei popoli
Due parole su quella che è la situazione internazionale, la cui gravità non può certo essere sottovalutata da alcuno. In questi ultimi tempi abbiamo avuto ed è ancora in corso la feroce aggressione al Vietnam, la più grave di tutte, ma non è la sola; abbiamo avuto i ripetuti tentativi di aggressione a Cuba, abbiamo avuto S. Domingo, i gravi avvenimenti in Indonesia, il colpo di Stato in Brasile e tutta una serie di altri gravi fatti che stanno a testimoniare come gli imperialisti statunitensi conducano una politica aggressiva non solo nel Vietnam, ma in tutta l'Asia, nell'America latina, in Africa e in Europa, paesi che sono divenuti campi di penetrazione e oggetto di conquista per il capitale e i monopoli americani.
Il revanscismo, il militarismo tedesco gode di ogni sorta di appoggio degli Stati Uniti. In seno al Patto atlantico è sempre più evidente l'alleanza tedesco-americana. Gli imperialisti americani fanno di tutto per dare alla Germania di Bonn le armi atomiche e nucleari. Tutti questi gravi fatti indicano chiaramente che nel mondo si è creata una situazione nuova della quale dobbiamo saper cogliere gli elementi essenziali, caratteristici, e ciò per essere in grado di meglio condurre la nostra lotta. Sono accaduti gravi fatti che stanno a indicare come determinate forze imperialiste si oppongano con la violenza all'avanzata democratica delle forze popolari e progressive nel mondo.
Come restare indifferenti di fronte a ciò che negli ultimi tempi è accaduto nel mondo, di fronte alle più vili e sanguinose aggressioni dell'imperialismo americano ai danni del Vietnam e di altri popoli? Tanto più quando non si tratta di casi isolati, ma di una catena di aggressioni, di un metodo, di un sistema, che prova la proterva volontà dell'imperialismo ad affermare con la violenza e col terrore il Suo predominio nel mondo, la sua volontà di voler conservare a ogni costo lo statu quo per cui i popoli che ancora lottano per la conquista dell'indipendenza e della libertà dovrebbero essere condannati per sempre alla servitù, alla fame, alla vergogna.
Il sistema coloniale è stato battuto, spazzato via dalla lotta rivoluzionaria dei popoli, ma non vi è dubbio che gli imperialisti non vogliono rassegnarsi alla nuova situazione nel mondo, alla spinta alla libertà eall'indipendenza che sale in ogni paese, che conquista tutti i continenti, non vogliono rassegnarsi e non hanno rinunciato a esportare la controrivoluzione, né a cercare di ristabilire il loro dominio con i vecchi e i nuovi sistemi di colonialismo e di schiavitù.
E necessario che tutti gli uomini amanti della pace si uniscano per bloccare l'aggressore, per salvare la pace finché si è in tempo. Non si può aspettare a lottare contro le aggressioni, non si può aspettare a lottare contro la guerra sino a quando le bombe ci cadranno sulla testa. Non si può rinviare la lotta per la pace, la lotta contro la guerra sino al giorno in cui essa fosse scatenata perché allora per molte regioni del mondo e per le popolazioni impegnarsi in questa lotta sarebbe troppo tardi.
Queste cose erano, sono solennemente affermate in un documento approvato esattamente 5 anni fa, di questi giorni, in una grande conferenza che riunì a Mosca (il 7 novembre 1960) 81 partiti comunisti. Vogliamo vedere che cosa si diceva in quel documento?
«Gli imperialisti degli Stati Uniti lavorano attivamente per creare un focolaio di guerra anche in Estremo Oriente. In combutta con i circoli dirigenti reazionari giapponesi, calpestando l'indipendenza nazionale di quel popolo e la sua volontà, essi hanno imposto al Giappone un nuovo trattato militare, che persegue scopi aggressivi diretti contro l'Unione Sovietica, la Repubblica popolare cinese e altri Stati amanti della pace. Gli aggressori americani hanno occupato l'isola di Formosa appartenente alla Repubblica popolare cinese e la Corea del Sud. Essi si inseriscono sempre più negli affari del Vietnam meridionale. Hanno fatto di questi paesi focolai di provocazioni militari e di pericolose avventure. Minacciando di aggressione Cuba, inserendosi negli affari dei popoli dell'America latina, dell'Africa e del Vicino Oriente, gli imperialisti americani cercano di suscitare nuovi focolai di guerra in varie parti del mondo. Gli imperialisti americani utilizzano forme di unioni regionali come, per esempio, l'Organizzazione degli Stati americani, per continuare a esercitare il loro controllo economico e politico e per coinvolgere i paesi dell'America latina nella realizzazione dei loro piani aggressivi. L'imperialismo americano ha creato un enorme apparato militare e non vuole permetterne la smobilitazione.
«Nella Germania occidentale è risorto il militarismo; si accelera la ricostituzione dell'esercito regolare di massa sotto il comando dei generali hitleriani; questo esercito viene dotato dagli imperialisti americani di armi atomico-missilistiche e di altri modernissimi mezzi di sterminio.
«L'imperialismo americano ha coinvolto molti paesi in blocchi militari (NATO, CENTO, SEATO e altri), ha avviluppato il cosiddetto "mondo libero " e cioè i paesi capitalisti dipendenti dall'imperialismo americano, nella rete delle proprie basi militari, puntate prima di tutto contro i paesi socialisti. L'esistenza di questi blocchi e basi militari costituisce una minaccia alla pace generale e alla sicurezza; non solo calpesta la sovranità, ma minaccia l'esistenza stessa degli Stati che concedono i loro territori per installarvi basi militari americane. »
Si potrebbe continuare nella lettura di questo interessante documento, ma non è necessario. Ho voluto richiamare quelle parole perché mi sembra importante sottolineare come quell'analisi della situazione si è dimostrata giusta, è stata confermata pienamente dai fatti. Non mi sembra sia senza importanza in un momento in cui in Italia e nel mondo è abbastanza grande il disorientamento, la confusione, nel momento in cui i vari Pietro Nenni continuano a seminare sfiducia e a battere la grancassa del fallimento del comunismo, non mi sembra sia senza importanza dimostrare, documenti alla mano, come la capacità di analisi e di previsione di questo nostro tanto calunniato movimento comunista ancora una volta si sia dimostrata giusta, la più giusta e la più valida. Cinque anni or sono, in quell'analisi, i partiti comunisti prevedevano come l'imperialismo americano avrebbe acceso nuovi focolai di guerra nell'Estremo Oriente, nell'America latina, avrebbe messo in pericolo la pace nella stessa Europa. Tutto questo si è esattamente verificato.
Tutte queste Cassandre che ci vorrebbero insegnare la strada non ci stavano forse cinque anni or sono facendo l'esaltazione del miracolo economico, del neocapitalismo, delle nuove strade dell'imperialismo americano, della sua nuova politica basata sulla comprensione, sulla ragionevolezza, su un nuovo indirizzo democratico e pacifico? È vero, abbiamo avuto l'intermezzo di Kennedy, ma abbiamo visto tutti in qual modo lo hanno fatto tacere.
La Conferenza degli 81 partiti comunisti nel novembre I960 non si era limitata a indicare qual era la politica degli Stati Uniti, ea quali pericoli si andava incontro, ma aveva anche indicato i mezzi per farvi fronte.
«Nella lotta per scongiurare una nuova guerra», diceva la Risoluzione, «la storia ha assegnato una particolare responsabilità alla classe operaia internazionale. È giunto il momento in cui è possibile stroncare i tentativi degli aggressori imperialisti di scatenare la guerra mondiale. Con gli sforzi congiunti del campo socialista mondiale, della classe operaia internazionale, del movimento di liberazione nazionale di tutti i paesi che si battono contro la guerra e di tutte le forze amanti della pace, la guerra mondiale può essere scongiurata. Spetta alla classe operaia di tutto il mondo», diceva la Risoluzione degli 81 partiti comunisti, «consolidare le proprie file per salvare l'umanità dalla catastrofe di una nuova guerra. Nessuna divergenza su problemi politici, religiosi o di altra natura deve impedire la coesione di tutte le forze della classe operaia contro il pericolo di guerra. È giunta l'ora di contrapporre alle forze della guerra la ferma volontà e la volontà d'azione di tutti i reparti e di tutte le correnti del proletariato internazionale, di unire tutte le sue forze per scongiurare la guerra e per mantenere la pace.»
Sono trascorsi da allora esattamente cinque anni e non credo possiamo essere soddisfatti né del grado di sviluppo delle lotte contro il pericolo di guerra, e neppure - dobbiamo guardare chiaramente di fronte la realtà - del grado di sviluppo dell'unità del movimento operaio e del movimento comunista internazionale.

Solidarietà col Vietnam
L'Unione Sovietica e i paesi socialisti hanno dimostrato con i fatti la loro concreta solidarietà verso il Vietnam e verso tutti i popoli che lottano per la loro indipendenza, non hanno mai concepito e non concepiscono la coesistenza come lo statu quo. Anche noi naturalmente non concepiamo, anche i partiti comunisti dei paesi capitalisti non concepiscono la coesistenza come lo statu quo, e riconosciamo legittimo il diritto di ogni popolo a lottare per la sua indipendenza e a decidere liberamente delle sue sorti. Tuttavia non possiamo non sentire forte la necessità di operare con maggiore slancio, con più forte energia, con tutto il nostro impegno sia per rafforzare la lotta per la pace e in difesa dei popoli aggrediti dall'imperialismo, sia per rafforzare l'unità del movimento comunista e operaio internazionale. Ledue questioni vanno di pari passo poiché la necessità di un maggior impegno e di maggiori successi nella lotta per la pace esige un rafforzamento dell'unità del movimento comunista e operaio internazionale. Se questa unità si indebolisce i gruppi più aggressivi dell'imperialismo ne approfittano e se ne avvantaggiano.
Di fronte all'accentuata aggressività dei gruppi imperialisti e in particolare dell'imperialismo americano, c'è chi si chiede se è ancora valida l'impostazione strategica della politica della coesistenza pacifica.
Senza dubbio, rispondiamo, l'impostazione strategica della coesistenza pacifica è sempre valida, purché la nostra azione sia adeguata alla situazione nuova che si è venuta creando nel mondo e alla quale male si adattano vecchi schemi. La politica della coesistenza pacifica come qualsiasi altra politica è una lotta, si urta, si scontra con altre forze che non la vogliono e non la accettano. Si tratta di lottare per riuscire a farla trionfare, ma poiché non ci siamo soltanto noi a lottare ma c'è anche il nemico, lo sviluppo degli avvenimenti non è sempre quello che desidereremmo. Anche la politica della coesistenza ha «subito», come dicono le tesi dell'XI Congresso del nostro partito, «una netta battuta d'arresto». La politica della coesistenza s'è scontrata e si scontra con difficoltà e ostacoli, con i colpi del nemico che non possiamo né ignorare, né sottovalutare.
Il solo modo per sviluppare e portare avanti con successo la politica della coesistenza pacifica, di rafforzare la lotta per la pace è proprio quello di tener conto delle aggressioni in corso, delle possibilità che ve ne siano altre in futuro, è quello di tener conto delle esperienze che scaturiscono dalle lotte condotte in questi anni, delle debolezze che si sono manifestate nel condurre queste lotte, delle debolezze che si sono manifestate anche nel movimento comunista, nel movimento operaio e nel movimento antimperialista e nella sua unità. Dobbiamo tenerne conto e operare efficacemente per superarle se vogliamo bloccare l'aggressività dell'imperialismo americano.
Per sviluppare con forza e in modo conseguente la politica della coesistenza, la lotta per la pace non possiamo chiudere gli occhi davanti ai pericoli di guerra, davanti alle aggressioni imperialiste e dobbiamo preparare adeguatamente il partito, la classe operaia, i lavoratori, li dobbiamo preparare politicamente e ideologicamente a sempre possibili brusche svolte della situazione. Dobbiamo anche in Italia accentuare la lotta per la pace, per la indipendenza del nostro paese contro la soggezione economica, politica e militare all'imperialismo statunitense. Nel momento in cui i pericoli di guerra aumentano devono essere accentuate la nostra azione e le nostre iniziative affinché il popolo italiano si liberi dalle basi militari straniere e dal grave peso delle basi atomiche per il pericolo che esse rappresentano, per le spese militari che comportano e per la minaccia permanente alla nostra sovranità nazionale, alla libertà del popolo italiano.
E devono essere altresì portate avanti tutte le iniziative atte a rafforzare l'unità del movimento comunista e operaio internazionale.

Per l'unità del movimento comunista e operaio internazionale
L'unità del movimento comunista e operaio internazionale è oggi più difficile da realizzare che non in passato per la complessità della situazione, per la diversità delle condizioni in cui operano i partiti operai e comunisti, i movimenti rivoluzionari e gli stessi paesi socialisti nel mondo.
Nel mondo sono in corso lotte molteplici che impegnano contemporaneamente forze diverse e toccano interessi diversi. Voglio accennare soltanto a due di queste lotte, ambedue fondamentali. Lotte di principio, come è detto nel progetto di tesi per il nostro XI Congresso: la grande lotta fondamentale per la pace, per la coesistenza pacifica e la lotta pur essa fondamentale che i popoli oppressi conducono per la loro indipendenza, per la loro libertà.
Queste due grandi battaglie si svolgono contemporaneamente in un mondo pieno di contraddizioni (in un mondo dove la lotta e la contraddizione principale è tra socialismo e imperialismo). Orbene ambedue queste lotte, quella per la pace e quella per l'indipendenza dei popoli, devono esser portate avanti con successo, posson sembrare in un certo senso contraddirtene; nello stesso tempo sono pienamente solidali, devono essere articolate e coordinate fra di loro. Le due lotte, quella per la pace e quella per l'indipendenza dei popoli, sono strettamente legate tra di loro. Non vi può essere pace se non c'è coesistenza e amicizia tra i popoli e non vi può essere coesistenza pacifica se non è riconosciuto e garantito a ogni popolo il diritto alla sua libertà, alla sua indipendenza, il diritto di decidere liberamente delle sue sorti.
Quando noi affermiamo che non devono essere esportate né la controrivoluzione, né la rivoluzione non intendiamo minimamente misconoscere o sottovalutare il diritto di ogni popolo alla sua indipendenza, a decidere liberamente delle sue sorti, né sottovalutiamo la grande importanza e la necessità della piena e attiva solidarietà da parte del proletariato internazionale, del movimento socialista mondiale con i popoli aggrediti dall'imperialismo.
Non è sempre facile e semplice coordinare le lotte per la liberazione e l'indipendenza dei popoli con le lotte per la pace, le lotte dei movimenti di liberazione con le lotte del movimento operaio occidentale e quelle dei paesi socialisti, ma tuttavia questo è il compito della classe operaia, questo è il compito nostro, dei comunisti. Riuscire a opporre all'imperialismo una efficace e coordinata strategia unitaria, questo è il contributo di effettiva e reale solidarietà che noi possiamo dare al Vietnam e ai popoli che lottano per difendere la loro indipendenza, la loro libertà.
Nessuna occasione dobbiamo lasciarci sfuggire e tutte le iniziative dobbiamo appoggiare che abbiano lo scopo di rafforzare l'unità e la solidarietà del movimento comunista e operaio internazionale. Non basta certo fare delle conferenze per risolvere i problemi, può darsi che in certi momenti potrebbe anzi essere dannoso tenere delle conferenze, ma non possiamo essere per principio contrari alle conferenze dei partiti comunisti. E in questo momento ognuno sente più che mai la necessità che i rappresentanti dei partiti comunisti, dei movimenti operai, rivoluzionari e antimperialisti si incontrino non per dibattere questioni controverse, ma per discutere sui problemi concreti della lotta contro le aggressioni imperialiste, per coordinare comuni azioni di solidarietà, comuni iniziative di solidarietà internazionale a favore del Vietnam e dei popoli che ancora oggi si battono per la loro indipendenza, a favore dei paesi che ancora oggi sono oppressi, come la Spagna e il Portogallo, dalla dittatura fascista.
La lotta per la pace è senza dubbio una questione di principio, ma sono per noi altresì questioni di principio il diritto dei popoli alla loro libertà e indipendenza, e l'internazionalismo proletario, la concreta attiva solidarietà con i popoli aggrediti dall'imperialismo o oppressi dal fascismo.
Quanto sta avvenendo in questi giorni in Indonesia, per esempio, non riguarda soltanto il popolo indonesiano e il suo eroico Partito comunista, ma interessa direttamente e riguarda tutti i popoli, tutti coloro che nel mondo lottano contro l'imperialismo, lottano per la pace, lottano per il socialismo. Questi sono insegnamenti essenziali e sempre vivi del leninismo.
È vero che c'è chi vorrebbe mettere il leninismo in soffitta o sminuirne la portata parlando dei princìpi del leninismo come princìpi scaturiti da «analisi condizionate dalle particolarità dello Stato zarista russo».
Il leninismo come teoria della rivoluzione si presenta sempre vivo nella piena validità del suo contenuto e nel suo slancio ideale contro le deformazioni e contro tutti i revisionismi. Non si tratta di restare legati alla lettera del marxismo e del leninismo, ma di restare fedeli alla sostanza di questa dottrina che come nessun'altra ha esercitato e esercita una enorme influenza culturale, politica, liberatrice presso tutti i popoli del mondo.
«Invano», ha scritto Togliatti, «si sono sforzati di diminuire la grandezza di Lenin i pigmei della nostrana filosofia, affrettatisi a scoprire due decine di anni dopo il trionfo della Rivoluzione d'Ottobre, che questa rivoluzione e la rinascita di venti popoli e l'edificazione di una società nuova che le tennero dietro non sono altro che episodi della storia della Russia. Acutissima scoperta veramente degna dei profeti dello "storicismo assoluto"! Anche la grande Rivoluzione francese fu un episodio della storia della Francia; ma figlia di un movimento di pensiero e di uno scatenamento di forze reali che sconvolsero dal fondo alla cima la vecchia società feudale, essa fu generatrice per tutta l'Europa e per il mondo intero di un nuovo ordinamento sociale e politico, punto di partenza di nuove correnti ideali e pratiche, faro di una nuova civiltà. È vano negare al pensiero e all'opera di Lenin questo stesso carattere che la storia ha sancito, che i popoli comprendono, che la classe operaia afferma, e in Russia e fuori della Russia, con tutto il suo orientamento attuale.
La grandezza di Lenin è la grandezza stessa del marxismo, di cui egli fu il seguace più ortodosso, ma che egli seppe rinnovare e sviluppare da un lato liberandolo dalle incrostazioni pedantesche del riformismo che ne soffocavano l'anima rivoluzionaria e facendolo progredire, dall'altro lato, con l'analisi esatta dei caratteri della nuova tappa imperialistica del regime capitalista, con la elaborazione e applicazione conseguente della dottrina della rivoluzione proletaria e della costruzione e attività del partito cui spetta dirigerla.
«Il marxismo di Lenin è il marxismo vero, vivente, capace di penetrare la realtà del mondo moderno in tutti i suoi aspetti, di comprenderla, di adeguare a essa tutta l'azione delle classi lavoratrici e dei popoli.
«Non si può dire marxista oggi, chi non si dice nello stesso tempo leninista. «Due cose Lenin aveva tra l'altro preveduto nella sua profonda analisi del mondo moderno. La prima è che lo sviluppo dell'imperialismo era necessariamente legato all'affermarsi nei paesi imperialistici di movimenti di esasperata e barbara reazione, quali sono stati l'hitlerismo in Germania e il fascismo tra di noi. L'altra è che nel processo storico della rivoluzione socialista avrebbero trovato il loro posto non soltanto dei rivolgimenti democratici, ma delle guerre di liberazione nazionale dirette contro la reazione imperialistica.»
È alla luce della dottrina del marxismo edel leninismo che il socialismo da utopia è diventato realtà e che i lavoratori hanno, in modo e condizioni diverse, conquistato il potere in una serie di paesi.
Non si tratta, ripeto, di restare fedeli a dei dogmi, ma di restare noi stessi, di restar fedeli contro tutte le pressioni che vengono dal di fuori, che vengono dal nemico di classe, di restare fedeli non alla lettera, ma ai principi fondamentali del marxismo e del leninismo che sono i princìpi della lotta per il socialismo, quella lotta e quei principi che hanno dato a intere generazioni di operai, di lavoratori, una passione rivoluzionaria, un dinamismo, un coraggio, che hanno maturato una coscienza socialista in milioni e milioni di lavoratori di ogni paese. È nel nome di questi princìpi, alla luce di queste esperienze che noi ci impegniamo a operare con slancio per portare al partito molti nuovi aderenti, per conquistare nuovi giovani combattenti per il trionfo della grande causa dei lavoratori edel socialismo in Italia.
Le generazioni anziane o vecchie come si usa dire non hanno risolto tutti i problemi. Hanno fatto, abbiamo fatto quello che fummo capaci di fare nella situazione data, non senza debolezze, non senza lacune, non senza errori. Ma qualche cosa è stato fatto anche nel nostro paese, siamo andati avanti. C'è senza dubbio ancora molto da fare. C'è tutta una società da rinnovare. È al socialismo che vogliamo, che dobbiamo arrivare. Con la Resistenza e la lotta di liberazione abbiamo sconfitto il fascismo. Oggi le giovani generazioni si trovano a operare in un'Italia dove non esiste più il fascismo, dove non esiste più il regime della dittatura totalitaria e del terrorismo. Ma del fascismo permangono ancora le radici, restano i gruppi monopolistici che dominano nel nostro paese, resta il regime del grande capitale. Molto ci rimane da fare per andare avanti, per eliminare tutto ciò che dev'essere eliminato, per fare trionfare nel nostro paese la giustizia, la libertà, il benessere, in una parola per realizzare il socialismo in Italia.
Questo è il compito delle generazioni di oggi, questo è il compito di tutti noi. Per questo, per lottare per questi obiettivi, per rovesciare l'attuale governo di centro-sinistra, che fa soltanto gli interessi dei grandi monopoli, per sviluppare una larga politica di unità tra i lavoratori socialisti, comunisti, cattolici, di ogni corrente e senza partito, per creare le condizioni del sorgere di una nuova maggioranza nel nostro paese, per attuare finalmente quelle riforme fondamentali, quel rinnovamento della nostra società, per cui da tempo lottiamo, abbiamo bisogno di portare al partito molti lavoratori, giovani e anziani, affinché dedichino al partito, alla classe operaia, alla causa del socialismo tutte le loro fresche energie. Abbiamo bisogno di maggiori forze, di maggiori energie non soltanto per salutare come entusiasticamente salutiamo l'anniversario della Rivoluzione d'Ottobre, ma per lottare affinché il socialismo possa trionfare anche in Italia.

Evviva la Rivoluzione socialista d'Ottobre! Evviva il Partito comunista italiano!

Il 16 in piazza per il lavoro, i diritti e la democrazia

di Gianni Pagliarini, responsabile Lavoro PdCI-FdS

Nonostante i tentativi operati dal governo per nascondere palesemente gli effetti della crisi nella vita delle lavoratrici e dei lavoratori, la drammatica situazione occupazionale nel nostro Paese è sotto gli occhi di tutti. Per poter intervenire con efficacia, noi comunisti riteniamo vadano intrecciate la questione politica e la questione sociale.

In questi ultimi anni il lavoro è stato svalorizzato, frammentato e precarizzato e siamo in presenza di un attacco ai diritti sul lavoro che non ha precedenti.

Basta pensare alle proposte del Governo in discussione in Parlamento, che riguardano il collegato al lavoro, che prevede la sostituzione dei giudici e dei tribunali con arbitri, l’attacco allo Statuto dei lavoratori e al Testo Unico sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, e più in generale l’azione portata avanti dal padronato con l’assenso del governo tesa a mettere in discussione il diritto delle lavoratrici e dei lavoratori a poter liberamente contrattare la propria prestazione lavorativa.

La destra che governa il Paese e il sistema delle imprese, ci raccontano che in conflitto capitale-lavoro è cosa superata, in realtà stanno dicendo che il lavoro come soggetto portatore di diritti non deve più esserci. In questo modo le lavoratrici e i lavoratori divengono pura merce e un’appendice dell’impresa.

Per contrastare questo progetto occorre ricostruire le condizioni per una nuova politica industriale di qualità, al cui centro deve esserci la ricerca, l’innovazione e una rinnovata attenzione ad uno sviluppo compatibile con il rispetto ambientale, cosi come va definito un intervento fiscale all’insegna della giustizia sociale utile a determinare un’equa redistribuzione della ricchezza e un aumento del reddito per lavoratori e pensionati.

Vogliamo rimettere al centro il tema della democrazia, una parola-chiave sia se pensiamo al vulnus accertato nel nostro Paese, sia se volgiamo lo sguardo alle vertenze sindacali, all’impossibilità per i lavoratori di esprimersi sulle scelte che li riguardano e agli inaccettabili accordi separati firmati nell’ultimo anno.

Forti di questi principi, i comunisti vogliono “entrare” nel conflitto e nei problemi concreti delle persone. Lo abbiamo fatto sostenendo le lotte nei luoghi di lavoro e lo faremo con grande convinzione il 16 a Roma, scendendo in piazza al fianco della Fiom-Cgil.

Direzione Nazionale del PdCI

Il 17 e 18 luglio si è riunita a Roma la Direzione Nazionale del Partito, allargata alle Segreterie di Federazione.
In attesa della pubblicazione ufficiale dei documenti, pubblichiamo la relazione conclusiva del Segretario Oliviero Diliberto.

Procaccini: i comunisti e le Marche

Cesare Procaccini
La crisi occupazionale investe, ormai in modo drammatico, anche le Marche. Da nord a sud grandi imprese sono in difficoltà o hanno chiuso, con migliaia di lavoratori senza salario e con la cassa integrazione in scadenza oppure scaduta. I due esempi più eclatanti, la A. Merloni di Fabriano e la Manuli di Ascoli Piceno, rappresentano solo una parte di una realtà più grave.
Di fronte a ciò permane tuttavia una sottovalutazione rispetto ad un’altra grande “fabbrica” in crisi che sta anch’essa per chiudere ed è il pubblico impiego, i cosiddetti statali, che via via vengono espulsi dal lavoro molto più subdolamente, se possibile, del settore privato, attraverso il blocco delle piante organiche o per legge, prevedendo la metà di addetti rispetto a prima per le diverse mansioni, ad iniziare dalla scuola per continuare nella sanità e nel trasporto pubblico, per non parlare degli enti locali, dove da anni molti servizi sono già stati appaltati per carenza di organico.
In questo contesto il federalismo fiscale rappresenta una miscela esplosiva che accentua il divario fra zone ricche e zone povere. I tagli del governo a regioni ed enti locali di questi giorni non sono “una manovra” occasionale, ma un federalismo voluto dalla lega e votato da Di Pietro con l’astensione del PD. Si è già spezzata l’unità del paese nel senso della solidarietà nonché dei diritti declassati ad opportunità.
Di fronte a ciò stride la mancanza di opposizione e nelle Marche stride ancor di più lo spostamento a destra del PD che, anziché consolidare ed allargare il centro sinistra, si è alleato con l’UDC accettando il veto anticomunista. “O noi o loro”, ha tuonato l’ UDC; “obbedisco” hanno risposto il PD e Spacca, che si sono dimostrati deboli e subalterni, inaugurando la stagione dei “Voltafaccia” e dando un colpo alla credibilità della politica. Dopo 15 anni di centro sinistra nelle Marche senza colpo ferire, il PD e Spacca hanno accettato un vero e proprio ricatto, dimostrando debolezza ed inaffidabilità rispetto agli impegni presi, mentre i comunisti sono stati leali verso il PD ed il centrosinistra, a Senigallia ed a Macerata loro ci hanno pugnalato alle spalle. L’asse PD-UDC-IDV presuppone una linea diversa dal centrosinistra e cambia i connotati delle scelte, non è un caso che la nuova giunta già pensi ad accentuare l’aziendalizzazione nella sanità e a privatizzare alcuni servizi pubblici.
Nostro malgrado ci hanno consegnato una condizione di opposizione, che dobbiamo utilizzare per aprire contraddizioni in seno alla maggioranza e per portare avanti le nostre proposte, alcune delle quali sono leggi, come la continuità di impresa in forma cooperativa e la legge contro la delocalizzazione, sapendo che sarà difficile perché la nostra forza in consiglio regionale si è ridotta.
Noi ed il PRC avevamo cinque consiglieri regionali, oggi ne abbiamo uno. Nel 2005 la somma dei voti PdCI- PRC equivaleva al 12%, oggi con lista unica al 3,85%, tuttavia il risultato per noi non è da disprezzare, perché l’eletto (R. Bucciarelli) è del PdCI ed in questo senso deve aumentare la responsabilità verso il partito con un’azione che ne esalti la politica.
Il nostro partito nelle Marche non è adeguato, nonostante la buona volontà, a fronteggiare rapporti di forza così sproporzionati, inoltre anche il PdCI in diverse realtà significative, in quasi tutte le provincie della regione ha visto dileguarsi dirigenti ed amministratori vari, il che è un po’ fotografia di una società dove prevale l’individualismo, il carrierismo ed il trasformismo in politica, che assume il significato di una vera e propria questione morale. Il nostro partito è ancora una piccola organizzazione che tuttavia coltiva una grande storia, ma se non vuole essere travolto da fenomeni di opportunismo, che pure lo hanno attraversato, deve riprendere con serietà le regole e i valori dell’attaccamento al partito, del disinteresse, della moralità e del rispetto dello statuto del partito.
Occorre perseguire con la massima apertura l’opera di rinnovamento del partito, la valorizzazione di quadri giovani, la costruzione della FGCI, ma sempre con una seria valutazione di tipo ideale, per evitare il più possibile situazioni in cui persone che si “presentano bene” utilizzino il partito per la propria carriera o per il proprio interesse. Il primo antidoto è quello di diventare un partito più grande, più numeroso ed è per questo che dobbiamo ritesserare tutti gli iscritti persi per inerzia, per pigrizia o per i troppi impegni di un gruppo di attivisti sempre più ristretto.
Alla fin fine la perdita di iscritti porta alla perdita di voti, perché si diventa impercettibili anche al “nostro popolo” che alla fine ci percepisce inutili. Quale opera migliore di controinformazione può esserci del tesseramento, non diciamo di massa, ma almeno come quello degli anni precedenti? In ciò si deve dare al tesseramento al partito un valore politico, nel senso che si devono”promuovere” quelle compagne e quei compagni che vanno a “fare le tessere”, tanto più che siamo impegnati per l’unità dei comunisti che, purtroppo, il PRC non vuole nella totalità del suo gruppo dirigente.
Noi vogliamo un partito unico, vogliamo la fusione del PdCI e del PRC in un solo PC, ma se oggi questo non è possibile, proviamo almeno a far diventare un po’ più grande il PdCI, che è condizione essenziale per l’unità dei comunisti, della sinistra e delle forze democratiche. L’unità contro la destra in difesa della costituzione rimane per i comunisti italiani l’asse della loro politica generale, ciò vale anche nelle Marche, dove il PD ha operato una scelta anticomunista, ma l’ unità non significa subalternità ed è per questo che da sempre concepiamo unità ed autonomia come un binomio inscindibile.

Cesare Procaccini, Segretario Regionale del PdCI
________________________________________
Sito web del Comitato Regionale del Partito dei Comunisti Italiani:
www.comunisti-italiani-marche.it

L’esigenza sociale e storica del partito comunista e la lotta dei comunisti per costruirlo

diliberto
l’Ernesto incontra Oliviero Diliberto, segretario nazionale del PdCI
a cura di Francesco Maringiò
su l'Ernesto Online del 25/05/2010

Costretto ad un lungo periodo di riposo, a causa di un serio incidente al ginocchio, il compagno Oliviero Diliberto, segretario nazionale del PdCI, non sembra affatto sotto tono, quando ci accoglie nella sua casa. E lì, circondato dai suoi tanti e amati libri ed una graziosa gattina che ci gira attorno, inizia a parlare. Ed è un fiume in piena. «Accordo di governo, dopo le prossime elezioni nazionali? Sarebbe un errore, un guaio sia per noi che per il Pd, mentre ciascuno dovrà fare la sua, differente, parte. Questa è una crisi di sistema e per uscirne bisogna cambiare il sistema. Del resto i temi posti dai comunisti sono oggi, rispetto alla crisi strutturale del capitale e alle accelerazioni iperliberiste dell’Unione europea, più attuali che mai. Il punto è che occorrerebbe un partito comunista forte, radicato, di lotta e questo partito non c’è. Occorre risolvere il problema, contribuire alla costruzione di un partito comunista di questo tipo. E’ per questo che abbiamo lanciato, ormai da tempo (e solo parzialmente ascoltati) il progetto dell’unità dei comunisti. I comunisti e le comuniste bisogna unirli e unirle. Noi continueremo a lavorare per questo obiettivo e porteremo avanti questo progetto con tutti coloro che saranno disponibili».

-

D. Una prima domanda sulla cogente attualità. Credi che si stiano determinando le condizioni per elezioni anticipate?

R.
È molto probabile. È difficile che il Governo possa reggere alla crisi ed ai continui scandali, oltre alla rottura stessa che si è andata consumando nel Pdl. E poi Berlusconi ha tutto l’interesse ad andarci. La scadenza del 2013 è in contrasto con i suoi interessi personali perché non potrebbe candidarsi a Presidente della Repubblica. Non è inverosimile pensare che le elezioni politiche possano tenersi insieme alle prossime elezioni amministrative.

D. E secondo te, allora, cosa dovrebbero fare le forze della sinistra e, in particolar modo, i comunisti? Ripetere l’esperienza del 2006 e l’accordo di governo col centro-sinistra?

R.
Obbiettivamente oggi non vedo alcuna condizione per un patto di governo. Un accordo di questo tipo, oggi sarebbe un guaio sia per noi che per il Pd : troppo distanti i progetti e i programmi. Invece un largo fronte democratico che contrasti la peggiore destra di tutta Europa è auspicabile. E mi auguro che vi siano le condizioni per cambiare la legge elettorale che è folle, obbliga a formare schieramenti eterogenei e crea un Parlamento che non rispecchia il Paese, visto che di fatto non è eletto ma nominato. Noi comunisti dobbiamo lottare e muoverci politicamente per il ritorno alla legge proporzionale : è una richiesta che dobbiamo avanzare e per la quale dobbiamo mobilitarci. Altra questione è la risoluzione del conflitto d’interessi. Berlusconi, col suo dittatoriale monopolio dell’intero mondo televisivo ha trasformato un intero popolo di telespettatori in suoi elettori. Da questo punto di vista, dal punto di vista dell’organizzazione degenerata dell’organizzazione del consenso la situazione italiana è di una gravità inaudita: non solo è ora ma è già tardi per riportare la democrazia su questo terreno e togliere a Berlusconi questo strapotere.

D. Concentriamoci sull’ Unione europea e sulla crisi che la sta attraversando. E' questa, una crisi passeggera?

R.
Se si analizzano le questioni si capisce come questa crisi non sia affatto ciclica e passeggera. Essa è dovuta alla finanziarizzazione del mercato (denaro che genera altro denaro) che ha colpito paesi diversissimi tra di loro, non necessariamente fragili dal punti di vista economico. E questo perché ci troviamo di fronte ad una vera e propria crisi capitalistica di sistema.

D. Questo vuol dire che ci troviamo di fronte a sconvolgimenti che cambieranno nel profondo l’Unione Europea e l’Eurozona?

R.
Io temo che ci si stia avviando verso due euro-zone. La prima, forte, guidata dalla Germania. Ed una seconda, più debole, che è l’eurozona mediterranea (Portogallo, Spagna, Italia e Grecia) a cui verrà applicato un cambio diverso. Il che renderebbe tutto molto più complesso ed esporrebbe questi paesi al rischio di forti speculazioni finanziarie, che in parte stanno già avvenendo. Tutto questo si innesta su una crisi più complessiva che vede un attacco contro l’euro da parte degli Stati Uniti d’America e di alcuni speculatori europei.

D. Perché questo?

R.
Fondamentalmente, perché l’euro è una moneta sui generis, priva di uno Stato nazione.

D. Si è parlato infatti di una moneta senza uno stato ed una politica economica.

R.
Esattamente. E proprio questo essere una moneta senza Stato, fa dell’euro un paradigma emblematico del capitalismo, dove la politica viene cancellata e rimane solo il denaro.

D. Ma allora cosa pensi di questa Europa?

R.
Questa Europa semplicemente non esiste. Voglio essere più esplicito: alcuni di noi hanno coltivato anni addietro l’idea che potesse nascere un’Europa politica, espressione dei popoli europei e con poteri decisionali, così che potesse formare un polo alternativo agli Usa. Ma tutto questo non è avvenuto e forse non poteva nemmeno avvenire. Lo dico con rammarico, ma bisogna prenderne atto, del resto gli Usa hanno lavorato sui singoli governi amici per impedire che si arrivasse ad un’unità politica. E la crisi sta ancora di più acuendo le difficoltà dell’Europa, rendendone impossibile la compiutezza di progetto politico, ma anzi disgregandola ancora di più, al punto che oggi, il Parlamento europeo è un vuoto simulacro, privo di poteri decisionali e di indirizzo.

D. Come si esce da questa crisi allora?

R.
Come ho già detto prima, questa è una crisi di sistema. E allora non ci sono tante alternative: per uscire da una crisi di sistema bisogna cambiare il sistema. Il che, evidentemente, non vuol dire che io veda nell’immediato le condizioni per poterlo fare. I comunisti però hanno il compito di indicare una prospettiva di cambiamento radicale del sistema. Oggi più che mai la crisi rende attualissime le vecchie intuizioni contenute nel III libro del Capitale di Marx. Egli viveva in una economia con uno stadio embrionale di finanziarizzazione, ma aveva già allora lucidamente individuato i rischi enormi connaturati nel passaggio dalla fase in cui “merce produce denaro” a quella in cui “denaro produce denaro”. Ma tutto questo è intrinsecamente connaturato con il capitale. Oggi chi è comunista è più che mai attuale.

D. Ci sono, dunque, le condizioni per la ripresa della lotta e del conflitto? In Europa, in fondo, ci sono esempi che vanno in questa dimensione, basta vedere quello che accade in Grecia...

R.
La ripresa delle lotte c’è. Ma proprio la Grecia ci dice che questo avviene se c’è un forte Partito Comunista, come il KKE, e un sindacato di classe. Non è l’unica condizione, ma è assolutamente indispensabile, altrimenti - come vediamo in Italia - le lotte sono parcellizzate ed incapaci di rappresentare gli interessi complessivi dei lavoratori.

D. E’ centrale il ruolo del KKE ...

R.
Assolutamente. In Grecia c’è un Partito Comunista forte, organizzato, che rasenta il 10% del voti, con strutture, militanti, organi di stampa: è un partito di massa. E quindi è in grado anche di essere parte integrante di queste lotte. In Italia invece noi dobbiamo ricominciare da capo, ed è evidente che il nostro cimento è quello di costruire una soggettività di radicale opposizione al capitalismo che sia in grado di proporsi come una speranza, una guida per il futuro.

D. Ma il KKE non parla solo al popolo greco. Nel loro striscione all’Acropoli di Atene i comunisti hanno invitato i popoli di tutta Europa a ribellarsi.

R.
I greci hanno un fortissimo senso dell’internazionalismo che è figlio della loro storia e della loro precisa identità politica. Per cui non mi sono stupito, anzi ho condiviso questo appello. Bisogna vedere quanti sono in grado di raccoglierlo. La parcellizzazione delle forze della sinistra di classe e degli stessi comunisti a livello europeo è incredibile. Uno dei temi oggi è quello di ricostruire un internazionalismo credibile, senza il quale sarà difficile anche organizzare le lotte.

D. Veniamo all’Italia. Il Governo ha, per lungo tempo, disseminato ottimismo e fatto credere che la crisi fosse già passata. Ora invece si avvia ad una manovra finanziaria di “lacrime e sangue”. Tutto questo non dovrebbe aiutare a creare un clima ostile al governo delle destre e più vicino alle ragioni delle forze di sinistra e dei comunisti?

R.
La crisi si accentuerà e porterà ad un ulteriore indebolimento delle fasce più deboli della popolazione, con tagli di stipendi, salari, pensioni e, soprattutto, tagli allo stato sociale. Tutto questo però non necessariamente porta a sinistra. In altre fasi drammatiche della storia europea è accaduto un pericoloso spostamento a destra. Anche perché per governare politiche così drasticamente antipopolari ci vogliono governi autoritari, la militarizzazione delle società. E infatti io sono molto preoccupato.

D. Che fare, allora ?

R.
Io vedo due questioni: una grande questione democratica in cui i comunisti e la sinistra, assieme alle altre forze democratiche, devono lavorare per mantenere l’agibilità democratica della piazza, affinché all’esplodere del conflitto si mantenga la possibilità della protesta e della lotta sociale. Questo è nell’interesse di tutte le forze che si riconoscono nei valori dell’arco costituzionale.

D. E l’altra questione?

R.
È un aspetto più squisitamente nostro, perché attiene alla nostra capacità di essere parte dei conflitti e guidarli. Oggi le lotte non sono sparite, ma sono oramai parcellizzate. Assistiamo all’esplodere di micro conflitti diffusi (di una città o addirittura di una sola fabbrica). Il compito di noi comunisti, se ci riusciamo, è quello di tessere la rete di questi conflitti e metterli su un piano politico più generale, che li faccia uscire da questa atomizzazione e spettacolarizzazione, indotta dal fatto che la cancellazione dai mezzi di comunicazione porta ad esasperare gli aspetti simbolici ed eclatanti, proprio per riuscire a bucare lo schermo e dare voce alla propria lotta e protesta.

D. E qual è, secondo te, il contenuto centrale che queste lotte devono fare proprio?

R.
Oggi, dopo la grande ubriacatura neoliberista degli anni ’90 ritorna con forza il ruolo dello stato in economia. E con questo non intendo gli aiuti a pioggia per risanare i bilanci delle banche. Se lo stato concede degli aiuti, deve entrare nelle proprietà ed entrare nei consigli di amministrazione. Non c’è altra strada. So che su questo il Pd è sordo, ma si deve provare ad aprire una stagione nuova.

D. Veniamo alla sinistra italiana: come vedi la situazione? E soprattutto, come sono messi i comunisti in Italia?

R.
Nei momenti di difficoltà tendono a prevalere sempre le divisioni, le diffidenze reciproche, i distinguo, che sono spesso di lana caprina. Oggi più che mai sarebbe necessario superare questa empasse per provare a ricostruire. In fondo sino a non molti anni fa i comunisti avevano una forza organizzata ed un consenso anche elettorale piuttosto elevato. Nel 2006 Prc e Pdci presi assieme viaggiavano su percentuali a due cifre. Poi ci sono stati errori drammatici, come la partecipazione al governo Prodi.

R. Esperienza dalla quale i comunisti ne sono usciti con le ossa rotte …

D.
Dobbiamo trarne la giusta lezione: il partito di lotta e di governo non funziona. Una forza politica, questo almeno è la mia visione, deve sempre delineare una prospettiva di governo. Ma un conto è essere un partito di governo, altra cosa è essere un partito al governo.

D. Puoi chiarire?

R.
Un partito di governo è un partito che, seppur piccolo, è in grado di prospettare soluzioni e proposte per il governo del Paese, ma questo non implica una automatica propensione al governismo. Bisogna vedere se ci sono le condizioni, se si hanno i rapporti di forza, se si è in grado di spostare i rapporti politici. Se tutto queste condizioni mancano, allora bisogna essere un partito di lotta. Le due cose assieme non riuscì a farle nemmeno il PCI quando aveva il 34% dei voti, figuriamoci se possiamo esserlo noi.

D. E cosa devono fare i comunisti, allora?

R.
Oggi vedo tre terreni di battaglia...

D. Iniziamo dal primo.

R.
L’agibilità democratica. Ne ho brevemente accennato prima ma ci ritorno. In Italia la questione democratica è molto più accentuata che nel resto d’Europa. Berlusconi ha di fatto azzerato il Parlamento, visto che il 93% delle leggi sono di iniziativa governativa. Se a questo si aggiunge l’attacco alla magistratura (terzo potere dello stato) e all’informazione (che nei paesi a democrazia avanzata rappresenta una sorta di quarto potere), capiamo come la questione democratica in Italia è davvero stringente. Ma ci rendiamo conto del fatto che, negli ultimi mesi, si sono persi 400 mila posti di lavoro e la Tv passa l’Isola dei Famosi?

D. E poi?

R.
All’interno di questo fronte democratico, che si caratterizza per battaglie di difesa della democrazia costituzionale, ci deve essere il tentativo di allargare il più possibile la sinistra in quanto tale. Il Pd è un interlocutore che sul terreno sociale ha delle politiche neoliberiste che sono molto distanti dalle nostre. E quindi bisogna allargare e rafforzare la sinistra di classe. Per me il discrimine è la contraddizione tra capitale e lavoro, perché è la contraddizione principale nel mondo. In questo secondo terreno possiamo incontrare le forze politiche che non sono comuniste e che tuttavia coerentemente si battono per miglioramento delle condizioni di vita delle classi popolari.

D. Vedo prefigurare, in queste tue parole, un ragionamento a cerchi concentrici: prima il terreno largo della democrazia, poi la sinistra e le questioni di classe. Qual è il terzo cerchio, e quindi il perno di tutto questo?

R.
Indubbiamente i comunisti. Oggi non solo la questione comunista è centrale, ma io vedo, come complementare a quanto detto prima, un processo di ricomposizione dei comunisti. Ricostruire la sinistra non vuol dire che non ci devono più essere i comunisti, è il contrario. Nel momento in cui si lancia una battaglia unitaria, e possibilmente si cerca di dar vita ad un fronte largo e democratico, i comunisti per non estinguersi o per non rimanere una nicchia ininfluente, devono lavorare per rimettersi tutti assieme, superando le divisioni che purtroppo nei momenti di crisi tendono ad accentuarsi, invece che attenuarsi.

D. Perché?

R.
Perché si diventa autoreferenziali quando si è in pochi. Oggi, viceversa, ci sono anche le condizioni oggettive per provare, dentro un percorso a cerchi concentrici di alleanze, a mettere assieme tutti quelli che sono ancora comunisti. Per guardare avanti, perché la crisi ci sta dando ragione. È un paradosso pazzesco: la crisi ci da ragione e tuttavia siamo ridotti ai minimi termini. Quando Prc e Pdci assieme fanno il 3% dei voti, è un dato imbarazzante. Possibile che questo dato colpisca solo me?

D. E Rifondazione Comunista ?

R.
Io ho grande rispetto per il Prc, ma non posso non rilevare come alla nostra richiesta del 2008 di riunificare i due partiti, Rifondazione abbia risposto con una pulsione tutta interna a quel Partito. Secondo me è un errore. Non possiamo che prenderne atto. E dico di più: la linea del Pdci resta in piedi e noi lavoreremo con quelli che sono disponibili a farlo. Il che non significa mettere in discussione il rapporto con le altre forze della sinistra, anzi: dentro una sinistra più larga, i comunisti devono poter esercitare un ruolo.

D. Ti sento deciso. E’ questa la strada?

R.
Ma certo! In fin dei conti le contraddizioni che stanno esplodendo a livello planetario sono talmente enormi che solo un cieco, o uno in malafede, non vede il ruolo che noi potremmo avere. Il capitalismo è forte e pervasivo. Certo, si manifesta in forme diverse dall’800, come è ovvio, ma se uno si va a rileggere i nostri classici, penso innanzitutto agli scritti di Lenin, trova delle chiavi di lettura utili per capire l’attualità. Sapendo che lo scontro planetario oggi, a differenza che nel passato, è prevalentemente sulle fonti di energia e sull’autosufficienza alimentare. Da questo punto di vista la Repubblica Popolare Cinese sta facendo una politica realmente lungimirante, con i suoi rapporti non di rapina con un continente importante come l’Africa. Noi vogliamo interagire dalla nostra periferia con questi enormi fenomeni, o vogliamo stare a guardare? Io credo che vada ricostruito un moderno internazionalismo, e questo passa solo dall’azione dei comunisti.

D. Puoi continuare il ragionamento?

R.
Questo in fondo è uno dei terreni unificanti tra i comunisti. Lo scenario mondiale sta profondamente cambiando. Dal Sudafrica, all’America Latina all’Asia. Tutto quello che si muove, va nella direzione di una redistribuzione, cioè in una visione anticapitalistica. Noi, ahimè, viviamo chiusi in un bunker e vediamo il mondo attraverso la feritoia di questo bunker. Bisognerebbe avere il coraggio di uscire fuori, guardare a 360 gradi. Questo lo possono fare solo i comunisti, perché solo loro mantengono una teoria generale di critica sistemica al capitalismo.

D. Che fare, allora?

R.
I comunisti vivono oggi una fase difficilissima. Sarebbe facile mollare. Facile ma profondamente sbagliato. Il pendolo della storia ha consegnato alla mia generazione il compito di mantenere viva un’idea per consegnarla alle nuove generazioni. Da questo punto di vista anche proseguire nella ricerca teorica, nella ri-aggregazione degli intellettuali, facendoli uscire dalle loro ricerche settoriali, per metterli in rete l’un l’altro e dare vita ad una ricerca e ad un confronto permanente e strutturato, è un compito del presente. Una volta c’erano centri di ricerca e di studio marxista di altissimo prestigio. Tutto questo va ricostruito da capo. È un lavoro di lunga lena, ma che dobbiamo ricominciare.

D. In che modo?

R.
Abbiamo costruito l’Associazione “ Marx XXI ” per cominciare a lavorare in questa direzione. Dobbiamo tutti impegnarci perché lavori bene, perché questo seme, riposto oggi su un terreno arido, possa germogliare. Sono sempre più convinto che, nello stato in cui siamo, questo nuovo inizio è indispensabile e va fatto con i passi giusti, ad iniziare dal fatto che è prioritario stare in mezzo alle lotte, altrimenti non recupereremo mai la credibilità nelle nostre classi di riferimento.

D. Un’ultima domanda.

R.
Immagino sulla Federazione della Sinistra...

D. Esattamente: che ne pensi?

R.
Penso che la Federazione della Sinistra rappresenti l’occasione per favorire l'unità d'azione dei comunisti insieme ad altre forze della sinistra. Poi bisogna dire che all’interno di uno dei due partiti comunisti ci sono militanti e dirigenti che non si ritengono più comunisti. Lo dico sommessamente e con rispetto, ma è un dato di fatto che c’è chi lavora per fare un nuovo soggetto politico della sinistra, archiviando la questione comunista.

D. E quindi?

R.
Quindi sono sempre più convinto del fatto che la Federazione non deve assolutamente lasciare sguarnito il fronte interno. Insomma, dentro la Federazione i comunisti vogliono giocare un ruolo? Io voglio mettere il mio Partito a disposizione di un progetto di ricomposizione dei comunisti su basi più larghe, che non faccia cessare la prospettiva di una sinistra più larga e di un sistema di alleanze, ma all’interno della quale i comunisti contino, abbiano un ruolo ed abbiano una vocazione egemonica. Lavorerò - lavoreremo - per questo.

Il 25 Aprile dei comunisti

25-aprile
Dal sito dell’ANPI della Provincia di Fermo,
segnaliamo queste importanti ricerche storiche sull’antifascismo nel Fermano:
Resistenza Fermana - Bande Decio Filipponi - Partigiani Fermani


"Vogliamo ricordare che per oltre vent'anni i comunisti combatterono il fascismo e lo combatterono per molto tempo da soli. Vogliano ricordare che i comunisti furono alla testa di quei grandi scioperi di Milano e di Torino del marzo 1943 che assestarono colpi decisivi al regime fascista. Vogliamo ricordare che all'8 settembre i comunisti, ovunque vi furono dei patrioti in lotta tanto a Roma, che a Torino ed a Milano, si trovarono alla loro lesta. Vogliamo ricordare che il Partito comunista italiano sin dal 9-10 settembre - com'è provato dai fatti e dai documenti - lanciò un appello agli italiani perché prendessero le armi e formassero i distaccamenti partigiani. Vogliamo non siano dimenticate quali sono state le condizioni effettive in cui si è sviluppata la Resistenza come fatto politico, militare e sociale, quali furono le forze motrici della Resistenza e quali invece le forze che, pur partecipando ai comitati di liberazione nazionale ed al Corpo dei volontari della libertà, fecero da remora e praticamente tentarono di limitare la guerra di liberazione, di impedire o fare fallire l'insurrezione nazionale...".
Pietro Secchia, I Comunisti e l'insurrezione (1943-1945), Edizioni di Cultura Sociale, 1954.

L'incredibile menzogna di Katyn

Una riflessione di Fulvio Grimaldi, da http://fulviogrimaldi.blogspot.com/ di sabato 17 aprile.

Un La Russa come al solito inviperito e isterico se l’è presa ad Anno Zero con la vignetta di Staino che, a proposito dell’ecatombe dei dirigenti polacchi (pianta da un lacrimoso articolo del “manifesto”), il cui aereo era caduto nel viaggio per la commemorazione dei “martiri di Katyn”, fa dire al personaggio: “A qualcuno troppo, ad altri niente”, o qualcosa di simile. La vignetta è perfetta, ma non sfiora, come del resto tutta la stampa mondiale, il retroterra di un incidente che costituisce una vera e propria nemesi per la megatruffa dell’eccidio di Katyn. Anche qui, la dabbenaggine e il codismo della “sinistra” tutta, tra venduti, infiltrati e babbei, risulta esemplare. La tragedia che ha colpito un presidente cialtrone, Lech Kakzynski, oscurantista cattolico da far invidia al più ottenebrato ayatollah, macchietta con il gemello da Isola dei famosi, succubo con tutta la combriccola di vertice di ogni scelleratezza militare prima di Bush e poi di Obama, ha riscatenato il rullo compressore della diffamazione dei comunisti, interpretati come l’Urss di Stalin, che già aveva scaldato i motori con la campagna contro Cuba. E, anche qui la solita unanimità destra-sinistra, lucida nella prima, demenziale nella seconda. Tutti concordi e nessuno dissenziente sul fatto che a Katyn Stalin, nella primavera del 1940, avrebbe giustiziato 20mila prigionieri di guerra polacchi. Tutti concordi nell’ignorare il dato storico, che urla dalle pagine del processo di Norimberga, che quei polacchi furono uccisi dai tedeschi nell’autunno del 1941.

Non furono solo i referti autoptici delle salme e le condizioni ancora buone del loro vestiario, quando furono fatte le riesumazioni, a dimostrare che quei corpi non potevano essere stati seppelliti fin dalla primavera 1940. Né i soli documenti dell’inchiesta condotta da scienziati e accademici dai quali risultò che le truppe tedesche avevano fatto scavare le fosse per i polacchi a 500 prigioneri sovietici, poi fucilati. E che i polacchi erano stati uccisi con un colpo all’osso occipitale, metodo identico seguito dai tedeschi in tutte le analoghe esecuzioni nelle città russe occupate. E che decine di testimoni avevano visto i prigionieri polacchi molto dopo l’epoca in cui la versione nazista li voleva trucidati. C’è la prova inconfutabile presentata e accettata al processo di Norimberga!

Nel luglio del 1941 alcune zone della provincia di Smolensk, dove si trova Katyn, furono occupate dalle armate tedesche. I prigionieri polacchi di Stalin, ancora vivi e vegeti, caddero nelle mani della Wehrmacht. E furono giustiziati. E’ solo nel 1943 che, in gravi difficoltà sul terreno e per necessità propagandistiche, Berlino ascrive l’eccidio ai sovietici. Un membro della commissione che i tedeschi misero in piedi per documentare tale accusa, il bulgaro Marko Markov, a Norimberga rivelò la verità. E se non bastasse, il ministro della propaganda del Reich, Goebbels, aveva ammesso le responsabilità tedesche scrivendo nel suo diario: Sfortunatamente abbiamo dovuto abbandonare Katyn. I bolscevichi sicuramente scopriranno che noi abbiamo fucilato migliaia di ufficiali polacchi e questo sarà uno degli episodi che ci creerà non pochi problemi nel prossimo futuro. I sovietici sicuramente trarranno vantaggio dal fatto che scopriranno quante più fosse comuni possibili e ce ne riconosceranno la colpa. Krusciov, che pure a Stalin assegnò più crimini di Pietro il Grande, non si era spinto fino ad addossargli Katyn. Putin, in compenso, ha chiesto scusa ai polacchi. Avrà avuto le sue ragioni… (vedi in internet Katyn e “soviet action”).

Lettera - riflessione di Oliviero Diliberto

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Care compagne, cari compagni.

Ringrazio di cuore, con moltissimo affetto, tutti voi che in questo mese di malattia, dopo un incidente piuttosto serio, mi avete inviato auguri, solidarietà, vicinanza. Mi è servito per superare i primi momenti che sono stati difficili. Non sto ancora bene, ma conto di tornare pienamente in forma nel giro di 3 o 4 settimane.

Vorrei offrire a tutti i compagni e ai militanti una riflessione sulla fase e qualche idea sulla prospettiva. Anche perché la situazione non è semplice e richiede lucidità di analisi, grande determinazione e, soprattutto, la straordinaria passione politica dei comunisti.

Abbiamo alle spalle le elezioni regionali che, per ampiezza e numero di votanti, rappresentano un test per tutta la politica italiana. Il dato che emerge, al di là delle reticenze del Pd, è che la destra si consolida. E’ vero che ha perso voti in termini assoluti. Ma è successo a tutti, essendoci stato un ulteriore, drammatico astensionismo. Nelle più popolose regioni d’Italia – Lombardia e Campania – la destra si afferma in maniera molto netta. Lo fa anche nel Lazio, nonostante l'assenza del Pdl nella provincia più popolosa, quella di Roma. In Calabria il candidato della destra doppia quello del centro sinistra. In tutto il nord, tranne la Liguria, si conferma ed anzi aumenta l’affermazione della Lega, che ha in sé una pulsione eversiva tra le più pericolose nella storia della Repubblica: la regressione sul piano dei principi di eguaglianza, previsti dalla nostra Costituzione e dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.

Il consolidamento della destra fa sì che Berlusconi, insieme alla Lega e contro una parte della stessa destra, proponga riforme costituzionali che stravolgono complessivamente l’assetto uscito dall’Assemblea Costituente, con una progressiva non applicazione e fino allo stravolgimento sostanziale dei principi costituzionali. Fenomeno non nuovo. Da un lato è in corso da più di 15/20 anni, con negli ultimi tempi un’ulteriore e drammatica accentuazione; dall’altro c’è l’idea di riformare il sistema, dando veste costituzionale esplicita a quanto già sta concretamente avvenendo. E quel che sta avvenendo è che il parlamento è stato svuotato di ogni potere e chiamato alla semplice ratifica di ciò che viene deciso nel Consiglio dei ministri. Il più delle volte, peraltro, con il ricorso al voto di fiducia o attraverso decreti legge. Il semipresidenzialismo, con l’elezione diretta del presidente, darebbe un ulteriore, definitivo colpo a quella che per anni è stata chiamata “la centralità del parlamento”.

Queste riforme istituzionali sono, per le note vicende giudiziarie di Berlusconi, connesse all’assalto definitivo al terzo potere della Stato, cioè la magistratura. E l’anomalia italiana sta oggi nel rischio della fine della divisione dei poteri. Il potere legislativo, il parlamento, è asservito al potere esecutivo. Se lo stesso accadesse anche con il potere giudiziario, sarebbe la fine di ogni principio, non dico comunista, ma semplicemente liberale.

Ma nelle società occidentali avanzate vi è un altro potere che, dal celebre film di Orson Welles, viene chiamato il “quarto potere”, quello dell’informazione, oggi completamente in mano al premier. Sia per quanto riguarda l’informazione pubblica che quella privata.

Da questo punto di vista avanzo un’osservazione tutta politica. Nel resto d’Europa vincono le elezioni le forze di opposizione ai governi di destra. Con la crisi economica normalmente viene premiata la forza che sta all’opposizione (penso alle regionali francesi, dove i socialisti, in alleanza con le altre forze della sinistra, hanno vinto in tutte le regioni tranne in una). L’Italia è l’unico caso in cui vince chi sta al governo senza pagare il prezzo della crisi. Perché accade? La mia convinzione è che accade perché la crisi viene accuratamente nascosta in ogni programma d’informazione o di intrattenimento. La responsabilità, molto grande, è anche di chi, avendo governato a più riprese, non è stato in grado o in qualche caso non ha voluto fare una legge antitrust. Mi riferisco ovviamente al centro sinistra.

Di fronte a questo enorme pericolo, le forze d’opposizione presenti in parlamento sono del tutto inadeguate. Il Pd si dibatte in una crisi d’identità continua che lo paralizza, al punto da essere oggi impantanato in una folle discussione su accettare o meno il dialogo con Berlusconi. L'Idv, dal canto suo, non riesce ad andare oltre una - in fondo sterile ancorché giusta - non sufficiente polemica antiberlusconiana. Come se, eliminato Berlusconi, d'incanto si risolvessero tutti i problemi dell’Italia. Se questo è lo stato del paese, con una destra sempre più preoccupante e con posizioni che non esito a definire eversive, all’interno delle forze di opposizione anche lo stato della sinistra che non è in parlamento, e quindi noi, è molto serio.

La Federazione della Sinistra ha avuto alle regionali un risultato attorno al 3%. Un esito che ritengo non positivo. Alle europee, un anno fa, prendemmo il 3,4%. Abbiamo subìto una diminuzione sia in termini assoluti che percentuali. E’ un serio campanello d’allarme che non va sottovaluto né taciuto né nascosto sotto il tappeto.

Oscurati completamente dalle tv e dai giornali, i comunisti e la sinistra scontano il fatto di essere completamente invisibili. E’ un’invisibilità che attiene ad un problema di democrazia, perché sono resi invisibili non tanto i dirigenti, ma i milioni di italiani che hanno votato per le forze della sinistra. E’ un vulnus, una ferita molto seria di cui il Pd non si rende conto e, per certi versi, ne è apertamente responsabile. Questo ha portato ad una percezione di non esistenza della sinistra. E se il dato del 3% non è positivo, è tuttavia un segno di esistenza politica che può essere il presupposto per provare a ricostruire. Voglio dire che, a fronte dell’invisibilità assoluta, è un risultato che possiamo definire, senza nessun eufemismo, accettabile. Dobbiamo tuttavia ricavarne alcune considerazioni di carattere generale.

Avverto l’esigenza - l’ho detto in tanti momenti pubblici e meno pubblici - che i comunisti, e più in generale la sinistra di classe, si manifestino con un profilo programmatico e di contenuto che oggi non hanno. Non casualmente abbiamo creato nel dicembre scorso, assieme ad altre forze politiche, intellettuali, personalità importanti del mondo della cultura, un’associazione che si chiama Marx XXI. Nei nostri intendimenti deve servire - senza steccati, senza alcuna visione di nicchia partitica - alla costruzione di un progetto ambizioso: elaborare idee nuove, inevitabilmente nuove, che guardino al futuro e che propongano alle grandi masse soluzioni - non soltanto denuncie - dei problemi che affliggono il paese. Faccio un esempio immediato. Si parla di riforme istituzionali. Credo sia dovere dei comunisti cimentarsi con un profilo autonomo, intellettualmente e politicamente, e offrire un contributo, anche se dall’esterno del Parlamento, con le risorse intellettuali – e vorrei dire anche morali – che abbiamo. Ad iniziare da un grande tema di cui nessuno parla più: l’intreccio tra questioni sociali e questioni istituzionali, presupposto fondativo della Costituzione. Mi riferisco, in particolare, al principio di eguaglianza, sostanziale e non formale, previsto nell’articolo 3 e al tema, oggi negletto, della forma dello Stato, dei suoi organi. Per i costituenti la centralità del Parlamento non era separata dalla prima parte relativa ai diritti e ai principi fondamentali. Essa era lo strumento ritenuto più idoneo per attuare la prima parte della Costituzione. Il Parlamento era il luogo non solo della mediazione, ma anche del conflitto tra tutte le diverse istanze della società, politiche, sociali, ideologiche, religiose, etniche…

C’è da fare una grande battaglia per un parlamento che sia eletto diversamente, e cioè sulla base del sistema proporzionale puro, il solo a garantire un parlamento davvero rappresentativo anche del conflitto che c’è nella società. Un parlamento realmente rappresentativo della società e di tutte le sue articolazioni di classe è anche, a mio modo di vedere, un formidabile antidoto contro alcuni fenomeni assolutamente deteriori ai quali stiamo assistendo. Penso al dilagare dell’antipolitica, ai partiti espressione di una sola persona e del suo presunto carisma (anche a sinistra), al populismo che dilaga e mina alla radice le ragioni stesse della sinistra di massa. Questo presuppone una ripresa della riflessione teorica.

Penso poi ad altri grandi temi relativi alla questione sociale e intrecciati alla questione istituzionale: alla revisione del welfare da sinistra in una società profondamente mutata; alle forme dell’organizzazione della politica con la novità epocale rappresentata dai nuovi mezzi dì informazione, dal web, dalla rete, che hanno annullato la fisicità, il tempo, lo spazio, cioè le vecchie categorie aristoteliche. Occorre che i comunisti siano all’avanguardia e non nella retroguardia a difesa di identità e valori del passato. Valori sacrosanti, perché senza radici non c’è futuro, ma essi vanno difesi guardando avanti.

Se il primo tema è, quindi, squisitamente contenutistico, il secondo è “come siamo”. Le elezioni regionali ci consegnano alcune questioni. Ad esempio come i comunisti e la sinistra stanno dentro uno schema, tutto politico, di alleanze.

Vedo dei cerchi concentrici, ovviamente comunicanti tra loro, ma separati e ben distinti uno dall’altro.

Il cerchio più largo è quello della difesa della democrazia. Se è vera l’analisi, pur sommaria e me ne scuso, che ho fatto all’inizio, siamo di fronte ad un’aggressione molto seria al sistema democratico, la più grave dall’inizio della storia repubblicana. E allora credo che sia dovere dei comunisti e della sinistra di classe contribuire ad uno schieramento, il più largo possibile, di coloro che credono nella Costituzione, credono nella legalità, credono nei principi fondativi della democrazia. Centrosinistra allargato? Non lo so, saranno le concrete dinamiche della politica a determinare quanto largo sarà questo fronte. Ma più largo sarà, più efficacemente potrà provare a sconfiggere una destra così aggressiva, così forte, così pervasiva nella società, anche a livello di massa. Noi comunisti non possiamo sottrarci ad uno schieramento di questo genere. Sono proprio le elezioni regionali a consegnarci questo problema. In Lombardia, dove ci hanno cacciato scioccamente e, per certi versi, in modo delinquenziale, e in Campania, dove abbiamo scelto di non partecipare all’alleanza, abbiamo ottenuto i risultati in assoluto più deludenti. Da non ripetere. In uno schema bipolare, che non ci piace ma esiste: stare fuori dalla coalizione non paga. Eppure, nelle Marche, dove siamo stati esclusi perché il Pd ha preferito l’Udc che, per una pregiudiziale ideologica, non voleva i comunisti in coalizione, il risultato è stato buono. Perché? Perché siamo riusciti a coinvolgere Sinistra e Libertà nell’operazione di un polo alternativo, costruendo un’alleanza grande e credibile di tutta la sinistra.

All’interno del cerchio più largo, c’è il tema della sinistra. Noi dobbiamo consolidare la Federazione della Sinistra. La linea dei Comunisti Italiani è nota. Avremmo voluto, vogliamo, continueremo a volere l’unificazione tra i due partiti comunisti, il Pdci e il Prc. Ma la riunificazione, che a me sembra un fatto rilevante e, vorrei aggiungere, persino di buon senso, si può fare se le due forze sono d’accordo. Sino ad oggi Rifondazione è stata contraria. La Federazione è al momento il livello possibile di unità. Va consolidata. Senza forzature, tenendo conto dei problemi dei territori, ma anche senza tentennamenti, perché l’autosufficienza – vale per noi ed anche per Rifondazione, che ha subito il tracollo più devastante dal 2006 ad oggi – è semplicemente una sciocchezza. So bene quante difficoltà e problemi e diffidenze vi siano in alcune regioni e provincie nel processo federativo. E anche in queste elezioni regionali ne abbiamo registrate non poche. Occorre grande senso di responsabilità, il che non significa che debba essere il Pdci a esercitare la responsabilità più grande. La linea non può e non deve essere altro da quella di un reciproco equilibrio e pari dignità.

Se fossimo andati ognuno per conto proprio non saremmo stati in grado di eleggere consiglieri regionali. Quest’inedito tentativo di alleanza politica organica, mantenendo ciascuno la propria diversità, è il livello possibile e quindi quello su cui investire.

A partire dalla Federazione e dal simbolo della falce e martello che la contraddistingue, credo che si possa ragionare anche su possibili allargamenti del sistema di alleanze a sinistra. Da questo punto di vista non posso che registrare positivamente il dato della Toscana, al momento il più importante, un esisto addirittura migliore di quello europeo, dove la Federazione s’è alleata con i Verdi. Allo stesso modo è encomiabile il risultato pugliese. In condizioni difficilissime, essendo la regione di Vendola, senza la soglia di sbarramento, sempre assieme ai Verdi, avremmo eletto due consiglieri. Provare a riconnettere un bacino elettorale a sinistra del Pd che, potenzialmente, è attorno al 6/7%, non è impossibile, pur mantenendo ciascuno, com’è ovvio, la propria identità e la propria autonomia: politiche, culturali, ideologiche ed organizzative.

Questo ci conduce al terzo cerchio che, all’interno della sinistra e della dinamica del centrosinistra, è rappresentato dai comunisti. Per una somma di circostanze e dopo non poche sconfitte, propongo la seguente riflessione.

La questione comunista va tenuta aperta, rilanciata, le va dato un senso nel terzo millennio. E questo è compito dei comunisti italiani, non di altri. Vedo nel nostro partito e nel suo rilancio il baluardo ultimo. E non perché non ci siano tante e tanti comunisti. Ci sono dentro Rifondazione e sparsi nella società. Ma il nostro partito è l’unica forza politica organizzata, radicata nei territori, presente a rete in tutte le provincie e nelle grandi città, che ha posto al centro della sua prospettiva l’unità dei comunisti.

Il nostro partito deve essere a disposizione dell’ambizioso progetto della ricomposizione dei comunisti. Il che significa, molto banalmente ma vale la pena ripeterlo, avere chiaro che oggi, in una fase assolutamente difensiva, si deve fare politica guardando avanti. Siamo l’unica forza che continua a ritenere che si debba operare per il superamento del capitalismo. Non bastano aggiustamenti, pur necessari, ma un radicale sovvertimento dei rapporti di classe. Per questo ci chiamiamo comunisti. E’ la grande differenza con chi è di sinistra ma non comunista. Da questo punto di vista l’unica speranza è il Pdci. Nella prospettiva italiana e nella logica europea, dove i partiti comunisti francese, portoghese, greco e cipriota sono andati assai bene alle elezioni, questo ha un senso forte. Mentre un’aggregazione come la Linke tedesca è irripetibile fuori dalla Germania. Perché la Linke non nasce dalla riunificazione di due partiti, ma dalla riunificazione di due Stati, la Germania est e la Germania ovest. A differenza di Rifondazione, noi guardiamo e abbiamo rapporti intensi con grandi paesi governati da partiti comunisti. Nelle forme che si sono di volta in volta determinate nel mondo, dall’Asia all’America Latina al Sudafrica, sono oggi trionfanti. In questa prospettiva – per l’ Italia e come referenti in Italia di un movimento internazionalista – la questione comunista va rilanciata, offrendo un riferimento a tutti quelli che sono comunisti.

Occorre allora che il nostro partito moltiplichi gli sforzi, il tesseramento, il radicamento nei territori, anche laddove oggi è più difficile di ieri. Dove non abbiamo eletto abbiamo poche risorse. E dopo la fine del finanziamento pubblico e la scomparsa dei gruppi parlamentari con i relativi, cospicui versamenti, anche le finanze del partito sono in seria difficoltà. Le misure dolorosissime che abbiamo dovuto adottare (la sospensione della pubblicazione di Rinascita, il ricorso alla cassa integrazione per alcuni nostri funzionari) vanno nella direzione di un partito che vuole tenacemente resistere nonostante le difficoltà economiche. Non ci piegheranno con il ricatto delle risorse!

Pertanto, chiedo alle compagne e ai compagni uno sforzo straordinario, un’abnegazione anche maggiore che nel passato, il superamento di eventuali delusioni personali, pur comprensibili, per la mancata elezione. Abbiamo il dovere di tenere quanto più possibile caro, prezioso, il nostro partito. Al servizio di un progetto che è quello della trasformazione generale. E’ un compito strategico, assieme all’unità della sinistra e a un’unità più ampia di tutte le forze democratiche, mantenendo irriducibile la nostra diversità. E’ una diversità che va conservata gelosamente affinché la si possa consegnare un domani alle future generazioni.

Oliviero Diliberto, 16 aprile 2010

Non perdere più tempo: i comunisti e la sinistra

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Senza retorica, senza fronzoli, la sintesi del dibattito della Direzione nazionale del PdCI.

Abbiamo perduto, in maniera netta.
Bassa affluenza al voto che ha colpito anche la sinistra, da SEL alla Federazione della Sinistra (PdCI-PRC).
Dopo due anni di scandali, di inchieste giudiziarie, l'ombra della mafia sul governo e soprattutto unaterribile crisi economica che ha bruciato centinaia di migliaia di posti di lavoro, la destra è stabilmente al governo, anzi si consolida. Esiste un poderoso blocco sociale, segnato da una profonda cultura reazionaria, che vota a destra a prescindere da candidati, idee e programmi. Sistema economico-imprenditoriale, finanza, gerarchie ecclesiastiche, piccola, media borghesia, ceti produttivi, sono i segmenti di questo blocco sociale.
Il controllo pressoché totale dell'informazione rappresenta infine l'ultimo tratto che induce a scorgere una forte analogia con il regime fascista definito da Palmiro Togliatti un regime reazionario di massa: la torsione autoritaria che ha subito il modello istituzionale italiano e sociale è stata accompagnata e ancora sostenuta da un consenso larghissimo anche tra gli strati popolari.
La Federazione della Sinistra ha perduto 300.000 VOTI, così come SEL. La Federazione della Sinistra ha mancato un appuntamento essenziale perché ancora imbrigliata dalle dinamiche interne che hanno impedito che si potesse dispiegare a sinistra un progetto politico che compensasse la deriva moderata del PD e aprisse una nuova prospettiva di ricostruzione della sinistra. Adesso abbiamo lasciato anche l'ultima spiaggia e il mare è in burrasca e il tempo a disposizione è quasi finito, bruciato e non può attendere 8 mesi per svolgere un congresso costitutivo. Perciò la delegazione del PdCI ribadirà (domani) al Consiglio politico della Federazione della Sinistra la necessità della costituzione di un solo partito comunista (grottesca, oggi ancor più di ieri l'esistenza di due piccoli partiti comunisti): non ce ne vogliono due o tre o quattro, ma uno solo e più solido. Il PdCI è pronto, ma PRC? Nell'attesa della eventuale maturazione dentro il gruppo dirigente del Prc di questa proposta, diventa essenziale accelerare sulla strutturazione della Federazione da compiersi entro l'estate (luglio), per avviare quindi una stagione di lotte con le altre forze di sinistra e progressiste.
Nel frattempo chiudere le stanze di partito e andare (per restarci) in strada, in piazza, nei luoghi di lavoro, della formazione, nei mercati per sostenere la più grande e decisiva stagione di lotta referenderaia su Acqua, Nucleare e legge 30.

NB. A scanso dei soliti equivoci e per evitare le solite fastidiose litanie, preciso che:
1) il PdCI NON SI SCIOGLIE (salvo l'accettazione da parte di PRC della proposta di riunificazione dei due partiti);
2) il PdCI RINNOVERA' I SUOI GRUPPI DIRIGENTI;
3) il PdCI HA UN SEGRETARIO CHE SI CHIAMA OLIVIERO DILIBERTO, CHE SUPERATO L'INCIDENTE, TRA QUALCHE SETTIMANA TORNERA' IN CAMPO A GUIDARE IL PARTITO E IL PROCESSO DI RICOSTRUZIONE DELLA SINISTRA CON PIU' DETERMINAZIONE DI PRIMA.

Orazio Licandro, Segreteria Nazionale del PdCI
4 aprile 2010, dal sito de l’ernesto.

Contro il revisionismo

Dall'introduzione di A. Bernardini al volume "Contro il revisionismo" di Kurt Gossweiler, Zambon editore, 2009.

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"E' possibile essere contrari al Comunismo senza ignorare le caratteristiche di uno Stato che fu pur sempre, nonostante i suoi molti vizi, una grande opera del XX secolo?" Una domanda retorica sull'Unione Sovietica, la cui sostanza non ci proviene oggi da rivoluzionari e comunisti - sedicenti, per vero, i più, ed annebbiati -, ma risulta formulata da un conservatore confesso quale Sergio Romano [...]
Un riconoscimento come questo, proprio raro, e che a comunisti autentici potrebbe apparire parziale, non viene raccolto come pur ci si aspetterebbe. E ciò pone di fronte ad una gravosa constatazione: da decenni viviamo sotto la cappa di una menzogna totale, di un rovesciamento della storia e della sua rappresentazione e percezione per quel che riguarda l'esperienza del "socialismo reale". Lo confermano reticenze e silenzi al cospetto di affermazioni e atteggiamenti di larghi strati delle popolazioni dei paesi che il capitalismo, con la sua esiziale "vittoria", avrebbe "liberato" dalla "dittatura comunista", dal "totalitarismo" (per sostituirvi la dittatura e il totalitarismo del mercato, cioè dei capitalisti): affermazioni e atteggiamenti in buona parte positivi e di rimpianto del passato (soprattutto in Russia e nella ex Repubblica democratica tedesca). Lo rende evidente una situazione mondiale e dei popoli e dei lavoratori quanto mai deteriorata, dopo gli eventi del 1989-1991, e destituita della prospettiva di esiti positivi (per la generalità degli esseri umani, e vi torneremo). A dispetto di tutto, veniamo pur sempre investiti nei nostri ambienti, e penso specificamente all'Italia, in primo luogo per i transfughi del comunismo, da una pervicace e ormai dogmatica pronuncia di condanna e demolizione del "socialismo reale". Di criminalizzazione, addirittura, soprattutto per la fase della vittoriosa edificazione sociale rivoluzionaria, quella di Stalin: certo con il suo non occultato carico di tragedia, va pur detto, ma la tragedia particolarmente affilata e carica di contraddizioni, propria di ogni impresa storica che seppellisce un passato restio a dileguare e addita una speranza e una meta contro cui quel passato si divincola con viloenza. Il tutto, in questa ostinata ricusazione, con autodispensa da dubbi e ripensamenti, al di fuori di ogni contestualizzazione storica e politica e tanto meno delle necessarie periodizzazioni, al di fuori persino di una conoscenza reale e approfondita e men che meno vissuta delle società socialiste. Quasi sempre con ignoranza, anche voluta e coltivata, delle vicende concrete, delle trasformazioni sociali, delle lotte politiche e ideologiche in quei paesi, del freno all'imperialismo e del contributo per la pace, dell'impulso rivoluzionario dato ad altre situazioni sul pianeta, alle stesse battaglie di riforme nell'Occidente capitalistico [...] Un'ignoranza coltivata, perché in blocco disdegnosa delle posizioni vere e dei comportamenti e decisioni, nonché dei problemi effettivi dei partiti e dirigenti comunisti al potere. Tutto spregiato aprioristicamente, con l'accettazione, desunta in buona sostanza dall'ideologia borghese e capitalistica ritenuta definiticamente vincente, dell'artefatta "categoria" del "totalitarismo" (dittatura ecc.), oltre che dei "valori" di un individualismo a volte deprecato a parole, ma profondamente introiettato: sino alla scientificamente e politicamente (nonché eticamente) blasfema assimilazione tra nazifascismo e comunismo (per il "socialismo realizzato") o, per semplificare, tra Hitler e Stalin. Nell'adesione conclusiva alla tesi dell'ideologia dominate [...] non vi è nessuna cura per un esame oggettivo e il riconoscimento di quel che è stato sconfitto concretamente, il "revisionismo moderno", il revisionismo al potere nei paesi socialisti con Tito e Chruscev e alla direzione in altri partiti [....]
Ci si trova di fronte ad un atteggiamento puramente demolitorio, di politici, intellettuali, partiti, movimenti, che ormai configura l'esito di un lungo percorso di ripudi e dinieghi nel movimento comunista internazionale. Un atteggiamento che anzitutto non regge di fronte a critica seria e documentata e si rivela frutto di codardia intellettuale ed opportunismo [...] Un atteggiamento che sta alla fonte della disfatta, della distruzione di partiti che, sulla base di quella tabula rasa, su cui si imbandiscono pregiudizi, subalternità intellettuale, gretta ignoranza, suprema arroganza, hanno avanzato la pretesa di "uscire dal '900" e di "rifondare" il comunismo, lo hanno invece per la parte loro riaffondato e sono retrocessi, al meglio, nel socialismo utopistico e nella politica della discettazine sterile e della chiacchera vuota [...]

La crisi economica e il ruolo dei comunisti

Marx21_Fermo

Intervista a Renzo Interlenghi

Dalla testata online Metonimia del 3 marzo 2010

FERMO - Abbiamo incontrato il segretario provinciale del Partito dei Comunisti Italiani, Avvocato Renzo Interlenghi nel suo studio di Fermo e, dati i fatti di cronaca, la prima domanda che gli abbiamo posto è stata obbligata.

D - Che cosa ci può dire sui due passaggi dal suo partito all’Italia dei Valori: quello del presidente del Consiglio Comunale di Ancona, Andrea Filippini e quello del consigliere della Provincia di Fermo, Licia Canigola?

Sorride, guarda in basso e poi, alzando gli occhi, ci appare sereno nella sua analisi, come a significare: “Che si può dire, se ne prende atto”.

R - Addirittura Andrea Filippini fu eletto una prima volta e poi riconfermato, proprio nel ruolo istituzionale di presidente del Consiglio Comunale di Ancona. Licia Canigola, invece, era candidata nella lista del PDCI nella tornata elettorale per la provincia di Ascoli Piceno che vide la vittoria della coalizione che appoggiava Massimo Rossi. Il risultato che ottenne fu mediocre. Questo, però non ci impedì di indicarla come persona adatta a ricoprire il ruolo di assessore nella giunta Rossi, il quale le affidò un incarico importante e delicato, quello dei Servizi Sociali. Noi non abbiamo voluto seguire la logica dei numeri, ma quella di dare spazio ai giovani.

D - Poi fu eletta nel nuovo consiglio provinciale di Fermo.

R - Sì, infatti risultò la prima dei non eletti. Poi Guglielmo Massucci fu nominato assessore e il seggio provinciale toccava di regola a lei. Noi le chiedemmo di farsi da parte per dare la possibilità ad un altro giovane di fare un’importate esperienza amministrativa.

D - Dunque quest’invito a dimettersi fu vissuto come un sopruso da parte della dirigenza del partito.

R - Credo di sì, ma va detto che il buon risultato delle provinciali 2009 fu innegabilmente raggiunto anche grazie alla visibilità che Licia Canigola aveva acquisito in virtù di quell’assessorato che aveva ricoperto nella precedente giunta. Dunque il partito aveva deciso di investire su persone nuove che considerava capaci. Con la stessa logica che ci aveva spinto ad indicare lei come assessore, le avevamo chiesto di lasciare il seggio provinciale ad un altro giovane.

D - Perché pensa che ci siano tanti casi di passaggi da un partito all’altro?

R - Credo che il problema sia da un lato la personalizzazione della politica e dall’altro il considerare la politica come privilegio. Bisogna capire che facendo politica si diventa un punto di riferimento e quindi ci si deve come “spersonalizzare”, perché ogni scelta che viene fatta dal singolo ha una ricaduta sul gruppo. Deve tornare ad emergere il concetto di “servizio”. Il futuro va progettato imparando a superare gli ostacoli, non ad aggirarli.

D - Al di là di questi casi locali che riguardano direttamente il suo partito, non crede che ogni volta che c’è un passaggio da un partito all’altro i cittadini si sentano traditi? Soprattutto quando questi passaggi avvengono durante un mandato elettorale ancora in atto? Il concetto su cui si basa l’elezione, quello della rappresentatitività, non viene completamente stravolto? Non crede che questi amministratori dovrebbero lasciare il loro incarico?

R - Non c’è un vincolo di mandato che obblighi a rimanere legato al partito nel quale si viene eletti. Quindi chiunque può cambiare gruppo o partito senza nessun obbligo di dimettersi. La ratio è che il rappresentante viene eletto dal popolo e non dal partito, anche se il partito ha lavorato ed investito sulla persona, la quale viene eletta anche grazie ad una organizzazione. Nulla vieta i passaggi da una parte all’all’altra, se non una morale interna.

D - Che cosa ci può dire riguardo alle prossime elezioni regionali? Quali sono le sue riflessioni sulla scelta del governatore uscente di allearsi con l’UDC rinunciando ad un’alleanza ormai collaudata con le forze di sinistra?

R - E’ vero che per l’accordo l’UDC aveva posto la regola “fuori i comunisti della falce e martello”. E’ vero anche che per noi un eventuale accordo con l’UDC sarebbe stato nefasto. Però io credo che alla base di questa scelta ci siano ben altre motivazioni.

D - Quindi non motivazioni puramente ideologiche.

R - Certamente no. Vede, la politica dovrebbe lavorare per stemperare lo scontro tra le parti e con l’unico scopo di fare il bene dei cittadini. E questo paese ha chiare tendenze centriste e moderate, quindi le motivazioni vanno ricercate altrove. Alla base di tutto c’è il federalismo.

D - Che cosa intende esattamente?

R - Federalismo non significa stare soli, bensì significa che le regioni gestiranno un enorme potere. Oggi il problema chiave sta nella gestione delle risorse. Oggi, qui nelle Marche, il “padrone delle ferriere” è Merloni, che non a caso ha una sua presenza anche nella NED. Questo gruppo si è dunque inserito nella gestione delle risorse, sia delle rinnovabili sia dell’eventuale nucleare. Io non sono contro il nucleare a priori, ma sono contro il nucleare in una terra ad elevato rischio sismico, con tutte le possibili conseguenze che questo fatto porta con sé. Dunque, si è preferito inserire nella coalizione una forza come l’UDC che su questi temi non assumerebbe posizioni forti o di eventuale contrasto. Si è preferito invece escludere quelle forze che avrebbero fatto sentire la propria voce, che avrebbero sicuramente avuto qualcosa da dire. Vede, il grande capitale si crede l’unico legittimato a gestire il potere e le risorse ed i cittadini dovrebbero accodarsi a decisioni prese da altri perché ritenuti non capaci di decidere cosa è meglio per loro. E questo è anche un errore di certa sinistra.

D - Tornando al discorso col quale siamo partiti, crede che l’uscita di alcuni esponenti dal suo partito possa configurarsi come fatto lesivo per la vostra campagna elettorale?

R - Se fosse uscito Diliberto, sì.

Un po' di svago...

Il trasformismo è uno dei mali che affliggono la politica del nostro Paese. Secondo Gramsci, il trasformismo ha la funzione di far assorbire alle classi dominanti quegli elementi democratici e progressisti provenienti dalla classe operaia o comunque dal movimento democratico fino a farli diventare parte della classe dirigente stessa, anche dei settori più conservatori. Si tratta dunque di una minaccia che grava costantemente sulla sinistra, e che mina non solo il sistema stesso della democrazia, ma anche ogni reale prospettiva di cambiamento.
Ora, non vorremmo certo dare importanza di leader progressista ad alcuni voltagabbana locali, tuttavia visti i recenti cambi di casacca di alcune personalità del fermano (e non solo), prendiamo a prestito da
Puntofermo l’articolo che segue. Venne pubblicato a novembre, quindi non c’è ovviamente traccia delle successive, freschissime giravolte dei protagonisti. Ma è comunque illuminante.
Buona lettura.


NEL FERMANO, NELLA COSIDDETTA VITA POLITICA, SI DELINEA UN CARTEGGIO SINISTRO. ED E’ ANCORA UNA VOLTA IL TRAGICO SPECCHIO DI UNA REALTA’ CARICA DI NEBBIE, FAIDE E CONSORTERIE, FAMIGLI E CARICHE SCARICHE. LEGGERE PER CREDERE. PUR SE A CAPIRE SARANNO I SOLITI QUATTRO GATTI ADDETTI AI LAVORI. IN QUESTO CASO NOI CI TRASFORMIAMO (CON UN PO’ DI SANA VERGOGNA) IN UNA MERA CASELLA POSTALE.

licia canigola
© Ad essere sinceri noi di “puntofermo” (che di informazione e di tecnica della comunicazione ne comprendiamo un po’) in questo caso non abbiamo capito un bel cavolo. Comunque sia ecco una prima, sintetica, ricostruzione degli eventi del tempo libero fermano. E’ il 24 ottobre e c’è l’assemblea regionale di SeL (che vuol dire “Sinistra e libertà”). Ed ecco una Licia Canigola la quale comunica all'assemblea che sostituirà il marito Lello Saggese, di Unire la Sinistra, come componente del comitato regionale provvisorio di SeL.
I compagni di Fermo non accettano tale imposizione e dopo una discussione molto accesa viene eletta come rappresentante di Unire la Sinistra, nel comitato regionale, Lucia Interlenghi.
Lello Saggese e moglie Licia Canigola, contrariati, debbono accettare la decisione.
Successivamente Saggese presenta una lettera di dimissioni dal coordinamento provinciale di SeL.
La Interlenghi a questo punto risponde con una lettera a Saggese. I dirigenti di Unire la Sinistra, Umberto Guidoni (noto più che altro per il suo essere cosmonauta) e Furfaro Marco contattano Lucia Interlenghi, per avere un colloquio. In modo da chiarire e valutare la situazione di Fermo. La “story” continua. Ma ecco, intanto, i cosiddetti documenti che vanno a formare il carteggio destinato ad essere studiato nei secoli a venire dagli storici della sinistra locale.
Cominciamo con la prosa del Saggese:
“Con la presente invio le mie dimissioni irrevocabili dal Coordinamento Provinciale fermano di Sinistra Ecologia e Libertà nella persona del suo coordinatore Roberto Vallascìani.
Va da se che le dimissioni riguardano anche la mia nomina a tesoriere, responsabile dell'organizzazione e coordinatore della media Val Tenna.
Tengo a precisare alcune cose riguardo il primo coordinamento regionale di SEL tenutosi in Ancona:
— la nomina della Consigliera Provinciale Licia Canigola come rappresentante dell'Associazione "Unire la Sinistra" nel comitato regionale era un passaggio nell'ambito dell'associazione in accordo con i rappresentanti nazionali dell'associazione stessa. Nulla ha a che vedere con il comitato provinciale e né ero tenuto, come coordinatore regionale di ULS, ad informare il provinciale del passaggio. D'altronde se in quella fase il coordinatore regionale di Sinistra Democratica Stelvio Antonini fosse stato sostituito da un componente del comitato provinciale fermano (Claudio Speranzini per esempio, cito lui perché ha una carica istituzionale), non credo si sarebbe sollevata alcuna protesta e nemmeno illazioni gratuite sul posto di Assessore nella giunta provinciale di Fermo, né io avrei gridato allo scandalo in quanto i rappresentanti di SD se li scelgono loro e non certo i Socialisti, il Movimento per la Sinistra o Unire la Sinistra.
Questo fa capire che oltre alla paura di perdere il posto di Assessore per qualche componente provinciale, c'è una volontà di rigetto sull'ingresso della Canigola in SEL, paura dovuta appunto alla possibilità, secondo le esternazioni di alcuni esponenti provinciali, di mettere le mani sull'Assessorato, questo atteggiamento, secondo me, è sintomo chiaro di una malattia più profonda.
Eppure la stessa Canigola ha più volte confermato che non ha nessuna intenzione di fare l'Assessore, ciò nonostante la diffidenza rimane, tant'è vero che durante l'assemblea regionale qualcuno ha consigliato alla Canigola di non entrare in SEL perché avrebbe sconvolto gli equilibri nel consiglio provinciale, invece a mio avviso avrebbe dovuto esultare per l'ingresso del secondo consigliere in forza SEL. Ed ancora qualcun'altra ha aggiunto che il posto di coordinatore regionale non gli spettava in quanto non aveva seguito il percorso di SEL fin dall'inizio; io mi domando da quando in qua in un partito non si accettano adesioni anche se non si è fatto parte dello stesso sin dalla nascita, se così fosse in Italia i partiti sarebbero composti sempre e solo dai fondatori e basta, assurdo. Ritengo, inoltre, che questo "veto liberale" colpisca in maniera profonda la dignità di una persona seria, corretta e preparata come la Canigola che non lo merita, e questo lo ha dimostrato in cinque anni di assessorato alla provincia di Ascoli Piceno e lo sta tutt' ora dimostrando come Consigliera nella Provincia di Fermo.
Invece alcuni componenti epifenomeni del comitato provinciale fermano hanno dimostrato sino ad oggi, e confermato al coordinamento regionale, di essere "interessati" alle posizioni strategiche che il partito, o futuro partito può offrire, e questo mi ha amareggiato molto, perché un nuovo movimento, che vuole a tutti i costi diventare partito, non può partire con questi presupposti e con certe persone che nulla hanno a che vedere con una politica sana, corretta e disinteressata come dovrebbe essere per SEL.
Non ho condiviso nemmeno il modo e il metodo con il quale è stato portato avanti "l'affondo" durante il comitato regionale, non si può richiedere un'assemblea del coordinamento provinciale durante un coordinamento regionale, specie in una situazione di voto come lo era in quel momento, la Canigola, che si è resa disponibile al dialogo, è stata accerchiata e messa alla sbarra a mò di inquisizione, vergognoso!!!
La fibrillazione e le paure di alcuni componenti hanno fatto perdere un po' la testa a tutti, tant'è vero che io personalmente ho rifiutato di partecipare a questa frettolosa e inutile assemblea , se ne poteva parlare in una situazione più tranquilla e a posteriori, ma così non è stato perché qualcuno doveva prendere in mano la situazione ma non l'ha fatto, forse per paura che rimanesse quello stato di cose.
Credo di non dover aggiungere altro se non il fatto che sono entrato in questo coordinamento provinciale con tanti buoni propositi di crescita di SEL, senza orgasmi e pacchetti precostituiti che trovavo nel mio partito di provenienza.
Mai avrei immaginato tutto questo e mai avrei immaginato che ci fossero personaggi all'interno di SEL fermana simili a quelli che ho lasciato e che non avrei mai voluto ritrovare.
Tenere certi personaggi che stanno lì solo per la fame di poltrone è veramente osceno, pensateci bene, per quanto mi riguarda e rivolgendomi a tutti quelli che la pensano come me, vi auguro tutto il bene di questo mondo, spronandovi a liberarvi quanto prima di scheletri nell'armadio...e fuori, altrimenti vi ritroverete in un cammino aspro e tortuoso che non porta da nessuna parte. A breve avrò un incontro con i delegati nazionali di Unire la Sinistra tra i quali l'On. Umberto Guidoni per definire la mia posizione all'interno di SEL a livello regionale. Nel giro di pochi giorni farò avere al coordinatore provinciale la somma che attualmente è depositata in banca e che appartiene a SEL fermana. Saluti e serenità Lello Saggese”.
Ed ecco che entra in scena il 2 novembre 2009 Lucia Interlenghi. Così si rivolge al Saggese:
“Caro Lello,
ho letto la comunicazione delle tue dimissioni e approfitto subito per chiarire il mio punto di vista in merito alla questione. Avrei voluto farlo immediatamente e a "sei occhi" (io, tu e Licia), per il rapporto di amicizia che ci lega ormai da anni, ma nei giorni scorsi non ho potuto. Lo faremo in seguito, spero. Intanto però voglio dirti alcune cose e le dico a te e a Roberto Vallasciani, attuale coordinatore provinciale di SeL, per correttezza e trasparenza.
Nulla da dire sull'accordo con i rappresentanti nazionali di U1S per la nomina di Licia al coordinamento regionale. Purtroppo finché SeL è il coacervo ibrido di associazioni, partiti, singoli aderenti (ma anche non aderenti) che è, è legittimo ritenere che tale nomina "nulla ha a che vedere con il comitato provinciale" e che tu "non sei tenuto, come coordinatore regionale di U1S, ad informare il provinciale di SeL del passaggio". Ma il punto è proprio questo.
Stiamo lavorando tanto, da mesi, per muoverci il più possibile nella chiarezza e nella trasparenza, e nel nostro territorio SeL si sta caratterizzando proprio per questo, per distinguerci, per non subire più "imposizioni dall'alto", per cambiare il modo di stare in politica e di farla, cercando tutti di rispettare il punto di vista dell'altro, sforzandoci di mediare e di smussare le asperità inevitabili in una fase di conoscenza, cercando, settimana dopo settimana, di fidarci un po' di più dei nuovi compagni che ci stanno intorno, dandoci delle regole e cercando un'etica comune che ci renda sempre più convinti e consapevoli delle scelte che ognuno di noi ha fatto in questi mesi. Non è facile, non è scontato ma se vogliamo stare con "la schiena dritta" è questo l'unico percorso da seguire, quello del confronto, del guardarsi in faccia per condividere valori, esperienze, ma anche decisioni, scelte, passaggi delicati come quello di cui stiamo discutendo.
Questo è stato il percorso seguito in questi mesi nel nostro territorio. Certamente questo è stato lo spirito del mio impegno.
Ora, è vero che la tua posizione è formalmente inattaccabile, ma proprio per esserci, noi di Fermo in particolare, interrogati più volte - essendone già stati vittime- sul cosa fare in caso di tentativi di prevaricazione, di occupazione di campo e di imposizione di condotte sgradite, adesso abbiamo tutti il nervo scoperto. Per questo sabato 24 e' è stato quello che definisci "l'affondo", unanime e deciso, da parte nostra nei confronti di Licia e tuoi.
Licia è indubbiamente una donna di valore, una brava amministratrice, una risorsa della sinistra fermana, ma è soprattutto una guerriera, una combattente che sa difendersi, anche da sola. Però, in questa fase della politica fermana, non appare come una persona qualsiasi, è una persona "scomoda" perché su di lei è stato gettato immeritatamente del fango e la cosa più grave, questa sì VERGOGNOSA!!!, è che sono stati i suoi compagni più "cari" a farlo e senza scrupolo, screditandone l'immagine e compromettendo i suoi possibili rapporti, nel tentativo di isolarla. Le è stato fatto un danno.
Tutto questo fango deve essere spazzato via, con un lavoro coerente e professionale, da parte sua, dentro il Consiglio Provinciale e con il contributo di chi può darle valido sostegno dall'esterno.
Per questa opera di ripulitura occorrono tempo, coraggio, lucidità e nervi saldi, perciò non ha senso sedersi ora ad un tavolo regionale di un partito che ancora non c'è, dai fragili equilibri e che, sabato mattina ancora non era il suo partito, ma che tuttavia sarà ben felice di accoglierla, ascoltarla e sostenerla già da ora.
Tu e Licia dovevate parlare apertamente e ufficialmente con tutti i compagni di SeL prima dell'assemblea di Ancona, per correttezza, per non dare adito a voci malevole, per avviare un processo di inserimento graduale, motivato e utile per tutti. Allora sì che avremmo tutti esultato per l'ingresso del secondo consigliere in forza SeL!
Io, Lello, non vedo malafede in Licia, ma mi è dispiaciuto vederla un po' manipolata da te. Lei era seduta al tuo posto, ci dovevi stare tu a quel tavolo in qualità di coordinatore regionale di U1S. Licia ha aderito a SeL il giorno stesso e non abbiamo capito chi dovesse rappresentare: il territorio del fermano, U1S (allora perché io non sono stata informata prima della tua decisione?), chi?
Insomma, se ne avessimo parlato prima, magari tra di noi, avremmo evitato una situazione imbarazzante per tutti. Quello era un passaggio delicato e tu, Lello, dovevi essere più cauto verso di noi ma soprattutto non avresti dovuto esporre tua moglie agli attacchi che, inevitabilmente, le sono stati fatti. Ci dovevi stare tu a quel tavolo e Licia avrebbe potuto comunicare l'intenzione di aderire a SeL magari la sera della cena a Fermo, avremmo affrontato insieme i dubbi e le perplessità che la sua posizione indubbiamente suscita, soprattutto in chi non la conosce abbastanza.
Figurati se possiamo permetterci di negare l'ingresso a qualcuno, nella posizione in cui siamo! Ma c'è modo e modo!
Se le tue dimissioni dai vari incarichi sono irrevocabili, rimangono comunque valide le adesioni tua e di Licia a SeL, pertanto spero che ci sia modo di fare ulteriore chiarezza e di superare le ambiguità e il chiacchiericcio spicciolo che, come penso saprai, non mi appartiene e mi ripugna. "Gli amici sono i fratelli che ci scegliamo" (è una frase della pubblicità, ma quanto è vera!).
Saluti sinceri e... comunisti, sempre. Lucia Interlenghi”.
Noi di “puntofermo”, a questo punto usciamo dalla scena in punta di piedi.
(In rete su http://puntofermo.livejournal.com/ 7 NOVEMBRE 2009)

Interlenghi scrive a Jacopo Venier

Renzo Interlenghi scrive a Jacopo Venier, dopo la proposta del Responsabile Comunicazione del PdCI di iscriverci in massa alla Federazione della Sinistra per accelerare il processo unitario (leggi l’articolo).

Caro Jacopo, ho letto attentamente quello che hai scritto.
Per certi versi interessante, per altri appare velleitario e sovradimensionato rispetto al cumulo di macerie dalle quali stiamo, con estrema fatica, tentando di riemergere. La federazione arriva fuori tempo massimo; noi la chiediamo da anni ma paghiamo lo scotto di quel peccato originale che si chiama "scissione" (non entro nel merito della scelta fatta nel '98 e, allora, ero segretario di federazione di Rifondazione).
Diliberto ha ragione quando dice: occorre rinnovare i gruppi dirigenti, io dico di più, dobbiamo dare ai giovani lo strumento per cambiare questa società e la federazione è un minus rispetto a ciò che meritano.
I sondaggi ci danno al 2,5% (!) e non siamo riusciti a fare una sintesi sull'unità. Questo è il dato di fatto. Dentro Rifondazione si agitano svariate "anime" (che appunto rischiano sempre più di rimanere soggettività ectoplasmatiche in tutto e per tutto).
Stiamo diventando una caricatura di una storia che ci ha pesantemente sconfitto, nonostante le nostre analisi non siano state così sbagliate vista la crisi dell'attuale modello di sviluppo capitalistico.
La Federazione della Sinistra ha un simbolo che, tutto può dirsi tranne che equivoco, rappresenta le lotte dei lavoratori: è un simbolo comunista a tutto tondo. Perché chiamarci, allora, federazione della sinistra? Perché rincorriamo quello che hanno già fatto (giusto o sbagliato che sia) i compagni di SeL? Capisco il rispetto verso altri soci fondatori ma, mi chiedo: nella mia provincia chi rappresenta il movimento di Salvi? Chi quello di Patta?
Mi sembra tanto che abbiamo adottato il simbolo di Rifondazione, aggiungendovi alcune sigle.
Rifondazione era il nostro partito, quel minimo comune denominatore che caratterizza le storie, le passioni, le scelte che circa 20 anni fa facemmo tutti insieme. Venute meno le motivazioni di quella scissione, tanto valeva far ritorno a casa, guardarsi negli occhi, rimboccarsi le maniche e ripartire.
L'alternativa? Riprendersi di forza il vecchio simbolo del P.C.I., magari affrontando una battaglia legale e dire alla gente: siamo tornati!

Saluti comunisti.

Renzo Interlenghi - Segretario della Federazione di Fermo del PdCI
11.12.2009

Offensiva USA contro l'Alternativa Bolivariana

OFFENSIVA USA CONTRO L’ALTERNATIVA BOLIVARIANA

TRA GOLPE E ACCORDI MILITARI UNA NUOVA SPINTA VERSO L’IMPOSIZIONE DELL’ALCA

di Giorgio Raccichini


Oggi più che mai la Colombia costituisce il teatro principale in cui si giocano le sorti dell’America
Latina, paurosamente in bilico tra un serio tentativo di alcune nazioni latinoamericane di
svincolarsi definitivamente dalle politiche neoliberiste dell’imperialismo a stelle e strisce e una
crescente reazione degli USA ad una politica del proprio “giardino di casa” che essi giudicano
eccessivamente indipendente.
In un recente intervento, il leader della Rivoluzione cubana, il compagno Fidel Castro, ha
duramente apostrofato l’accordo firmato il 30 ottobre da Stati Uniti e Colombia che trasforma
quest’ultimo Paese in un’enorme base militare statunitense incuneata tra il Venezuela e l’Ecuador,
due Stati alleati e fortemente critici nei confronti delle politiche economiche neoliberiste portate
avanti dagli Stati Uniti.
Il compagno Fidel ha sostenuto giustamente che il suddetto accordo “equivale all’annessione della
Colombia agli Stati Uniti” e che “non è onesto stare zitti adesso e parlare dopo di sovranità,
democrazia, diritti umani, libertà d’opinione e altre delizie, quando un paese viene divorato
dall’impero con la stessa facilità con cui una lucertola cattura una mosca”. Lo scopo degli Stati
Uniti, celato sotto il pretesto della lotta al narcotraffico, è, secondo Castro, quello di mandare i
soldati colombiani “a lottare contro i loro fratelli venezuelani, ecuadoriani e gli altri popoli
bolivariani e dell’ALBA, per schiacciare la Rivoluzione venezuelana”. Fidel Castro, nel suo
intervento, esprime la sicurezza che i popoli latinoamericani saranno capaci di reagire contro
queste pericolose macchinazioni degli Stati Uniti, soprattutto il popolo colombiano, costretto a
subire da decenni governi che utilizzano l’esercito e i paramilitari per mettere a tacere nel sangue
qualsiasi forma, guerrigliera o pacifica, di rivendicazione di maggiore giustizia sociale ed
economica (i). Tuttavia non si può che esprimere una fortissima preoccupazione di fronte a questa
escalation della politica aggressiva degli Stati Uniti nei confronti dei popoli latinoamericani e del
loro desiderio di determinare il proprio futuro politico, economico e sociale.

1 – Premessa: due modelli di integrazione economica “in guerra”

In America è in atto uno scontro importantissimo tra due concezioni di integrazione economica
profondamente differenti, l’una basata sull’egemonia statunitense, sul libero mercato e lo
strapotere delle multinazionali statunitensi ed occidentali, l’altra sulla collaborazione dei popoli.
Nel 1994 gli USA, allora sotto la presidenza di Clinton, si impegnarono insieme ai Paesi
latinoamericani a dare vita ad un’area di libero commercio che comprendesse tutto il continente
americano (il cosiddetto ALCA o FTAA), una zona di libero scambio che avrebbe dovuto
comprendere ben trentaquattro nazioni (ii). Un progetto che mira da una parte a facilitare il
commercio dei Paesi latinoamericani da e per gli Stati Uniti, vincolando fortemente le già fragili
economie dei primi alla potenza nordamericana, e dall’altra a consentire un più agevole
sfruttamento di risorse umane e materiali delle nazioni latinoamericane da parte delle
multinazionali statunitensi. La conseguenza per l’America Latina di una tale politica, che si
accompagna spesso ad un forte debito estero delle nazioni latinoamericane, è il peggioramento
delle condizioni di vita dei popoli, sempre più dipendenti dal commercio con gli Stati Uniti, privati
delle ricchezze derivanti dalle proprie risorse naturali (che invece vanno ad ingrassare le tasche di
multinazionali e di ristrette oligarchie locali), sempre più esposti alle privatizzazioni dei servizi
pubblici essenziali (sanità, istruzione, energia, e così via) (iii).
Tuttavia, l’ALCA sta sempre più subendo la concorrenza di un nuovo modello fortemente voluto
dal Venezuela di Chavez, cioè quello dell’Alternativa Bolivariana per le Americhe (ALBA), un
trattato economico dagli importanti risvolti politici, che recupera sotto certi aspetti l’antico sogno
di Simon Bolivar di un’America Latina unita. Noam Chomsky ha sostenuto che l’ALBA “deve essere
intesa come uno sviluppo indipendente e non come un’alternativa”iv all’ALCA; essa è infatti un
modello di integrazione dei popoli dell’America Latina e dei Caraibi che intende combattere
l’espansione del neoliberismo, vincere la sfida contro la povertà ed estendere in maniera diffusa
l’istruzione, la sanità e tutti i servizi essenziali per la persona, utilizzando a questo fine anche i
proventi ricavabili da una gestione delle risorse sempre più nelle mani dello Stato nazionale e tolta
al controllo egemonico delle multinazionali straniere. Una lotta che, partendo dalla realistica
considerazione che gli Stati latinoamericani hanno uno sviluppo diseguale e caratteristiche
differenti, intende superare le asimmetrie esistenti nel continente latinoamericano attraverso la
cooperazione. Per esempio, tra Cuba e Venezuela si è sviluppata precocemente una cooperazione
che, semplificando, ha portato medici cubani a svolgere attività sanitarie e di formazione in
Venezuela, che in cambio fornisce all’isola caraibica petrolio a prezzi contenuti. Contro i fautori del
liberismo sfrenato, l’ALBA sostiene il ruolo fondamentale dello Stato nel ridurre le disparità
esistenti tra i Paesi, poiché la libera concorrenza tra realtà nazionali diseguali non può che portare
al dominio economico e politico dei Paesi più forti su quelli più debol (iv).

2 – La Colombia: “base militare” statunitense in America Latina

La Colombia è uno dei Paesi maggiormente colpiti dall’imperialismo statunitense e dalla volontà di
questo di affermare in tutto il continente americano il proprio progetto economico neoliberista.
Il fortissimo interesse degli USA e delle multinazionali per la Colombia è dovuto principalmente a
due motivi: la Colombia è un Paese ricchissimo di materie prime, petrolio, smeraldi, risorse
forestali, risorse idriche e di potenzialità agricole; da un punto di vista geopolitico, inoltre, riveste
una posizione di primaria importanza per gli Stati Uniti, dal momento che costituisce il suo alleato
principale in America Latina, in un contesto di grandi cambiamenti che impediscono alla potenza
nordamericana di affermare la propria egemonia: la Colombia è, insieme al Perù, l’avamposto
militare statunitense in Centro e Sudamerica e l’elemento di potenziale destabilizzazione dei
processi in atto in Paesi come il Venezuela, l’Ecuador, la Bolivia e, naturalmente, Cuba.
Per combattere la resistenza armata e civile della popolazione colombiana contro le politiche
neoliberiste e contro i governi colombiani collusi con il narcotraffico e il paramilitarismo, e per
facilitare l’imposizione dell’Area di Libero Commercio delle Americhe in America Latina, l’ex
presidente colombiano Andrés Pastrana e quello statunitense Bill Clinton hanno elaborato, nel
1999, il “Plan Colombia”. Questo piano militare tuttora vigente, teso ufficialmente a combattere il
narcotraffico e le coltivazioni di coca (per altro attraverso le famigerate fumigazioni chimiche delle
piantagioni di coca, che hanno provocato molte morti tra braccianti e piccoli proprietari e non
hanno intaccato per nulla il narcotraffico), serve sostanzialmente a debellare i movimenti
guerriglieri popolari, soprattutto quello delle FARC-EP, e a imporre politiche neoliberiste nell’area
andino-caraibica. Infatti la concessione degli aiuti economici e militari previsti dal Plan Colombia
sono condizionati dalla piena realizzazione in Colombia di una politica neoliberista: tagli allo stato
sociale e al settore pubblico e sua progressiva privatizzazione; precarizzazione del lavoro;
privatizzazione del sistema bancario e delle maggiori imprese statali; svendita delle risorse del
territorio alle multinazionali straniere (vi).
Nel 2009 l’offensiva statunitense in Colombia ha assunto le dimensioni di una vera e propria
occupazione militare, con la collaborazione del governo Uribe e dell’oligarchia al potere nel Paese
latinoamericano. Il 30 ottobre, infatti, i due Paesi hanno firmato un nuovo accordo di
cooperazione militare (Defense Cooperation Agreement (vii)), con cui gli USA, tra le altre cose,
assicurano alle proprie truppe e ai propri aerei l’uso di ben sette basi militari in territorio
colombiano e “l’accesso e l’uso di altre strutture e siti” (art. IV comma 1); il tutto senza alcun costo
d’affitto per gli Stati Uniti (art. IV comma 2). Inoltre la potenza nordamericana si assicura l’accesso
allo spazio aereo colombiano, secondo procedure che debbono però essere stabilite in un
ulteriore accordo, senza essere soggetta a pagamento di tasse relative al sorvolo dello spazio
aereo, all’atterraggio e all’uso a parcheggio delle rampe (artt. V-VI).
Il fine dichiarato di questo accordo, quello di combattere il narcotraffico, è nuovamente
pretestuoso, in quanto fallimentare è stata per anni la via militare di eradicazione delle piantagioni
di coca e, come ha sostenuto Fidel Castro, è “cinico proclamare che l’infame accordo è una
necessità della lotta contro il traffico di droghe ed il terrorismo internazionale. Cuba ha dimostrato
che non sono necessarie truppe straniere per evitare la coltivazione e il traffico delle droghe e per
mantenere l’ordine interno” (viii).
In seguito a questo accordo le già tese relazioni tra la Colombia e i Paesi confinanti sono arrivate
ad un punto di rottura, tanto che già qualche giorno prima il Venezuela aveva accusato il suo
vicino di atti di spionaggio. Credo, anche alla luce del recente accordo con cui le forze armate
statunitensi si sono assicurate l’accesso a quattro basi navali di Panama (ix), che si possa pienamente
condividere, secondo quanto trasmesso dall’Agenzia Stampa ANNCOL, il commento del
segretariato dello stato maggiore delle FARC concernente il nuovo accordo USA-Colombia: “Si
tratta di fare della Colombia la punta di lancia della strategia del padrone del Nord per impedire la
realizzazione di quei processi sociali, come quello operante in Venezuela, che vanno in direzione
della realizzazione del processo bolivariano di sovranità e integrazione latinoamericana e che
garantiscono ai nostri popoli la maggiore quantità di felicità possibile” (x).

3 – Destabilizzare per dominare: il caso del Venezuela e quello “in fieri” dell’Honduras

Che gli Stati Uniti siano stati fortemente coinvolti in tentativi di destabilizzazione di governi
democraticamente eletti, incolpati di attuare una politica non conforme agli interessi statunitensi
o comunque eccessivamente indipendente, è cosa nota e testimoniata dai tristi casi del Cile e del
Nicaragua.
Per limitarci ad un caso più vicino nel tempo e fortemente connesso all’attuale politica degli Stati
Uniti in America Latina, sono molto interessanti le vicende del fallito golpe in Venezuela, messo in
atto l’11 aprile del 2002 e terminato appena tre giorni dopo. Eva Golinger, nel suo lavoro “El
Código Chávez”, pubblicato nel 2005 (xi), ha documentato esaurientemente le complicità degli Stati
Uniti nel fallito colpo di Stato e ha messo in evidenza modalità di destabilizzazione di un Paese
nemico che gli USA hanno fatto propri in altre circostanze. In sostanza gli Stati Uniti hanno
finanziato e istruito associazioni, sindacati, partiti politici, gruppi industriali e mezzi di
comunicazione che si dimostravano antichavisti e quindi contrari alle politiche messe in atto dal
presidente venezuelano Chavez: nazionalizzazione di settori economici strategici (come quello del
petrolio); politiche tese alla diffusione dell’istruzione, della sanità e alla diminuzione della povertà;
sviluppo di un modello di integrazione con altri Paesi latinoamericani basato sulla collaborazione
dei popoli.
Gli Stati Uniti non potevano tollerare un progetto politico, come quello venezuelano, che
estrometteva la propria egemonia su uno dei propri principali fornitori di petrolio e un presidente
che rivitalizzava in poco tempo l’OPEC determinando una quadruplicazione dei prezzi del petrolio
e che si opponeva nei fatti alla politica economica neoliberista promossa dagli USA in America
Latina (xii).
Il finanziamento statunitense alle organizzazioni degli oppositori di Chavez avvenne attraverso la
NED e l’USAID. La NED nasce nel 1983 grazie ad una legge parlamentare statunitense (il National
Endowment for Democracy Act, P.L. 98-164) e ha la funzione di distribuire i fondi governativi in
modo da favorire gli interessi politici statunitensi nel Mondo (xiii). Come si può leggere nel sito
ufficiale della NED, l’organizzazione nasce con il proposito di “favorire le istituzioni democratiche
attraverso iniziative del settore privato; facilitare gli scambi tra i gruppi del settore privato e gruppi
democratici dei paesi stranieri; […] rafforzare i processi elettorali democratici dei paesi stranieri in
cooperazione con le forze democratiche di quegli stessi paesi; […] favorire sviluppi democratici
coerenti agli interessi degli Stati Uniti e dei gruppi che ricevono assistenza” (xiv).
Scopi e modalità simili a quelli della NED sono propri dell’Agenzia Statunitense per lo Sviluppo
Internazionale (USAID), che pone i propri obiettivi sulla scia dei tradizionali scopi degli aiuti
internazionali del governo statunitense, che sono in sostanza quelli “di promuovere gli interessi
della politica estera degli USA coincidente con l’espansione della democrazia e del libero
mercato” (xv). L’USAID agisce in maniera congiunta al Dipartimento di Stato USA nel definire “gli
obiettivi primari e lo sviluppo della politica estera statunitense” (xvi) e, nel settore specifico della
“lotta per la diffusione della democrazia”, l’USAID assicura che il supporto “ai partiti politici più
democratici è una pietra angolare delle attività e dell’aiuto volti alla promozione della
democrazia” (xvii).
La Golinger dimostra, con un’accurata presentazione delle fonti, come, soprattutto a partire dal
2001, vi sia stato un forte incremento dei finanziamenti e delle attività di supporto di queste due
organizzazioni rivolti ai partiti, alle associazioni, ai sindacati, agli industriali, ai mezzi di
comunicazione venezuelani antichavisti; in questo modo gli Stati Uniti hanno interferito
indebitamente nella politica interna di uno Stato sovrano, peraltro democraticamente eletto (xviii).
C’è da chiedersi, vista la politica statunitense sopra delineata in relazione al caso Venezuela, come
sia possibile non pensare ad una complicità statunitense nel golpe avvenuto a fine giugno in
Honduras, un paese da sempre fortemente controllato dalla potenza nordamericana che ne fece
una base per rovesciare i sandinisti al potere in Nicaragua e un paese il cui presidente, pur eletto
tra le fila del Partito Liberale, ha cercato di perseguire una politica più indirizzata a sinistra,
avvicinando il suo Paese all’ALBA e al Venezuela di Hugo Chavez. Un altro tassello si stava
timidamente staccando dall’egemonia statunitense e il golpe ha prontamente bloccato questo
processo. Non sto qui ora a ricostruire le varie fasi del golpe (xix), ma mi preme dire che quanto è
successo nelle ultime settimane dimostra inequivocabilmente quanto fosse falsa la già cauta presa
di distanza dai golpisti da parte del governo statunitense: gli USA, trovandosi in una posizione
internazionale scomoda dal momento che, probabilmente, quel blocco politico, militare ed
economico honduregno che sostanzia il golpe ha forzato la mano e ha spiazzato i suoi “padroni”
statunitensi, hanno atteso che calasse l’attenzione mediatica perché fosse considerata accettabile
la nuova situazione politica determinata dal colpo di Stato. Quello che è evidente, comunque, è
che l’Occidente, così solerte ad attivarsi per destabilizzare governi considerati “nemici”, ha ormai
legittimato il governo golpista, semplicemente non prendendo una posizione netta contro di esso
e facendo calare sulle vicende honduregne una coltre di silenzio.
Le vicende relative alle elezioni del prossimo 29 novembre sono la prova più evidente di quanto è
stato detto. Infatti, il 30 ottobre il golpista Micheletti aveva firmato un accordo che avrebbe
permesso il reinsediamento del presidente legittimo Zelaya che, impossibilitato tuttavia a
proseguire i progetti che egli perseguiva per il suo popolo (come la lotta alle privatizzazioni e la
riacquisizione da parte dello Stato dei servizi fondamentali per il popolo, gli accordi con l’ALBA,
l’avvio di consultazioni popolari per redigere una nuova Costituzione e così via), avrebbe gestito le
elezioni venture. Un accordo che aveva costituito una piccola vittoria per il fronte popolare di
resistenza, che non ha mai smesso di manifestare e protestare, nonostante la dura repressione
delle forze armate honduregne e che aveva annunciato di voler partecipare alle elezioni del 29
novembre. Ma dopo pochi giorni avviene una sorta di “colpo di teatro” di Micheletti che ha
rilanciato fortemente la via golpista: il presidente illegittimo lascia, ma dà il via ad un “governo di
unità nazionale” formato dai partiti reazionari, impedendo il ritorno in carica di Zelaya e fornendo
ai golpisti la possibilità di gestire il processo elettorale del 29 novembre. La resistenza, che chiede
il ritorno della legalità istituzionale, non può che denunciare questa farsa e ritirarsi dalla contesa
elettorale, annunciando la sua intenzione di continuare a manifestare ad oltranza. Intanto sembra
che gli Stati Uniti abbiano preso la posizione di riconoscere in ogni caso i risultati delle elezioni del
29 novembre (xx).
E così gli USA e le multinazionali (come la Chiquita, per esempio contraria all’aumento del salario
minimo predisposto dal governo Zelaya (xxi)), in combutta con l’oligarchia honduregna,
continueranno a sfruttare un Paese la cui popolazione è una delle più povere del continente
americano (xxii).


4 – Conclusione

Da quanto detto è evidente che gli USA stanno cercando di riconquistare il terreno perduto in
America Latina, rafforzando le proprie posizioni nei Paesi “amici” e intervenendo in quelli che si
stanno defilando dalla sua egemonia, con il fine di gettarsi poi sul blocco antagonista costituito in
particolar modo dall’asse Venezuela-Cuba-Ecuador, con l’incognita costituita da quella potenza
emergente che è il Brasile.
L’analisi di Fidel Castro esposta all’inizio dell’articolo è perfettamente condivisibile e vien da
chiedersi se, alla luce della sconfitte che gli USA stanno subendo in Asia e considerando la sempre
più forte concorrenza di altre potenze imperialiste sullo scenario mondiale, gli Stati Uniti stiano
riprendendo sempre più in considerazione l’America Latina come base politica ed economica
fondamentale del proprio imperialismo.

21/11/2009


i
E’ possibile leggere l’intervento di Fidel Castro in queste pagine web:
http://www.granma.cu/italiano/2009/noviembre/sabado7/annessione-colombia-stati-uniti.html
http://pl-it.prensa-latina.cu/index.php?option=com_content&task=view&id=23545
Sulla sanguinosa storia della Colombia si legga, per esempio, il libro di G.Piccoli, Colombia, il paese dell’eccesso,
Feltrinelli, Milano, 2003.
ii
R.Nocera, Stati Uniti e America Latina dal 1945 ad oggi, Carocci, Roma, 2005, pp. 107-109. Per una più approfondita
storia dell’ALCA e dei suoi obiettivi si veda il sito ufficiale del FTAA, http://www.ftaa-alca.org/View_e.asp, e A.Riccio,
L’ALCA, un dispotismo economico, in Latinoamerica, n. 94-95, 2006, pp 132-137.
iii
Si veda per esempio il caso drammatico del Perù, uno dei Paesi sudamericani più legati agli Stati Uniti, tra anni ’90 e
questo primo decennio del 2000; per il periodo compreso tra la fine della dittatura di Fujimori e il 2005 si veda il
documentatissimo lavoro di Silvano Ceccoli, Il ritorno di Sendero Luminoso. Conflitti sociali e guerra popolare in Perù
dal 2001 al 2005, AIEP, San Marino, 2006.
iv
N.Chomsky, La sfida dell’America Latina, in Latinoamerica, n. 106-107, 2009, pag. 23.
v
Sull’ALBA si vedano i seguenti riferimenti bibliografici: A.Camposampiero, Aspettando l’ALBA, in Guerra e Pace, 2,
Aprile-Maggio 2006, pp. 10-12;
http://www.alternativabolivariana.org/modules.php?name=Content&pa=showpage&pid=258
vi
Sul Plan Colombia si vedano: G.Piccoli, Colombia…, pp. 143-186
A.Mazzeo, Colombia l’ultimo inganno, 2001 in http://www.terrelibere.org/colombia-ultimo-inganno o
http://www.selvas.eu/dossPC3.html
Giulio Girardi, Resistenza e alternativa al neoliberalismo ed ai terrorismi, Ed. Punto Rosso, 2002, cap III (Progetto
dell’imperialismo e risposta popolare), pp. 129-154 e scaricabile da questo link:
http://www.nuovacolombia.net/Joomla/index.php?option=com_content&view=article&id=30:plan-colombia-
progetto-dellimperialismo-e-risposta-popolare&catid=15:italiano&Itemid=13,
L.Alberto Matta Aldana, Plan Colombia: sfida neoliberista contro l’America Latina, 2001, in
http://www.nuovacolombia.net/Joomla/index.php?option=com_content&view=article&id=31:plan-colombia-sfida-
neoliberista-contro-lamerica-latina&catid=15:italiano&Itemid=13
vii
http://www.state.gov/r/pa/prs/ps/2009/oct/131134.htm; il testo dell’accordo può essere letto, sia in inglese che in
spagnolo, accedendo al seguente link: http://www.cipcol.org/?p=1193
viii
Vedi nota 1.
ix
http://www.resistenze.org/sito/os/dg/osdg9m11-005858.htm
x
http://anncol.eu/noticias-del-mundo/4/nuestra-patria-es-am%C3%A9rica282
xi
Edizione italiana: Eva Golinger, Crociata USA contro il Venezuela. Decifrato il “Codice Chavez”, Zambon Editore, 2006.
xii
Eva Golinger, Crociata USA, pp. 46-47.
xiii
Eva Golinger, Crociata USA, pp. 30-32.
xiv
http://www.ned.org/about/nedhistory.html
xv
http://www.usaid.gov/about_usaid/index.html
xvi
http://www.usaid.gov/policy/budget
xvii
http://www.usaid.gov/our_work/democracy_and_governance/technical_areas/elections/epp_strategy.html
xviii
I dati forniti dalla Golinger possono essere confrontati con quelli che si possono ricavare dai siti delle due
organizzazioni. Per esempio, si possono trovare i rapporti annuali della NED alla seguente pagina:
http://www.ned.org/publications/publications.html
xix
Per cui rimando a siti che ne hanno parlato in maniera approfondita: http://www.resistenze.org;
http://www.gennarocarotenuto.it; http://www.granma.cu/italiano/index.html; http://pl-it.prensa-latina.cu/
xx
http://www.giannimina-latinoamerica.it/component/content/article/497-honduras-dopo-il-secondo-golpe-di-
micheletti-la-resistenza-rinuncia-alle-elezioni,
http://pl-it.prensa-latina.cu//index.php?option=com_content&task=view&id=23587,
http://www.resistenze.org/sito/te/po/hn/pohn9m17-005891.htm
xxi
http://www.rebelion.org/noticia.php?id=88860;
http://www.resistenze.org/sito/te/pe/im/peim9g21-005407.htm
xxii
https://www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook/geos/ho.html, vedi statistiche del Cepal
(http://websie.eclac.cl/anuario_estadistico/anuario_2008/esp/index.asp)

Sul processo di fusione dei Comunisti nel Fermano

di Giorgio Raccichini

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Nei mesi che hanno seguito le elezioni provinciali, in cui si è vista una proficua collaborazione tra PRC e PdCI, si sono potuti constatare vari elementi negativi che hanno remato decisamente contro l’unità d’azione dei Comunisti fermani e, in prospettiva, di una loro fusione, nel senso della creazione di un organismo unitario compatto nel segno del centralismo democratico. Difesa accanita di poltrone, volontà carrieristica, disinteresse se non boicottaggio di iniziative, disfattismo, settarismo, un odioso parlarsi contro (in parte dovuto a mai sopiti rancori generatisi nel recente passato) sono tutti elementi che, di fatto, hanno bloccato un’unità di azione di importanza vitale per i comunisti del nostro territorio e senza la quale non è pensabile che possa sorgere un partito comunista unico degno di tal nome.
Sia a livello nazionale che a livello locale, per poter affrontare con una razionale positività e con forza morale e intellettuale le mille sfide che attendono noi comunisti nel contesto generato dalla crisi economica globale, dall’attacco sempre più violento della borghesia italiana e internazionale ai diritti delle masse popolari e lavoratrici e dal progressivo acuirsi della sfida interimperialistica per lo sfruttamento del pianeta, vi è bisogno che i comunisti tornino a formare un soggetto partitico unico, autenticamente rivoluzionario e che tragga linfa vitale dagli insegnamenti che può fornire l’esperienza comunista novecentesca. Il comunismo è infatti un sistema vitale di prassi e pensiero, in cui il passato e il presente vanno continuamente interrelati per poter seguire la migliore via che porta alla costruzione di una società socialista. Noi comunisti dobbiamo tenere sempre ben presente nelle nostre teste che la lotta per le rivendicazioni parziali e immediate, che si conducono perché le classi lavoratrici ottengano miglioramenti nell’ambito della società capitalista, non vanno scisse dalla lotta più generale che conduciamo per l’abbattimento del capitalismo e l’instaurazione di una società socialista, prodromo dell’affermazione del comunismo. Ma per far ciò bisogna studiare, occorre armarsi di un patrimonio teorico e di esperienze che rappresenta l’unico bene prezioso che noi comunisti abbiamo, oltre una volontà ferrea che crede senza esitazioni che la società può essere realmente trasformata.
Vorrei qui sotto riportare alcuni passi di un discorso del compagno Thorez che, seppur pronunciato in un contesto diverso (siamo nel 1932, nella fase di affermazione del partito nazista tedesco e di avanzamento della minaccia delle organizzazioni fasciste in Francia), trovo particolarmente interessante alla luce del tentativo odierno di creare in Italia un’unità di azione tra le forze di sinistra anticapitaliste, all’interno della quale il Partito Comunista non si deve confondere con gli altri soggetti partitici e movimenti, ma deve rafforzare la propria identità ideologica e la propria azione politica, in modo che possa diventare la guida sicura di tutta la coalizione anticapitalista.
L’azione politica di Thorez e dei compagni del Partito comunista francese rivestì allora un’importanza storica nell’opera di rettificazione di alcuni errori che si erano manifestati nel seno dell’Internazionale Comunista in merito all’approccio da tenere nei confronti delle masse socialdemocratiche. In sostanza, i francesi avviarono la fase dell’abbandono della teoria del “socialfascismo” e dell’adozione dei “fronti unici” con le masse socialdemocratiche, che guidarono in tutta Europa la lotta vittoriosa contro la barbarie fascista foraggiata dalla borghesia più reazionaria.
Ecco alcuni passi interessanti di questo discorso:
“Fedeli al pensiero di Lenin, noi non ci acquieteremo finché non avremo assicurato l’unità del proletariato [….] Noi utilizzeremo ogni possibilità, manifestazione, sciopero, protesta allo scopo di perseguire il nostro compito di unificazione, il nostro bisogno di unione per la lotta comune dei lavoratori di ogni tendenza e di ogni organizzazione […] Una classe operaia unita contro la borghesia, un solo sindacato, un solo partito del proletariato […] Noi abbiamo stimato utile convocare a Parigi e proporre la tenuta in tutto il Paese di grandi assemblee aperte a tutti i proletari, allo scopo di esporvi il nostro punto di vista su questo problema di una attualità così bruciante: l’unità della classe operaia. Noi abbiamo invitato esplicitamente il partito socialista e il partito di unità proletaria (anche se formato da transfughi dal partito comunista) a delegare dei loro rappresentanti a queste assemblee pubbliche. Alle nostre proposte si sono opposti pretesti, si sono persino formulate delle esigenze. Noi abbiamo consentito alle condizioni di organizzazione comune.
Non ci siamo sorpresi quando ci si è chiesto di precisare gli elementi dottrinari di una futura unità.
Noi comunisti consideriamo che i principi che condizionano l’esistenza stessa del partito del proletariato sono stati nettamente formulati da noi nella dichiarazione di adesione alla Terza Internazionale, cioè: 1) pratica intransigente della lotta di classe nei fatti e non nelle parole, perché un partito si giudica dagli atti e non dalle parole. 2) Preparazione, organizzazione delle masse alle lotte per l’instaurazione e l’esercizio della dittatura del proletariato. 3) Azione internazionale conseguente e condanna irrevocabile della “difesa nazionale” e del colonialismo.
E’ sempre superfluo ricordare che la semplice enunciazione di questi principi costituiva la più implacabile requisitoria contro gli stati maggiori socialisti e contro la Seconda Internazionale, il cui atteggiamento durante la grande guerra non comporta altra definizione che quella di tradimento […] Bisogna comprendere che ricordare tutto questo non è una polemica meschina né una spregevole ripetizione di ingiurie personali. Si tratta di un grande dramma storico di milioni di proletari organizzati che hanno visto crollare al momento della guerra le loro organizzazioni […]
Noi vogliamo l’unità del proletariato, noi vogliamo questa unità con passione, ma una tale unità significa la rottura totale e appassionata con la borghesia. Possiamo noi contare su questa rottura, possiamo attenderla da parte dei dirigenti socialisti e pupisti? Vediamo quello che sta accadendo dal mese di maggio di quest’anno in Francia. Che cosa volevano in maggio i proletari di Francia, i piccoli contadini che, ancora indifferenti all’appello del nostro partito, votavano “a sinistra” per il partito radicale e per il partito socialista? Volevano forse lo sviluppo della politica imperialistica sotto la direzione del governo Herriot Volevano l’attacco contro il trattamento economico dei funzionari? Volevano l’aumento delle imposte? Tutta questa gente ha eletto la maggioranza di sinistra che ha portato il governo di sinistra al potere. Voi sentite bene che in questo Paese, nel mese di maggio, si è proceduto a una formidabile sopraffazione della volontà popolare, espressa dal preteso suffragio universale.
Rompere con la borghesia vuol dire non sostenere tutta questa politica del governo Paul Boncourt e, al contrario, combatterla. Ora, compagni, bisogna constatare che con una serie di voti successivi, il partito socialista non ha cessato di manifestare la sua fiducia e di dare il suo più completo appoggio alla borghesia.
Noi siamo decisi, risolutamente decisi a non lasciare mettere in discussione in nessun momento l’indipendenza del nostro partito comunista, noi vogliamo uniformare la nostra politica al precetto contenuto nel Manifesto comunista, il quale dice che i comunisti non hanno affatto interessi che li separino dall’insieme del proletariato. Con Marx noi diciamo: Io sono comunista e nulla di quanto è proletario mi è indifferente. E’ per questo che noi ci preoccupiamo del più piccolo bisogno dei lavoratori. Dobbiamo allora chiedere, come fanno alcuni, all’operaio che soffre e lotta: sei tu comunista, sei tu socialista, sei tu confederato o unitario, o disorganizzato?
Così fanno alcuni militanti che cominciano a chiedere ai proletari: hai tu la mia stessa tessera? Appartieni alla mia stessa organizzazione? La pensi come me?
I comunisti dicono: tutti i proletari sono nostri, tutti sono colpiti, tutti devono e vogliono lottare. Per questo noi andiamo fraternamente, con la mano tesa agli operai socialisti, agli operai confederati e diciamo loro: noi comunisti siamo pronti a organizzare insieme, con voi, la nostra lotta comune contro il nemico comune.
Noi aiuteremo, sosterremo un tale movimento di unità d’azione, perché si estenda, guadagni in profondità, organizzi attorno ai comitati eletti alla base, nelle fabbriche, e ottenga sotto il controllo delle masse la sua piena realizzazione, la sua piena efficacia”.
In un altro discorso del’34 Thorez afferma che contro le minacce fasciste del capitale reazionario in Francia bisogna “realizzare ad ogni costo l’unità di azione per dissipare ogni equivoco e arrivare all’unità più salda e sincera […] Noi vogliamo ad ogni costo realizzare l’unità di azione con gli operai socialisti, contro il fascismo. Noi vogliamo ad ogni costo arrivare all’unità sindacale in una sola CGT, realizzando l’unità del proletariato, organizzando il fronte unico di lotta, lavorando per la CGT unica a fianco dei proletari che sono contro il fascismo i combattenti più esperti, più ardenti, più combattivi e di cui una parte si batte già sotto la bandiera dei Soviet. Noi vogliamo trascinare le classi medie, strappandole alla demagogia del fascismo. Noi vogliamo impedire che gli impiegati delle grandi città, che i funzionari, che i ceti medi – piccoli commercianti, artigiani -, che le masse dei contadini lavoratori siano guadagnati dal fascismo. Al contrario, noi vogliamo guadagnare queste masse contro il fascismo e andare verso il nostro scopo, verso i Soviet in Francia. Come possiamo guadagnare gli elementi della piccola e media borghesia urbana e rurale? In primo luogo, preoccupandoci della maggior parte delle loro rivendicazioni, non credendo che tutte le loro rivendicazioni siano ostili agli interessi della classe operaia. Anzi, noi stessi dobbiamo prendere in mano la difesa di ogni rivendicazione delle classi medie che non si oppone agli interessi del proletariato”.