Sconfiggiamo le destre, uniamo i comunisti e la sinistra
La prima parte del Documento Politico, più organica e di linea politica, espone un insieme di tesi che toccano le questioni fondamentali del nostro progetto di “ricostruzione del partito comunista”. Osservazioni e considerazioni su questa prima parte del Documento Politico possono essere avanzate nelle risoluzioni e negli ordini del giorno dei congressi territoriali e, comunque, come previsto dal Regolamento congressuale, possono essere presentati documenti alternativi.
La seconda parte del Documento Politico raccoglie invece alcuni contributi più settoriali e programmatici: schede e allegati a cura dei nostri Dipartimenti e gruppi di lavoro, volti ad arricchire la nostra elaborazione e proposta su temi su cui sentiamo l'urgenza di un approfondimento più propriamente tematico; che sottoponiamo alla discussione e su cui sollecitiamo contributi anche specialistici, oltre che di linea. Questa seconda parte, così come votato dalla Direzione Nazionale, può essere emendata anche su singoli punti dalle assise congressuali territoriali.
Il Documento Politico è stato elaborato in modo collegiale da una commissione politica di 38 membri, che ha lavorato per due mesi, si è riunita ripetutamente ed ha lavorato grazie al contributo impegnato dei suoi membri, procedendo per sintesi successive, accogliendo e sintetizzando contributi ed emendamenti di varia natura, bandendo ogni spirito di gruppo o di fazione.
Su un documento così impegnativo chiamiamo tutte le compagne e i compagni del Partito, ma anche tutti gli interlocutori esterni che in vario modo si sentono coinvolti nella nostra riflessione, ad un lavoro attento di studio, discussione, arricchimento e proposta, tale da consentire al Congresso Nazionale un ulteriore arricchimento complessivo della nostra elaborazione. Il testo del Documento Politico è inviato a tutte/i le/gli iscritte/i, consegnato a tutti i partecipanti e delegati nelle varie istanze congressuali e pubblicato sul sito del Partito (www.pdci.it), dove si svolgerà una “Tribuna congressuale” libera e aperta anche a contributi esterni.
Rimini 28-30 ottobre
Congresso Nazionale del Partito dei comunisti italiani - sintesi del documento politico
Battere le destre, unire la sinistra
Ricostruire il partito comunista
Tre anni lunghi, difficilissimi e travagliati ci separano dall’ultimo Congresso del PdCI. Tre anni in cui la drammatica crisi economica ha segnato il mondo. Una crisi del sistema economico capitalista, di cui la crisi finanziaria è solo il sintomo, che oggi investe gli Stati, sommersi dai debiti per aver salvato le banche dal fallimento. Una colossale “socializzazione delle perdite” scaricata, ancora una volta, sui lavoratori.
* Si impone un’intransigente opposizione ai tagli e alle misure antipopolari volute dall’UE. È nostro compito contrapporre all’Europa dei capitali, che sta implodendo sotto i colpi della crisi, un’Europa del lavoro che aumenti i salari, i diritti dei lavoratori e difenda Stato sociale e beni comuni. Si tratta di dare battaglia in quest’Europa, a questa Europa, per costruire un’altra Europa.
* La crisi non ha colpito i paesi allo stesso modo. In vaste regioni del mondo, in grandi Paesi, vi sono tassi di crescita spettacolari. Sono i luoghi più impermeabili al neoliberismo, governati dalle sinistre, da progressisti e comunisti: le forze protagoniste di una trasformazione che disegna i nuovi equilibri del mondo. Il dominio unipolare degli Usa è così messo in discussione e appare un nuovo multipolarismo, imperniato sui BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica).
L’America Latina è segnata da processi democratici d’ispirazione socialista. Il contributo di Cuba socialista è stato straordinario: la sua resistenza è d’esempio per tutti i popoli Sudamericani, nonostante il criminale bloqueo.
* Quello che doveva essere secondo i neoconservatori “il nuovo secolo americano” sarà, invece, il secolo cinese: un paese ad orientamento socialista, con un’economia mista in cui convivono pianificazione e mercato, con un ruolo centrale dello Stato nelle scelte strategiche di sviluppo.
Si può ancora dire che il comunismo è stato sconfitto dalla storia?
*La reazione del capitalismo globale è feroce. La speranza di emancipazione di larghissime moltitudini nel mondo è sequestrata dall’imperialismo, da guerre, povertà, violenze e depredazioni ambientali. La lotta per la pace e il disarmo, lo scioglimento della NATO, la rimozione delle basi militari straniere, la messa al bando delle armi di distruzione di massa, il ridimensionamento del primato anche militare dell’imperialismo americano sono grandi priorità.
* La nostra condanna dell’intervento militare in Libia è totale e incondizionata: sosteniamo il diritto all’autodeterminazione del popolo libico e chiediamo l’immediato cessate il fuoco e la fine della partecipazione italiana alle operazioni militari (così come chiediamo il ritiro dall’Afghanistan).
La regione del Mediterraneo è attraversata da rivolte e instabilità, e il popolo di Palestina, cui siamo strenuamente al fianco, è privato del diritto di un proprio Stato.
Tre anni disastrosi anche per l’Italia
* Un Paese sfibrato, stanco, impoverito; con più paure, incertezze, ingiustizie, disuguaglianze, egoismi. Un Paese in guerra, in crisi. Una crisi da declinare al plurale. Perché l’Italia è sprofondata in una spirale reazionaria di crisi attorcigliate tra loro: economica, sociale, culturale, politica, istituzionale, etico-morale. E’ l’anomalia italiana costituita da Berlusconi: unico capo di governo in Europa, e in larga parte del mondo, ad assommare su di sé il controllo di un enorme potere economico, politico, esecutivo, legislativo e mediatico. Poteri tenuti insieme con un impasto perverso di corruzione e collusioni mafiose, xenofobia e neofascismo, populismo e cesarismo.
Centralità della contraddizione capitale-lavoro
* Occorre ridare rappresentanza politica al lavoro e conseguire risultati concreti: superare lo scandalo della precarietà, ridare dignità al lavoro pubblico (la “fabbrica dei diritti”), fermare lo stillicidio di morti e infortuni sul lavoro.
Il “modello Marchionne” non è solo iniquo, è sbagliato. Perché, anche nelle compatibilità del capitale, le politiche di taglio di salari e diritti sono ormai vecchie e inadeguate a reggere la competizione globale: bisogna reinventare il modello di società e virare con forza verso la società della conoscenza e dei saperi, che investa in innovazione tecnologica e ricerca scientifica e punti sulla buona occupazione e sull’aumento dei redditi. Il contrario di ciò che avviene con le manovre lacrime e sangue che ricadono sui lavoratori.
* Le risorse per finanziarie eque e per far ripartire la crescita ci sono: 135 miliardi è il giro d’affari delle mafie, la corruzione vale 60 miliardi e 120 miliardi l’evasione fiscale; poi ci sono 30 miliardi di spese militari e 44 miliardi di trasferimenti a fondo perduto dallo Stato alle imprese.
* La Cgil è per i comunisti il soggetto principale di confronto (e, se necessario, di scontro) sui temi sindacali e politici del lavoro. La Fiom rappresenta il punto di resistenza più importante e consistente contro l’attacco ai lavoratori. Il PdCI pone l’obiettivo di ricostruire una sinistra sindacale unita dentro la Cgil in grado di condurre una battaglia più incisiva per mantenere nel nostro Paese un grande sindacato confederale di classe e di massa.
Battere le destre
* Dopo le vittorie di Milano e Napoli e il successo dei referendum, possiamo avanzare l’ipotesi della fine della parabola politica berlusconiana. Una situazione che consegna ai comunisti il compito storico di combattere, insieme alle altre forze democratiche, il nemico principale: Berlusconi, fino a produrre una fase nuova per avviare la ricostruzione democratica e civile e uscire definitivamente dal berlusconismo. Per questo va restituita al più presto la parola agli elettori.
* I comunisti devono discutere il profilo programmatico dell’alleanza democratica avanzando proposte che, seppur parziali, siano concrete e recepibili. Proponiamo 5 punti:
-riforma della legge elettorale e norme sul conflitto d’interessi;
-riduzione del precariato, tutela dei diritti del lavoro, aumento del livello dei redditi, politiche per lo sviluppo delle forze produttive;
-recupero dell’evasione fiscale, patrimoniale, tassazione delle rendite finanziarie e politiche fiscali per favorire l’occupazione;
-investimenti in ricerca, cultura, scuola, università pubbliche; innalzamento dell’obbligo scolastico a 18 anni; valorizzazione del patrimonio culturale-artistico-ambientale;
-pubblicizzazione dei servizi e difesa dei beni comuni (comprese le risorse ambientali).
* Su questi temi si può dare sostanza programmatica all’alleanza democratica, non necessariamente un accordo di programma organico. Permangono distanze strategiche su punti assai rilevanti: su partecipazione dell’Italia alle guerre (art. 11 Costituzione) e su politica economica e industriale (modello Marchionne) le posizioni del gruppo dirigente del PD sono diverse dalle nostre. La rilevanza di tali questioni impedisce, oggi, di stipulare un patto di Governo.
Unire la sinistra
* La sinistra c’è. È viva nella società. Nelle lotte della Fiom, della Cgil e del sindacalismo di base, nella galassia del pacifismo, nelle vertenze per i beni comuni, nelle mobilitazioni studentesche, nei movimenti delle donne, nelle lotte per i diritti civili, nelle sensibilità sui temi ambientali; e pur tuttavia esprime il voto dividendosi fra diverse forze politiche. Il popolo della sinistra stenta, così, a pesare nella vita sociale e politica: ad esso va offerto uno sbocco politico; perché, sconfitto Berlusconi, il modello Marchionne rimane. La democrazia è violata dagli attacchi alla Costituzione, dalla partecipazione dell’Italia alle guerre, dalla negazione dei diritti ai lavoratori, alle donne, dal razzismo e dall’omofobia.
* Sono posizioni condivise da tutta la sinistra, ma per essere realizzate devono costituire la base di un patto d’unità d’azione o di un accordo federativo o confederativo, anche sul piano elettorale e istituzionale. Occorre partire dal sociale, dalle questioni concrete, non da un politicismo che prefiguri, come nel recente passato, irrealizzabili fusioni a freddo in velleitari soggetti politici.
Abbiamo iniziato a percorrere questo sentiero con la Federazione della Sinistra. Essa va rafforzata e messa a disposizione di un’unità della sinistra più ampia.
Ricostruire il partito comunista
* La Federazione della Sinistra è un processo per noi irreversibile nella sua ispirazione unitaria, anzi da allargare, nell’autonomia delle diverse componenti, ad altre forze e movimenti della sinistra. La Federazione, che oscilla tra essere soggetto politico e cartello elettorale, deve risolvere due contraddizioni principali: la perdurante divisione e competizione tra PdCI e PRC e l’inadeguatezza ad essere luogo ampio per la costruzione dell’unità a sinistra.
* Proponiamo la ricostruzione di un unico partito comunista che nasca anzitutto dal superamento di PRC e PdCI e da una capacità di attrazione nei confronti di tante compagne/i senza tessera, per dare nuovi spazi alla partecipazione dei giovani (come nel caso del positivo processo unitario avviato tra Fgci e Gc).
Collochiamo, dunque, dentro l’unità della sinistra il processo di ricostruzione di un partito comunista unitario e autonomo, radicato nei luoghi di lavoro e del conflitto sociale. Il PdCI è a disposizione di questo progetto e chiediamo esplicitamente al PRC di accogliere anch’esso questa proposta.
Bilancio storico-critico, non liquidatorio
* L’esperienza sovietica ha avuto esiti diversi da quella cinese, vietnamita, cubana: non si può rubricare tutto sotto la categoria del “crollo” o “fallimento”.
La dissoluzione dell’URSS non è la fine della storia né del movimento comunista.
La questione del socialismo non nasce dall'utopia, ma dalle contraddizioni del capitalismo.
Il capitalismo è un sistema che va superato, proponendo i grandi obiettivi rivoluzionari del socialismo: la proprietà e il controllo sociale della produzione, la programmazione e pianificazione dello sviluppo economico, finalizzati al soddisfacimento dei bisogni dell’umanità, alla fine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo e ad uno sviluppo rispettoso dell’ambiente, sottratto al profitto.
I comunisti non sono fuori dalla storia: sono nel movimento reale che si sta prendendo la briga di dimostrare che la storia è già di nuovo in cammino.
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Presentazione del libro "Ricostruire il Partito comunista"
Interverranno alla presentazione: Alessandro Volponi, docente di filosofia e membro del Consiglio scientifico dell'associazione Marx XXI; Paola Pellegrini, dell'Ufficio Politico del Partito dei Comunisti Italiani; Fosco Giannini, senatore nella XV Legislatura eletto tra le file di Rifondazione Comunista. Parteciperà anche Raffaele Bucciarelli, consigliere regionale per la Federazione della Sinistra.
Lo scopo del volume, così come delle attività di Marx XXI che coordina questa iniziativa, è porre le basi teoriche e organizzative per la ricostruzione di un forte partito comunista in Italia, partendo dalla constatazione dell'inadeguatezza delle attuali organizzazioni esistenti.
Saranno disponibili copie del libro ed è prevista una cena di sottoscrizione: per informazioni o prenotare, chiamare il numero 366 4376178.


Ricostruire il Partito Comunista
Il volume può essere richiesto alla Federazione di Fermo del PdCI al costo di 15 euro (10 euro per studenti e disoccupati): pdci@comunisti-fermano.it - tel. 366 4376178
Il titolo parla da sé: Ricostruire il partito comunista, appunti per una discussione.
E' edito dalla Simple, a cura e per conto di Marx 21: l'Associazione politico-culturale presieduta dal filosofo e storico Domenico Losurdo, che coinvolge buona parte dei principali intellettuali marxisti italiani e si propone, oltre al lavoro di ricerca teorica, di riunire in un solo partito i comunisti che in Italia, oggi frazionati e dispersi, non rinnegano il patrimonio migliore del movimento comunista italiano ed internazionale.
Gli autori che si sono cimentati con questo importante lavoro sono noti e stimati nel loro campo e quasi non ci sarebbe bisogno di nessuna presentazione. Sono: Oliviero Diliberto, segretario nazionale del Partito dei Comunisti Italiani (Pdci), già dirigente del PCI, più volte deputato al Parlamento, è un famoso ed apprezzato docente di Diritto Romano all’Università La Sapienza di Roma. Vladimiro Giacchè, economista marxista ed esponente di un'area vasta di “comunisti senza partito”, è autore di volumi e saggi filosofici ed economici, editorialista del Fatto Quotidiano e vicepresidente dell’Associazione Marx XXI. Fausto Sorini, tra gli animatori della componente leninista ed internazionalista che negli anni '80 contrasta la mutazione genetica del PCI, è tra i giovani fondatori di Rifondazione Comunista, dirigente del settore esteri, animatore de l'Ernesto (rivista e area-politico culturale), tra i fondatori dell'Associazione Marx XXI. Al lavoro collettivo ha partecipato anche Andrea Catone, saggista e storico del movimento operaio, che gli autori ringraziano per il “contributo inestimabile”.
Il volume (352 pagine, articolate in 7 capitoli e 243 tesi) di per sé ricco di argomenti e spunti di riflessione, affronta le principali questioni che animano il dibattito dei comunisti e della sinistra alle soglie del terzo millennio, in Italia e nel mondo, come potete vedere dall’indice. Ma il punto di forza di questo libro sta nel fatto che nessuna tra le questioni fondamentali che rappresentano per un comunista la propria “cassetta degli attrezzi” (siano queste problematiche inerenti all’Italia, come al mondo, del passato come del presente) vengono rimosse. Non sembri banale questa considerazione: all’indomani della caduta dell’Urss e dello scioglimento del PCI, la ricostruzione di una forza comunista organizzata nel nostro paese è avvenuta rimuovendo proprio le ragioni della sconfitta e delle difficoltà che avevano portato a quello stato di crisi. La ripartenza, quindi, è stata segnata da un nobile moto d’animo di chi non si arrendeva e voleva continuare a dirsi comunista, rinunciando però ad una discussione seria ed approfondita sulle ragioni dei comunisti e dei rivoluzionari in quella, pur turbolenta, fase storica. È stato così che si sono poste basi fragili, che hanno portato all’eclettismo politico, che ha così impedito il formarsi di un gruppo dirigente unitario ed alle divisioni e frammentazioni precipitate poi nel corso degli anni. Per ricostruire, per segnare una significativa ripartenza, è necessario innanzitutto cambiare registro. Ecco perché questo libro si presenta come una occasione ghiotta per aprire una discussione troppo a lungo rimandata. E questo non perché in questo testo siano contenute tutte le risposte alle domande ed ai problemi del presente, tutt’altro: in questo contributo sono indicati i nodi problematici (storici, storiografici, ideologici, culturali, di analisti politica,…) con i quali gli autori si cimentano, fornendoci un punto di vista importante che obbliga in ultima analisi il lettore a cimentarsi in un confronto alto e costruttivo come mai, negli ultimi anni (forse sarebbe più corretto dire: negli ultimi decenni), si era fatto.
“In queste pagine – scrivono gli autori in conclusione - non ci siamo nascosti né le difficoltà che stanno di fronte a noi, né il tempo che richiederà una ripresa effettiva del movimento comunista in Italia. Non si ricostruisce in un giorno un’organizzazione politica che voglia essere al tempo stesso solida e di massa, definita da un’identità chiara e radicata nei luoghi di lavoro e nel territorio...
Tutto questo non si può fare dall’oggi al domani.
Ma (…) in questo lavoro di ricostruzione, duro quanto necessario, non partiamo da zero. (…) Partiamo dalle esperienze compiute dal movimento operaio e comunista italiano e internazionale: uno straordinario patrimonio di conquiste e di vicende che rappresenta – inclusi i suoi errori e arretramenti – una delle pagine più importanti nella storia dell’emancipazione dell’umanità. Partiamo dalle necessità attuali di miliardi di esseri umani che subiscono un sistema economico la cui apparente razionalità e inevitabilità nascondono una profonda irrazionalità e inefficienza, ingiustizie enormi quanto evitabili, e oggi anche il rischio di arrecare danni irreversibili all’ambiente. “
Proprio nelle prossime settimane sono in cantiere tantissime presentazioni del libro in tutta Italia. Non è solo un modo per pubblicizzarne l’uscita, quanto l’occasione per aprire una discussione tanto necessaria quanto stringente ed alla quale questo testo fornisce un originale contributo. Ed è l’occasione per riavvicinare all’impegno ed al confronto tante compagne e compagni che, in questi anni, hanno abbandonato la militanza e si sono allontanati dalla politica, o ancora i tanti giovani che guardano a questo mondo ingiusto con l’ambizione e la speranza di poterlo cambiare.
Pertanto vi invitiamo non solo ad acquistare e leggere questo libro, ma anche ad organizzarne la presentazione (con gli autori ed altri relatori) nella vostra città. Anche questa semplice attività diventa un piccolo mattoncino utile nella titanica, quanto indispensabile, impresa della Ricostruzione del Partito Comunista.
Ricostruire il Partito Comunista
A questi mille “ne seguiranno, nei prossimi mesi, altre migliaia: la campagna di adesioni è appena partita”, dichiarano i promotori, che si ritrovano nel sito ricostruireilpartitocomunista.blogspot.com Tra gli altri, un centinaio di quadri e delegati Fiom, CGIL e del sindacalismo di base; il filosofo Domenico Losurdo, l’economista Vladimiro Giacchè e lo storico Alexander Hobel, che presiedono l’ Associazione culturale Marx XXI, che riunisce un centinaio dei maggiori intellettuali marxisti italiani; Manlio Dinucci, giornalista del Manifesto e figura di riferimento del movimento pacifista; il senatore Fosco Giannini, esponente di punta del dissenso anti-bertinottiano in Rifondazione; lo storico Andrea Catone, direttore della rivista l’Ernesto (che dà il nome all’omonima area politico-culturale di Rifondazione); Mario Geymonat, intellettuale marxista, docente universitario; Marino Severini, popolare leader del gruppo musicale La Gang; Fausto Sorini, animatore già negli anni ’70-’80 della lotta interna al PCI contro la socialdemocratizzazione del partito, poi fondatore di Rifondazione; il noto vignettista Apicella (da non confondere con il cantante amico di Berlusconi…!); Vladimiro Merlin, capogruppo di Rifondazione al comune di Milano; Carla Nespolo, deputata e senatrice del PCI e dirigente nazionale di primo piano dell’ANPI; Federico Martino, deputato ed ex assessore alla regione Sicilia. Tanti anche i sindacalisti, docenti universitari e segretari provinciali e cittadini di Rifondazione Comunista.
“Il progetto originario di Rifondazione è giunto al capolinea – recita il documento ; dopo lo scioglimento del Pci non sono state gettate le fondamenta adeguate su cui ricostruire un nuovo partito comunista all’altezza dei tempi…La maggioranza del gruppo dirigente bertinottiano, nel corso degli anni, ha demolito l’impianto teorico e strategico comunista”. E dopo la scissione di Bertinotti e Vendola, “ ritroviamo un partito ancora più debole, incerto ed in piena crisi di identità…un assemblaggio eclettico, dove gli scontri e le battaglie correntizie hanno prodotto una grave degenerazione della vita interna, e dove spicca l’assenza di un pensiero forte condiviso e di un solido collante ideologico”. Per cui, scrivono i mille, “anche se sappiamo che in Rifondazione continuano a militare molti che sentiamo vicini e con cui vogliamo tenere aperta l’interlocuzione, non riconosciamo più in questa esperienza un fattore propulsivo per la ricostruzione del partito comunista in Italia”.
“Sappiamo – dicono ancora i firmatari – che il PdCI non rappresenta la soluzione della questione comunista in Italia. Sono i suoi dirigenti per primi a riconoscerlo. Ma il fatto che il suo gruppo dirigente abbia assunto il progetto della ricostruzione di una nuova forza comunista unita ed unitaria, e oggi avanzi la proposta di avviare, nei prossimi mesi, una fase congressuale aperta – capace di dare vita ad un vero e proprio cantiere per la “ricostruzione del partito comunista” – determina una situazione nuova”.
Il nostro impegno – precisano i mille – non contraddice l’esigenza di una più vasta unità d’azione di tutte le forze della sinistra, né esclude la ricerca di convergenze utili per arginare l’avanzata delle forze più apertamente reazionarie, tanto più alla vigilia di possibili elezioni anticipate che ci vedranno impegnati con tutta la Federazione della Sinistra. E’ dentro questa esigenza di unità, non certo contro di essa, che può progredire e affermarsi il processo di ricostruzione di una forza comunista unitaria e indipendente”.
Clicca qui per leggere e aderire all’appello
MERCOLEDÌ 16 FEBBRAIO 2011:
Care compagne e compagni di Rifondazione, continuiamo a discutere e a lavorare insieme...
Le ragioni dell'appello per la ricostruzione del partito comunista: Replica ad alcuni commenti sbagliati (dal manifesto del 16 febbraio): clicca qui per scaricare il file

Noi ci saremo
Siamo chiamati a schierarci.
Se ricordi il monito di Gramsci sull’indifferenza; se vedi le camice verdi leghiste occupare il Parlamento della Repubblica nata dalla Resistenza; se riesci a sentire che nelle parole pronunciate da Tiziana Maiolo in relazione ai bambini rom morti a Roma ( “ è più facile educare i cani che i nomadi”) vi sia il nuovo spirito nazista; se riesci a comprendere quale disegno reazionario totale stia dietro il nuovo ordine capitalista proposto da Marchionne ; se sai che il berlusconismo non è un incidente della storia, ma – come il fascismo – uno delle varie forme del potere del capitale: se hai coscienza di tutto ciò non puoi restare coi gomiti poggiati al davanzale, guardando ingrossarsi questo fiume nero. Occorre passarci addosso la carta vetrata della realtà, farci male sino a sanguinare verità. Che è una, semplice: la classe dominante ha perseguito per decenni, cogliendoli, due obiettivi: lo sfruttamento massimo sulla forza-lavoro e la costruzione di un senso comune reazionario di massa. Ma per giungere a ciò ha dovuto prima abbattere la diga varata a Livorno nel 1921 e poi erettasi nella lotta di Liberazione e nelle grandi lotte contadine, operaie, di popolo che hanno democratizzato l’Italia. La diga era il PCI, “ il paese nel paese”, come diceva Pasolini, ciò che potevamo essere e non siamo stati... continua su l'Ernesto Online del 10/02/2011

Vent'anni dopo, intervista di l'Ernesto online a Oliviero Diliberto
di Sara Milazzo
VENT’ANNI DOPO - Quadro internazionale e nazionale; scontro di classe in Italia ed esigenza dell’unità dei comunisti e della ricostruzione del Partito comunista come cardine dell’unità a sinistra
su l'Ernesto Online del 31/01/2011
scarica l’intervista in formato pdf


L'INTERVISTA A DILIBERTO DI FORUMSINISTRA
Nel mese di Gennaio abbiamo raccolto le domande tra gli utenti, ringraziamo tutti voi per la grande partecipazione. Essendo state tantissime non abbiamo potuto inviarle tutte, alcune comunque siamo riusciti ad accorparle in base ai temi affrontati.
L'intervista consta di 15 domande.
Ringraziamo calorosamente il compagno Oliviero per la disponibilità e per le risposte ed ecco l'intervista!
FORUMSINISTRA INCONTRA OLIVIERO DILIBERTO
Gennaio 2011
Domande dell'Amministrazione di Forumsinistra
1.
Caro segretario
La fine del PCI è uno spartiacque nella storia italiana. E' stata un evento
che, in un modo o nell'altro, ha scosso le coscienze dell'intero paese e ha
influito su tutta la storia successiva. Come comunisti penso sia giusto
domandarci quali ne siano state le cause, siano esse internazionali, legate al
crollo del blocco sovietico, culturali, legate all'abbandono di quei metodi e
categorie analitiche che avevano forgiato il "partito nuovo", sociali, legate
ai mutamenti di classe avvenuti nel paese ecc...
Capisco che l'argomento è molto complesso e richiederebbe una risposta
elaborata ma vorrei sapere, anche a grandi linee, quali sono state per te le
cause dello scioglimento del PCI.
Lo scioglimento del Pci ha segnato la fine della più grande forza che nel nostro Paese ha rappresentato, lungo un secolo difficilissimo, gli interessi dei lavoratori e una reale prospettiva di cambiamento. Nella svolta della Bolognina, che ha fatto conseguire direttamente dal crollo del Muro e del blocco sovietico il superamento dell'ideale comunista, c'è la negazione della particolarità dei comunisti italiani, quella che ci aveva caratterizzato, con il Partito nuovo prima e la stagione berlingueriana poi. Se la rivoluzione bolscevica del 17 è stata una 'rivoluzione contro il Capitale' (Gramsci), la Bolognia fu 'una svolta contro noi stessi'. C'è stato anche molto opportunismo dei gruppi dirigenti, che hanno preso la palla al balzo per accreditarsi nei 'salotti buoni'. Infatti oggi, dopo vent'anni, la maggioranza di quel gruppo dirigente è schierata a fianco di Marchionne e non con la Fiom. Noi abbiamo certamente commesso errori, primo fra tutti dividerci, ma la crisi economica degli ultimi anni ci dà nettamente ragione: il capitalismo non è riformabile ed è la causa delle enormi disuguaglianze, planetarie e nazionali, che caratterizzano questa fase della storia... continua sul sito forumsinistra.info

A novant’anni dalla nascita del PCI

Novant’anni sono passati da quando, il 21 gennaio 1921, a Livorno, dalla scissione del Partito socialista nasceva il Partito comunista d’Italia, sezione dell’Internazionale comunista. In questi decenni, in modo ricorrente si è cercato di mettere in discussione quella scelta, e con essa l’intera storia del PCI; un’operazione che dal 1990 in poi è diventata più insistente, più aggressiva, prendendo le forme dell’assioma che non ammette repliche. La damnatio memoriae a cui è stato condannato il PCI – anche da molti dei suoi ex dirigenti e intellettuali – è lo sfondo su cui si è articolata questa offensiva. Oggi, dopo vent’anni di ubriacatura neoliberista e di apologie del capitalismo, dinanzi alla crisi strutturale gravissima che torna a rivelare le contraddizioni di fondo del sistema, qualche dubbio torna a serpeggiare: forse quel PCI non era poi così male, forse nell’opera di distruzione del passato si è un tantino esagerato...
Proviamo allora ad accennare un piccolo gioco di storia “controfattuale”. Che cosa sarebbe stata la storia del nostro paese senza il Partito comunista? Ciò a cui si potrebbe aggiungere un’altra domanda: che cosa sarebbe stata se quel partito fosse esistito già nel 1919-20, e accanto all’esitante Partito socialista (che tende a ridurre le grandi lotte del Biennio rosso a una questione sindacale) vi fosse stata una forza rivoluzionaria, in grado di porsi alla testa di quelle lotte, consentendo magari alle avanguardie torinesi di rompere l’isolamento con un’offensiva diffusa nel Paese? Non a caso, è proprio l’insegnamento tratto da quei fatti che spinge Gramsci e gli ordinovisti torinesi ad affiancarsi agli astensionisti bordighiani nella conclusione che il PSI sia irrecuperabile e occorra costituire un Partito comunista... continua su http://www.lernesto.it/index.aspx?m=77&f=2&IDArticolo=20087

Parte la campagna Tesseramento 2011

La disoccupazione giovanile cresce, le diseguaglianze sociali anche, ripren-dono massicciamente le emigrazioni dal sud d’Italia e le condizioni di vita dei lavoratori e dei pensionati peggiorano a vista d’occhio. Le nostre città sono meno sicure, il futuro è di fatto un’incognita per tutti e la cultura che potrebbe rappresentare un’opportunità è invece vista come onere non supportabile. Il ruolo della donna, inoltre, torna ad essere propedeutico ai bisogni preminenti dell’uomo ed è venuta meno ogni forma di reciproco sostegno.
Una stagione intera di diritti e conquiste viene dunque vanificata nei fatti e quello che qualcuno vorrebbe spacciare per progresso è in realtà un arretramento preoccupante della condizione umana.
Il Governo Berlusconi, responsabile primario di questo stato di cose, stretto tra gli opportunismi del suo leader e la violenza culturale della Lega Nord, potrebbe essere al capolinea, ma ciò non significa che gli effetti devastanti dei principi antidemocratici, illiberali, discriminatori, che esso ha inculcato in gran parte della popolazione siano facilmente superabili, tutt’altro. Un’opposizione parlamentare inconcludente fa il resto. Il nostro ruolo, va perciò oltre l’azione politica originaria, interviene in un quadro di riferimento più ampio nel quale serve osare, credendo pienamente nelle nostre idee e nella possibilità che esse rappresentino una vera inversione di tendenza. Serve perciò continuare le mobilitazioni a tutti i livelli, nel mondo della scuola e con gli studenti, nelle fabbriche e con i lavoratori, in ogni situazione di conflitto che protenda ad un miglioramento dell’esistente ed a rimettere in moto le leve del pensiero.
Facciamolo orgogliosamente da comunisti, nella Federazione della Sinistra, aderendo da subito al PdCI, rinnovando la tessera, tenuto conto che crescente è anche la richiesta di nuove adesioni (soprattutto di giovani), tessera che quest’anno si richiama alla migliore tradizione di quel Partito che ha segnato in positivo la storia del nostro Paese, consapevoli che ognuno di non da solo non vale niente, ma insieme si possono davvero cambiare le cose.
Vincenzo Calò, responsabile del tesseramento

Per la ricostruzione del partito comunista
Una goccia del mare è tutto il mare. Ciò che è accaduto agli operai del Cantiere Navale di Ancona, a quelli della Merloni e alle operaie della Jenni accade all’intera classe operaia italiana. Sfruttare, delocalizzare, licenziare: unici verbi dei padroni. La fase che viviamo è la peggiore della storia della Repubblica. Le guerre, il razzismo, l’abbattimento dei salari e dei diritti, la precarizzazione della vita stessa, la distruzione del welfare, l’indifferenza sociale: il dominio del capitale è assoluto. A Genova vedemmo il neo fascismo all’opera e oggi gli studenti che lottano contro la distruzione della scuola e dell’università pubblica sono per Gasparri “terroristi” e contro il movimento studentesco è richiesto lo stato di polizia. La stessa Fiom è collocata sul versante “terrorista”. Ma l’ordine antioperaio e padronale non ha più limiti: il progetto Marchionne – Fiat dello scorso dicembre schiavizza i lavoratori. E i comunisti e il sindacato di classe, come in un colpo di stato, sono esclusi dalla fabbrica. Di fronte a ciò occorre una controtendenza culturale e politica di massa; è tempo che una forza organizzata, radicata nei luoghi di lavoro e nella società torni a dire ai giovani, ai lavoratori che il capitalismo non è un destino storico. Occorre un nuovo e più forte partito comunista, che si ponga alla testa delle lotte, che riconsegni ai lavoratori una coscienza di classe e riapra un orizzonte socialista. Occorre unire le comuniste e i comunisti in un unico partito, che sappia essere cardine dell’unità della sinistra di classe.
La ricostruzione di un Partito comunista è per noi come l’approdo ad una Terra nuova dopo tanto naufragare. Chi chiama è uscito vivo dal naufragio, ha superato la palude del pensiero debole, della sinistra mediocre, genuflessa al potere. Un Partito comunista è oggi necessario per contrattaccare e non contrattare; per riaffermare la centralità del lavoro in un progetto di società solidale. Il che significa ricollocare al centro la categoria rivoluzionaria della Dignità e lo strumento per la sua conquista: la Coscienza. E per questa forza c’è bisogno di tutti/e coloro che hanno mantenuto buona volontà e intelligenza del cuore.
Siamo dei sognatori? No, la realtà ci dimostra che la nostra idea ha basi materiali: nell’ultimo quindicennio le forze comuniste, rivoluzionarie, antimperialiste hanno registrato vittorie immense in tutta l’America Latina, in vaste aree dell’Africa, in Asia; e anche in Europa i partiti comunisti e le forze della sinistra rialzano la testa e conducono le lotte contro le guerre e il liberismo. E non siamo sognatori chiedendo che un nuovo e più forte partito comunista torni alla lotta, non lo siamo perché a chiederlo è lo stesso e vastissimo dolore sociale. Ivan Della Mea, cantando l’Internazionale di Fortini, diceva per tutto noi che “questo mondo non ci avuti e non ci avrà”. Siamo per l’unità dei comunisti e per il rilancio di un partito comunista in Italia. Per questo ci impegniamo e lotteremo.
* “Voce” de La Gang
** Senatore PRC XV Legislatura

Domenico Losurdo: La controrivoluzione di fase e l'esigenza sociale e politica della ricostruzione del Partito Comunista.
L'Ernesto Online intervista Domenico Losurdo

di a cura di Sara Milazzo
su l'Ernesto Online del 24/11/2010
La controrivoluzione di fase e l'esigenza sociale e politica della ricostruzione del Partito Comunista
Siamo ad Urbino, con il professor Domenico Losurdo, ordinario di storia della filosofia presso l’università “Carlo Bo” di Urbino, filosofo di fama internazionale e presidente dell’associazione Marx XXI. Ci ha gentilmente concesso il suo tempo perché è fondamentale conoscere il punto di vista di un intellettuale in questo momento di congiuntura in cui siamo di fronte ad un attacco del capitale (contro l'intero mondo del lavoro, contro la democrazia, contro la Costituzione nata dalla Resistenza) che è tra i più alti e pericolosi dell'intera nostra storia repubblicana. Di fronte a tale attacco si distende un deserto, l'assenza di un'opposizione di classe e di massa che possa in qualche modo respingere l'offensiva della reazione e rilanciare una controffensiva. Quello che io le chiedo è : come è accaduto tutto questo? Cosa manca, come ricostruire una diga, una resistenza, un contrattacco?
D. Losurdo: Possiamo fare una distinzione tra due problemi che accompagnano la storia della Repubblica in tutto il suo arco. Il primo problema è la sperequazione tra nord e sud: già Togliatti ha sottolineato che la «questione meridionale» è una questione nazionale e oggi stiamo vedendo come la mancata soluzione del sottosviluppo nel Sud rischia di mettere in pericolo l’unità nazionale.
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Guerrini (PdCI) e Giannini (PRC): unire i comunisti e la sinistra
Paolo Guerrini, Comitato Centrale PdCI
Fosco Giannini, Direzione Nazionale PRC
Potrebbe capitare che a un viaggiatore venuto da lontano Ancona possa sembrare, di primo acchito, una città sonnolenta, adagiata serenamente trai suoi colli ed il mare.
Non è così: i mali che attraversano il nostro Paese si sono riversati da tempo nelle vene della Dorica ed oggi allignano nel suo corpo sociale e politico, portando disorientamento ed angoscia nella coscienza e nel “sentire” del suo popolo.
E’ il vero cuore anconetano, innanzitutto, ad essere colpito: la crisi della Fincantieri volteggia sopra la città come un corvo, come un presagio oscuro. Gli operai del Cantiere navale vanno perdendo la speranza e nessuno sembra trovare la strada per un soluzione. Le vie più ragionevoli e concrete per superare la crisi del Cantiere, quelle indicate dagli stessi lavoratori e dalla FIOM ( un progetto forte tra Fincantieri ed ENI, al fine di mettere in produzione navi per trasporto gas e navi mercantili simili) non vengono prese in considerazione da quelle forze – centro destra e PD – segnate dal neoliberismo e alle quali un rapporto profondo tra due colossi pubblici come Fincantieri ed ENI sembra un disegno di sovietizzazione. Si aspetta la fine con le mani conserte attribuendo tutte le colpe – come un destino che esclude una reazione - alla Corea del Sud, alla concorrenza asiatica.
Non vanno meglio le cose sul piano politico e istituzionale. La Giunta Grammilano, nata sulla giusta teorizzazione per la quale dovrebbe essere il popolo a decidere, si è ben presto e sorprendentemente segnalata per una rottura profonda col volere della maggiorana dell’elettorato anconetano, espellendo da sé le forze della sinistra che avevano contribuito al suo formarsi e alla vittoria elettorale sulle destre. E questo è il politicismo, che segna di sé il Paese, alza la sua testa di serpente nella nostra città e soffoca la speranza del cambiamento.
Lungo Corso Garibaldi, la sera, fiumi di giovani procedono senza troppa speranza di dare un senso futuro alla scuola che frequentano. E quelli che gli studi li hanno portati a termine ondeggiano, attendendo ansiosi un lavoro che non arriva. Così è ad Ancona, come in tutto il Paese.
Cosa è accaduto? Quali ragioni razionali dobbiamo mettere a fuoco per capire da dove viene tutta quest’ansia sociale, questo dolore di massa?
Scavare sino alle radici: capire che la fase internazionale che viviamo è segnata dall’esigenza primaria, da parte delle forze capitalistiche, di conquistare i mercati, di battere la concorrenza; che questi due obiettivi il capitale vuol coglierli attraverso l’abbattimento del costo delle merci e che per giungere a ciò “vanno” abbattuti i salari, i diritti e lo stato sociale: va attaccato, innanzitutto, il lavoro. Occorre capire che le politiche liberiste dell’Unione europea chiedono, ai paesi e ai governi europei, politiche di “lacrime e sangue” ; va compreso che il capitalismo italiano ( nella sua ambigua forma del “piccolo è bello”) è un nanocapitalismo, che per uscire dalla crisi, invece di investire e progettare, tenta di universalizzare la linea Marchionne, l’attacco portato a Pomigliano d’Arco: schiavizzare la classe operaia e l’intero mondo del lavoro.
E a questo dominio dei padroni chi si oppone? Chi lotta? Chi dissemina speranza? Dopo la disgraziata scelta di Occhetto di sciogliere il PCI, non vi è più stata, in Italia, una forza di massa in grado di indicare il cammino. E anche la vittoria delle destre e dell’ormai troppo lungo e nefasto “berlusconismo” – da superare con un vasta coalizione nella quale i comunisti siano protagonisti - sono prodotti di quella diga rossa abbattuta, crollata.
Chi scrive pone da tempo il problema di ricostruire, in Italia, un Partito comunista più forte dei due piccoli partiti presenti: il Prc e il PdCI. Ci battiamo e proponiamo un processo di unità dei comunisti, per giungere ad una forza comunista capace di mettersi alla testa delle lotte, capace di essere il cuore attivo dell’unità della sinistra e di riconsegnare una speranza ai giovani e alla “classe”.
Siamo dei sognatori? Non crediamo davvero; è, innanzitutto, la materialità delle cose a motivare la nostra scelta : nel mondo intero – dall’ America Latina all’Asia; dall’Africa all’Europa, - le forze comuniste, rivoluzionarie, antimperialiste, sono di nuovo protagoniste di grandi trasformazioni sociali e il socialismo è di nuovo concretamente costruito e all’ordine del giorno.
Ma vi è un punto su cui riflettere: il capitalismo, che credeva di aver vinto per sempre dopo la caduta dell’Urss, ha di nuovo e profondamente fallito. Lo spoliazione dei popoli è il suo segno predominante e lo sfruttamento, la disoccupazione, la miseria di massa, la scomparsa dei diritti, il razzismo, i pericoli di guerra dilagano ovunque, anche in Italia. Occorre un’idea-forza che, sul piano strategico, rappresenti l’opposto di questi mali. L’opposto, l’idea-forza è il socialismo. E il soggetto che occorre per rilanciarne il pensiero e la prassi è il Partito comunista.
Per questo ci battiamo, per unire tutte le comuniste e i comunisti oggi divise/i o senza partito, anche come passo essenziale per rafforzare la Federazione della Sinistra, per unire la sinistra.
Unire: non è difficile capirne l’esigenza. E’ di buon senso e il buon senso è destinato a vincere.
da Il Corriere Adriatico del 17/11/2010

Marx XXI: Seminario per l'unità dei comunisti, per l'autonomia e il rilancio di un Partito Comunista di quadri e di massa

L’esigenza sociale e storica del partito comunista e la lotta dei comunisti per costruirlo

a cura di Francesco Maringiò
su l'Ernesto Online del 25/05/2010
Costretto ad un lungo periodo di riposo, a causa di un serio incidente al ginocchio, il compagno Oliviero Diliberto, segretario nazionale del PdCI, non sembra affatto sotto tono, quando ci accoglie nella sua casa. E lì, circondato dai suoi tanti e amati libri ed una graziosa gattina che ci gira attorno, inizia a parlare. Ed è un fiume in piena. «Accordo di governo, dopo le prossime elezioni nazionali? Sarebbe un errore, un guaio sia per noi che per il Pd, mentre ciascuno dovrà fare la sua, differente, parte. Questa è una crisi di sistema e per uscirne bisogna cambiare il sistema. Del resto i temi posti dai comunisti sono oggi, rispetto alla crisi strutturale del capitale e alle accelerazioni iperliberiste dell’Unione europea, più attuali che mai. Il punto è che occorrerebbe un partito comunista forte, radicato, di lotta e questo partito non c’è. Occorre risolvere il problema, contribuire alla costruzione di un partito comunista di questo tipo. E’ per questo che abbiamo lanciato, ormai da tempo (e solo parzialmente ascoltati) il progetto dell’unità dei comunisti. I comunisti e le comuniste bisogna unirli e unirle. Noi continueremo a lavorare per questo obiettivo e porteremo avanti questo progetto con tutti coloro che saranno disponibili».
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D. Una prima domanda sulla cogente attualità. Credi che si stiano determinando le condizioni per elezioni anticipate?
R. È molto probabile. È difficile che il Governo possa reggere alla crisi ed ai continui scandali, oltre alla rottura stessa che si è andata consumando nel Pdl. E poi Berlusconi ha tutto l’interesse ad andarci. La scadenza del 2013 è in contrasto con i suoi interessi personali perché non potrebbe candidarsi a Presidente della Repubblica. Non è inverosimile pensare che le elezioni politiche possano tenersi insieme alle prossime elezioni amministrative.
D. E secondo te, allora, cosa dovrebbero fare le forze della sinistra e, in particolar modo, i comunisti? Ripetere l’esperienza del 2006 e l’accordo di governo col centro-sinistra?
R. Obbiettivamente oggi non vedo alcuna condizione per un patto di governo. Un accordo di questo tipo, oggi sarebbe un guaio sia per noi che per il Pd : troppo distanti i progetti e i programmi. Invece un largo fronte democratico che contrasti la peggiore destra di tutta Europa è auspicabile. E mi auguro che vi siano le condizioni per cambiare la legge elettorale che è folle, obbliga a formare schieramenti eterogenei e crea un Parlamento che non rispecchia il Paese, visto che di fatto non è eletto ma nominato. Noi comunisti dobbiamo lottare e muoverci politicamente per il ritorno alla legge proporzionale : è una richiesta che dobbiamo avanzare e per la quale dobbiamo mobilitarci. Altra questione è la risoluzione del conflitto d’interessi. Berlusconi, col suo dittatoriale monopolio dell’intero mondo televisivo ha trasformato un intero popolo di telespettatori in suoi elettori. Da questo punto di vista, dal punto di vista dell’organizzazione degenerata dell’organizzazione del consenso la situazione italiana è di una gravità inaudita: non solo è ora ma è già tardi per riportare la democrazia su questo terreno e togliere a Berlusconi questo strapotere.
D. Concentriamoci sull’ Unione europea e sulla crisi che la sta attraversando. E' questa, una crisi passeggera?
R. Se si analizzano le questioni si capisce come questa crisi non sia affatto ciclica e passeggera. Essa è dovuta alla finanziarizzazione del mercato (denaro che genera altro denaro) che ha colpito paesi diversissimi tra di loro, non necessariamente fragili dal punti di vista economico. E questo perché ci troviamo di fronte ad una vera e propria crisi capitalistica di sistema.
D. Questo vuol dire che ci troviamo di fronte a sconvolgimenti che cambieranno nel profondo l’Unione Europea e l’Eurozona?
R. Io temo che ci si stia avviando verso due euro-zone. La prima, forte, guidata dalla Germania. Ed una seconda, più debole, che è l’eurozona mediterranea (Portogallo, Spagna, Italia e Grecia) a cui verrà applicato un cambio diverso. Il che renderebbe tutto molto più complesso ed esporrebbe questi paesi al rischio di forti speculazioni finanziarie, che in parte stanno già avvenendo. Tutto questo si innesta su una crisi più complessiva che vede un attacco contro l’euro da parte degli Stati Uniti d’America e di alcuni speculatori europei.
D. Perché questo?
R. Fondamentalmente, perché l’euro è una moneta sui generis, priva di uno Stato nazione.
D. Si è parlato infatti di una moneta senza uno stato ed una politica economica.
R. Esattamente. E proprio questo essere una moneta senza Stato, fa dell’euro un paradigma emblematico del capitalismo, dove la politica viene cancellata e rimane solo il denaro.
D. Ma allora cosa pensi di questa Europa?
R. Questa Europa semplicemente non esiste. Voglio essere più esplicito: alcuni di noi hanno coltivato anni addietro l’idea che potesse nascere un’Europa politica, espressione dei popoli europei e con poteri decisionali, così che potesse formare un polo alternativo agli Usa. Ma tutto questo non è avvenuto e forse non poteva nemmeno avvenire. Lo dico con rammarico, ma bisogna prenderne atto, del resto gli Usa hanno lavorato sui singoli governi amici per impedire che si arrivasse ad un’unità politica. E la crisi sta ancora di più acuendo le difficoltà dell’Europa, rendendone impossibile la compiutezza di progetto politico, ma anzi disgregandola ancora di più, al punto che oggi, il Parlamento europeo è un vuoto simulacro, privo di poteri decisionali e di indirizzo.
D. Come si esce da questa crisi allora?
R. Come ho già detto prima, questa è una crisi di sistema. E allora non ci sono tante alternative: per uscire da una crisi di sistema bisogna cambiare il sistema. Il che, evidentemente, non vuol dire che io veda nell’immediato le condizioni per poterlo fare. I comunisti però hanno il compito di indicare una prospettiva di cambiamento radicale del sistema. Oggi più che mai la crisi rende attualissime le vecchie intuizioni contenute nel III libro del Capitale di Marx. Egli viveva in una economia con uno stadio embrionale di finanziarizzazione, ma aveva già allora lucidamente individuato i rischi enormi connaturati nel passaggio dalla fase in cui “merce produce denaro” a quella in cui “denaro produce denaro”. Ma tutto questo è intrinsecamente connaturato con il capitale. Oggi chi è comunista è più che mai attuale.
D. Ci sono, dunque, le condizioni per la ripresa della lotta e del conflitto? In Europa, in fondo, ci sono esempi che vanno in questa dimensione, basta vedere quello che accade in Grecia...
R. La ripresa delle lotte c’è. Ma proprio la Grecia ci dice che questo avviene se c’è un forte Partito Comunista, come il KKE, e un sindacato di classe. Non è l’unica condizione, ma è assolutamente indispensabile, altrimenti - come vediamo in Italia - le lotte sono parcellizzate ed incapaci di rappresentare gli interessi complessivi dei lavoratori.
D. E’ centrale il ruolo del KKE ...
R. Assolutamente. In Grecia c’è un Partito Comunista forte, organizzato, che rasenta il 10% del voti, con strutture, militanti, organi di stampa: è un partito di massa. E quindi è in grado anche di essere parte integrante di queste lotte. In Italia invece noi dobbiamo ricominciare da capo, ed è evidente che il nostro cimento è quello di costruire una soggettività di radicale opposizione al capitalismo che sia in grado di proporsi come una speranza, una guida per il futuro.
D. Ma il KKE non parla solo al popolo greco. Nel loro striscione all’Acropoli di Atene i comunisti hanno invitato i popoli di tutta Europa a ribellarsi.
R. I greci hanno un fortissimo senso dell’internazionalismo che è figlio della loro storia e della loro precisa identità politica. Per cui non mi sono stupito, anzi ho condiviso questo appello. Bisogna vedere quanti sono in grado di raccoglierlo. La parcellizzazione delle forze della sinistra di classe e degli stessi comunisti a livello europeo è incredibile. Uno dei temi oggi è quello di ricostruire un internazionalismo credibile, senza il quale sarà difficile anche organizzare le lotte.
D. Veniamo all’Italia. Il Governo ha, per lungo tempo, disseminato ottimismo e fatto credere che la crisi fosse già passata. Ora invece si avvia ad una manovra finanziaria di “lacrime e sangue”. Tutto questo non dovrebbe aiutare a creare un clima ostile al governo delle destre e più vicino alle ragioni delle forze di sinistra e dei comunisti?
R. La crisi si accentuerà e porterà ad un ulteriore indebolimento delle fasce più deboli della popolazione, con tagli di stipendi, salari, pensioni e, soprattutto, tagli allo stato sociale. Tutto questo però non necessariamente porta a sinistra. In altre fasi drammatiche della storia europea è accaduto un pericoloso spostamento a destra. Anche perché per governare politiche così drasticamente antipopolari ci vogliono governi autoritari, la militarizzazione delle società. E infatti io sono molto preoccupato.
D. Che fare, allora ?
R. Io vedo due questioni: una grande questione democratica in cui i comunisti e la sinistra, assieme alle altre forze democratiche, devono lavorare per mantenere l’agibilità democratica della piazza, affinché all’esplodere del conflitto si mantenga la possibilità della protesta e della lotta sociale. Questo è nell’interesse di tutte le forze che si riconoscono nei valori dell’arco costituzionale.
D. E l’altra questione?
R. È un aspetto più squisitamente nostro, perché attiene alla nostra capacità di essere parte dei conflitti e guidarli. Oggi le lotte non sono sparite, ma sono oramai parcellizzate. Assistiamo all’esplodere di micro conflitti diffusi (di una città o addirittura di una sola fabbrica). Il compito di noi comunisti, se ci riusciamo, è quello di tessere la rete di questi conflitti e metterli su un piano politico più generale, che li faccia uscire da questa atomizzazione e spettacolarizzazione, indotta dal fatto che la cancellazione dai mezzi di comunicazione porta ad esasperare gli aspetti simbolici ed eclatanti, proprio per riuscire a bucare lo schermo e dare voce alla propria lotta e protesta.
D. E qual è, secondo te, il contenuto centrale che queste lotte devono fare proprio?
R. Oggi, dopo la grande ubriacatura neoliberista degli anni ’90 ritorna con forza il ruolo dello stato in economia. E con questo non intendo gli aiuti a pioggia per risanare i bilanci delle banche. Se lo stato concede degli aiuti, deve entrare nelle proprietà ed entrare nei consigli di amministrazione. Non c’è altra strada. So che su questo il Pd è sordo, ma si deve provare ad aprire una stagione nuova.
D. Veniamo alla sinistra italiana: come vedi la situazione? E soprattutto, come sono messi i comunisti in Italia?
R. Nei momenti di difficoltà tendono a prevalere sempre le divisioni, le diffidenze reciproche, i distinguo, che sono spesso di lana caprina. Oggi più che mai sarebbe necessario superare questa empasse per provare a ricostruire. In fondo sino a non molti anni fa i comunisti avevano una forza organizzata ed un consenso anche elettorale piuttosto elevato. Nel 2006 Prc e Pdci presi assieme viaggiavano su percentuali a due cifre. Poi ci sono stati errori drammatici, come la partecipazione al governo Prodi.
R. Esperienza dalla quale i comunisti ne sono usciti con le ossa rotte …
D. Dobbiamo trarne la giusta lezione: il partito di lotta e di governo non funziona. Una forza politica, questo almeno è la mia visione, deve sempre delineare una prospettiva di governo. Ma un conto è essere un partito di governo, altra cosa è essere un partito al governo.
D. Puoi chiarire?
R. Un partito di governo è un partito che, seppur piccolo, è in grado di prospettare soluzioni e proposte per il governo del Paese, ma questo non implica una automatica propensione al governismo. Bisogna vedere se ci sono le condizioni, se si hanno i rapporti di forza, se si è in grado di spostare i rapporti politici. Se tutto queste condizioni mancano, allora bisogna essere un partito di lotta. Le due cose assieme non riuscì a farle nemmeno il PCI quando aveva il 34% dei voti, figuriamoci se possiamo esserlo noi.
D. E cosa devono fare i comunisti, allora?
R. Oggi vedo tre terreni di battaglia...
D. Iniziamo dal primo.
R. L’agibilità democratica. Ne ho brevemente accennato prima ma ci ritorno. In Italia la questione democratica è molto più accentuata che nel resto d’Europa. Berlusconi ha di fatto azzerato il Parlamento, visto che il 93% delle leggi sono di iniziativa governativa. Se a questo si aggiunge l’attacco alla magistratura (terzo potere dello stato) e all’informazione (che nei paesi a democrazia avanzata rappresenta una sorta di quarto potere), capiamo come la questione democratica in Italia è davvero stringente. Ma ci rendiamo conto del fatto che, negli ultimi mesi, si sono persi 400 mila posti di lavoro e la Tv passa l’Isola dei Famosi?
D. E poi?
R. All’interno di questo fronte democratico, che si caratterizza per battaglie di difesa della democrazia costituzionale, ci deve essere il tentativo di allargare il più possibile la sinistra in quanto tale. Il Pd è un interlocutore che sul terreno sociale ha delle politiche neoliberiste che sono molto distanti dalle nostre. E quindi bisogna allargare e rafforzare la sinistra di classe. Per me il discrimine è la contraddizione tra capitale e lavoro, perché è la contraddizione principale nel mondo. In questo secondo terreno possiamo incontrare le forze politiche che non sono comuniste e che tuttavia coerentemente si battono per miglioramento delle condizioni di vita delle classi popolari.
D. Vedo prefigurare, in queste tue parole, un ragionamento a cerchi concentrici: prima il terreno largo della democrazia, poi la sinistra e le questioni di classe. Qual è il terzo cerchio, e quindi il perno di tutto questo?
R. Indubbiamente i comunisti. Oggi non solo la questione comunista è centrale, ma io vedo, come complementare a quanto detto prima, un processo di ricomposizione dei comunisti. Ricostruire la sinistra non vuol dire che non ci devono più essere i comunisti, è il contrario. Nel momento in cui si lancia una battaglia unitaria, e possibilmente si cerca di dar vita ad un fronte largo e democratico, i comunisti per non estinguersi o per non rimanere una nicchia ininfluente, devono lavorare per rimettersi tutti assieme, superando le divisioni che purtroppo nei momenti di crisi tendono ad accentuarsi, invece che attenuarsi.
D. Perché?
R. Perché si diventa autoreferenziali quando si è in pochi. Oggi, viceversa, ci sono anche le condizioni oggettive per provare, dentro un percorso a cerchi concentrici di alleanze, a mettere assieme tutti quelli che sono ancora comunisti. Per guardare avanti, perché la crisi ci sta dando ragione. È un paradosso pazzesco: la crisi ci da ragione e tuttavia siamo ridotti ai minimi termini. Quando Prc e Pdci assieme fanno il 3% dei voti, è un dato imbarazzante. Possibile che questo dato colpisca solo me?
D. E Rifondazione Comunista ?
R. Io ho grande rispetto per il Prc, ma non posso non rilevare come alla nostra richiesta del 2008 di riunificare i due partiti, Rifondazione abbia risposto con una pulsione tutta interna a quel Partito. Secondo me è un errore. Non possiamo che prenderne atto. E dico di più: la linea del Pdci resta in piedi e noi lavoreremo con quelli che sono disponibili a farlo. Il che non significa mettere in discussione il rapporto con le altre forze della sinistra, anzi: dentro una sinistra più larga, i comunisti devono poter esercitare un ruolo.
D. Ti sento deciso. E’ questa la strada?
R. Ma certo! In fin dei conti le contraddizioni che stanno esplodendo a livello planetario sono talmente enormi che solo un cieco, o uno in malafede, non vede il ruolo che noi potremmo avere. Il capitalismo è forte e pervasivo. Certo, si manifesta in forme diverse dall’800, come è ovvio, ma se uno si va a rileggere i nostri classici, penso innanzitutto agli scritti di Lenin, trova delle chiavi di lettura utili per capire l’attualità. Sapendo che lo scontro planetario oggi, a differenza che nel passato, è prevalentemente sulle fonti di energia e sull’autosufficienza alimentare. Da questo punto di vista la Repubblica Popolare Cinese sta facendo una politica realmente lungimirante, con i suoi rapporti non di rapina con un continente importante come l’Africa. Noi vogliamo interagire dalla nostra periferia con questi enormi fenomeni, o vogliamo stare a guardare? Io credo che vada ricostruito un moderno internazionalismo, e questo passa solo dall’azione dei comunisti.
D. Puoi continuare il ragionamento?
R. Questo in fondo è uno dei terreni unificanti tra i comunisti. Lo scenario mondiale sta profondamente cambiando. Dal Sudafrica, all’America Latina all’Asia. Tutto quello che si muove, va nella direzione di una redistribuzione, cioè in una visione anticapitalistica. Noi, ahimè, viviamo chiusi in un bunker e vediamo il mondo attraverso la feritoia di questo bunker. Bisognerebbe avere il coraggio di uscire fuori, guardare a 360 gradi. Questo lo possono fare solo i comunisti, perché solo loro mantengono una teoria generale di critica sistemica al capitalismo.
D. Che fare, allora?
R. I comunisti vivono oggi una fase difficilissima. Sarebbe facile mollare. Facile ma profondamente sbagliato. Il pendolo della storia ha consegnato alla mia generazione il compito di mantenere viva un’idea per consegnarla alle nuove generazioni. Da questo punto di vista anche proseguire nella ricerca teorica, nella ri-aggregazione degli intellettuali, facendoli uscire dalle loro ricerche settoriali, per metterli in rete l’un l’altro e dare vita ad una ricerca e ad un confronto permanente e strutturato, è un compito del presente. Una volta c’erano centri di ricerca e di studio marxista di altissimo prestigio. Tutto questo va ricostruito da capo. È un lavoro di lunga lena, ma che dobbiamo ricominciare.
D. In che modo?
R. Abbiamo costruito l’Associazione “ Marx XXI ” per cominciare a lavorare in questa direzione. Dobbiamo tutti impegnarci perché lavori bene, perché questo seme, riposto oggi su un terreno arido, possa germogliare. Sono sempre più convinto che, nello stato in cui siamo, questo nuovo inizio è indispensabile e va fatto con i passi giusti, ad iniziare dal fatto che è prioritario stare in mezzo alle lotte, altrimenti non recupereremo mai la credibilità nelle nostre classi di riferimento.
D. Un’ultima domanda.
R. Immagino sulla Federazione della Sinistra...
D. Esattamente: che ne pensi?
R. Penso che la Federazione della Sinistra rappresenti l’occasione per favorire l'unità d'azione dei comunisti insieme ad altre forze della sinistra. Poi bisogna dire che all’interno di uno dei due partiti comunisti ci sono militanti e dirigenti che non si ritengono più comunisti. Lo dico sommessamente e con rispetto, ma è un dato di fatto che c’è chi lavora per fare un nuovo soggetto politico della sinistra, archiviando la questione comunista.
D. E quindi?
R. Quindi sono sempre più convinto del fatto che la Federazione non deve assolutamente lasciare sguarnito il fronte interno. Insomma, dentro la Federazione i comunisti vogliono giocare un ruolo? Io voglio mettere il mio Partito a disposizione di un progetto di ricomposizione dei comunisti su basi più larghe, che non faccia cessare la prospettiva di una sinistra più larga e di un sistema di alleanze, ma all’interno della quale i comunisti contino, abbiano un ruolo ed abbiano una vocazione egemonica. Lavorerò - lavoreremo - per questo.
Lettera - riflessione di Oliviero Diliberto

Ringrazio di cuore, con moltissimo affetto, tutti voi che in questo mese di malattia, dopo un incidente piuttosto serio, mi avete inviato auguri, solidarietà, vicinanza. Mi è servito per superare i primi momenti che sono stati difficili. Non sto ancora bene, ma conto di tornare pienamente in forma nel giro di 3 o 4 settimane.
Vorrei offrire a tutti i compagni e ai militanti una riflessione sulla fase e qualche idea sulla prospettiva. Anche perché la situazione non è semplice e richiede lucidità di analisi, grande determinazione e, soprattutto, la straordinaria passione politica dei comunisti.
Abbiamo alle spalle le elezioni regionali che, per ampiezza e numero di votanti, rappresentano un test per tutta la politica italiana. Il dato che emerge, al di là delle reticenze del Pd, è che la destra si consolida. E’ vero che ha perso voti in termini assoluti. Ma è successo a tutti, essendoci stato un ulteriore, drammatico astensionismo. Nelle più popolose regioni d’Italia – Lombardia e Campania – la destra si afferma in maniera molto netta. Lo fa anche nel Lazio, nonostante l'assenza del Pdl nella provincia più popolosa, quella di Roma. In Calabria il candidato della destra doppia quello del centro sinistra. In tutto il nord, tranne la Liguria, si conferma ed anzi aumenta l’affermazione della Lega, che ha in sé una pulsione eversiva tra le più pericolose nella storia della Repubblica: la regressione sul piano dei principi di eguaglianza, previsti dalla nostra Costituzione e dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.
Il consolidamento della destra fa sì che Berlusconi, insieme alla Lega e contro una parte della stessa destra, proponga riforme costituzionali che stravolgono complessivamente l’assetto uscito dall’Assemblea Costituente, con una progressiva non applicazione e fino allo stravolgimento sostanziale dei principi costituzionali. Fenomeno non nuovo. Da un lato è in corso da più di 15/20 anni, con negli ultimi tempi un’ulteriore e drammatica accentuazione; dall’altro c’è l’idea di riformare il sistema, dando veste costituzionale esplicita a quanto già sta concretamente avvenendo. E quel che sta avvenendo è che il parlamento è stato svuotato di ogni potere e chiamato alla semplice ratifica di ciò che viene deciso nel Consiglio dei ministri. Il più delle volte, peraltro, con il ricorso al voto di fiducia o attraverso decreti legge. Il semipresidenzialismo, con l’elezione diretta del presidente, darebbe un ulteriore, definitivo colpo a quella che per anni è stata chiamata “la centralità del parlamento”.
Queste riforme istituzionali sono, per le note vicende giudiziarie di Berlusconi, connesse all’assalto definitivo al terzo potere della Stato, cioè la magistratura. E l’anomalia italiana sta oggi nel rischio della fine della divisione dei poteri. Il potere legislativo, il parlamento, è asservito al potere esecutivo. Se lo stesso accadesse anche con il potere giudiziario, sarebbe la fine di ogni principio, non dico comunista, ma semplicemente liberale.
Ma nelle società occidentali avanzate vi è un altro potere che, dal celebre film di Orson Welles, viene chiamato il “quarto potere”, quello dell’informazione, oggi completamente in mano al premier. Sia per quanto riguarda l’informazione pubblica che quella privata.
Da questo punto di vista avanzo un’osservazione tutta politica. Nel resto d’Europa vincono le elezioni le forze di opposizione ai governi di destra. Con la crisi economica normalmente viene premiata la forza che sta all’opposizione (penso alle regionali francesi, dove i socialisti, in alleanza con le altre forze della sinistra, hanno vinto in tutte le regioni tranne in una). L’Italia è l’unico caso in cui vince chi sta al governo senza pagare il prezzo della crisi. Perché accade? La mia convinzione è che accade perché la crisi viene accuratamente nascosta in ogni programma d’informazione o di intrattenimento. La responsabilità, molto grande, è anche di chi, avendo governato a più riprese, non è stato in grado o in qualche caso non ha voluto fare una legge antitrust. Mi riferisco ovviamente al centro sinistra.
Di fronte a questo enorme pericolo, le forze d’opposizione presenti in parlamento sono del tutto inadeguate. Il Pd si dibatte in una crisi d’identità continua che lo paralizza, al punto da essere oggi impantanato in una folle discussione su accettare o meno il dialogo con Berlusconi. L'Idv, dal canto suo, non riesce ad andare oltre una - in fondo sterile ancorché giusta - non sufficiente polemica antiberlusconiana. Come se, eliminato Berlusconi, d'incanto si risolvessero tutti i problemi dell’Italia. Se questo è lo stato del paese, con una destra sempre più preoccupante e con posizioni che non esito a definire eversive, all’interno delle forze di opposizione anche lo stato della sinistra che non è in parlamento, e quindi noi, è molto serio.
La Federazione della Sinistra ha avuto alle regionali un risultato attorno al 3%. Un esito che ritengo non positivo. Alle europee, un anno fa, prendemmo il 3,4%. Abbiamo subìto una diminuzione sia in termini assoluti che percentuali. E’ un serio campanello d’allarme che non va sottovaluto né taciuto né nascosto sotto il tappeto.
Oscurati completamente dalle tv e dai giornali, i comunisti e la sinistra scontano il fatto di essere completamente invisibili. E’ un’invisibilità che attiene ad un problema di democrazia, perché sono resi invisibili non tanto i dirigenti, ma i milioni di italiani che hanno votato per le forze della sinistra. E’ un vulnus, una ferita molto seria di cui il Pd non si rende conto e, per certi versi, ne è apertamente responsabile. Questo ha portato ad una percezione di non esistenza della sinistra. E se il dato del 3% non è positivo, è tuttavia un segno di esistenza politica che può essere il presupposto per provare a ricostruire. Voglio dire che, a fronte dell’invisibilità assoluta, è un risultato che possiamo definire, senza nessun eufemismo, accettabile. Dobbiamo tuttavia ricavarne alcune considerazioni di carattere generale.
Avverto l’esigenza - l’ho detto in tanti momenti pubblici e meno pubblici - che i comunisti, e più in generale la sinistra di classe, si manifestino con un profilo programmatico e di contenuto che oggi non hanno. Non casualmente abbiamo creato nel dicembre scorso, assieme ad altre forze politiche, intellettuali, personalità importanti del mondo della cultura, un’associazione che si chiama Marx XXI. Nei nostri intendimenti deve servire - senza steccati, senza alcuna visione di nicchia partitica - alla costruzione di un progetto ambizioso: elaborare idee nuove, inevitabilmente nuove, che guardino al futuro e che propongano alle grandi masse soluzioni - non soltanto denuncie - dei problemi che affliggono il paese. Faccio un esempio immediato. Si parla di riforme istituzionali. Credo sia dovere dei comunisti cimentarsi con un profilo autonomo, intellettualmente e politicamente, e offrire un contributo, anche se dall’esterno del Parlamento, con le risorse intellettuali – e vorrei dire anche morali – che abbiamo. Ad iniziare da un grande tema di cui nessuno parla più: l’intreccio tra questioni sociali e questioni istituzionali, presupposto fondativo della Costituzione. Mi riferisco, in particolare, al principio di eguaglianza, sostanziale e non formale, previsto nell’articolo 3 e al tema, oggi negletto, della forma dello Stato, dei suoi organi. Per i costituenti la centralità del Parlamento non era separata dalla prima parte relativa ai diritti e ai principi fondamentali. Essa era lo strumento ritenuto più idoneo per attuare la prima parte della Costituzione. Il Parlamento era il luogo non solo della mediazione, ma anche del conflitto tra tutte le diverse istanze della società, politiche, sociali, ideologiche, religiose, etniche…
C’è da fare una grande battaglia per un parlamento che sia eletto diversamente, e cioè sulla base del sistema proporzionale puro, il solo a garantire un parlamento davvero rappresentativo anche del conflitto che c’è nella società. Un parlamento realmente rappresentativo della società e di tutte le sue articolazioni di classe è anche, a mio modo di vedere, un formidabile antidoto contro alcuni fenomeni assolutamente deteriori ai quali stiamo assistendo. Penso al dilagare dell’antipolitica, ai partiti espressione di una sola persona e del suo presunto carisma (anche a sinistra), al populismo che dilaga e mina alla radice le ragioni stesse della sinistra di massa. Questo presuppone una ripresa della riflessione teorica.
Penso poi ad altri grandi temi relativi alla questione sociale e intrecciati alla questione istituzionale: alla revisione del welfare da sinistra in una società profondamente mutata; alle forme dell’organizzazione della politica con la novità epocale rappresentata dai nuovi mezzi dì informazione, dal web, dalla rete, che hanno annullato la fisicità, il tempo, lo spazio, cioè le vecchie categorie aristoteliche. Occorre che i comunisti siano all’avanguardia e non nella retroguardia a difesa di identità e valori del passato. Valori sacrosanti, perché senza radici non c’è futuro, ma essi vanno difesi guardando avanti.
Se il primo tema è, quindi, squisitamente contenutistico, il secondo è “come siamo”. Le elezioni regionali ci consegnano alcune questioni. Ad esempio come i comunisti e la sinistra stanno dentro uno schema, tutto politico, di alleanze.
Vedo dei cerchi concentrici, ovviamente comunicanti tra loro, ma separati e ben distinti uno dall’altro.
Il cerchio più largo è quello della difesa della democrazia. Se è vera l’analisi, pur sommaria e me ne scuso, che ho fatto all’inizio, siamo di fronte ad un’aggressione molto seria al sistema democratico, la più grave dall’inizio della storia repubblicana. E allora credo che sia dovere dei comunisti e della sinistra di classe contribuire ad uno schieramento, il più largo possibile, di coloro che credono nella Costituzione, credono nella legalità, credono nei principi fondativi della democrazia. Centrosinistra allargato? Non lo so, saranno le concrete dinamiche della politica a determinare quanto largo sarà questo fronte. Ma più largo sarà, più efficacemente potrà provare a sconfiggere una destra così aggressiva, così forte, così pervasiva nella società, anche a livello di massa. Noi comunisti non possiamo sottrarci ad uno schieramento di questo genere. Sono proprio le elezioni regionali a consegnarci questo problema. In Lombardia, dove ci hanno cacciato scioccamente e, per certi versi, in modo delinquenziale, e in Campania, dove abbiamo scelto di non partecipare all’alleanza, abbiamo ottenuto i risultati in assoluto più deludenti. Da non ripetere. In uno schema bipolare, che non ci piace ma esiste: stare fuori dalla coalizione non paga. Eppure, nelle Marche, dove siamo stati esclusi perché il Pd ha preferito l’Udc che, per una pregiudiziale ideologica, non voleva i comunisti in coalizione, il risultato è stato buono. Perché? Perché siamo riusciti a coinvolgere Sinistra e Libertà nell’operazione di un polo alternativo, costruendo un’alleanza grande e credibile di tutta la sinistra.
All’interno del cerchio più largo, c’è il tema della sinistra. Noi dobbiamo consolidare la Federazione della Sinistra. La linea dei Comunisti Italiani è nota. Avremmo voluto, vogliamo, continueremo a volere l’unificazione tra i due partiti comunisti, il Pdci e il Prc. Ma la riunificazione, che a me sembra un fatto rilevante e, vorrei aggiungere, persino di buon senso, si può fare se le due forze sono d’accordo. Sino ad oggi Rifondazione è stata contraria. La Federazione è al momento il livello possibile di unità. Va consolidata. Senza forzature, tenendo conto dei problemi dei territori, ma anche senza tentennamenti, perché l’autosufficienza – vale per noi ed anche per Rifondazione, che ha subito il tracollo più devastante dal 2006 ad oggi – è semplicemente una sciocchezza. So bene quante difficoltà e problemi e diffidenze vi siano in alcune regioni e provincie nel processo federativo. E anche in queste elezioni regionali ne abbiamo registrate non poche. Occorre grande senso di responsabilità, il che non significa che debba essere il Pdci a esercitare la responsabilità più grande. La linea non può e non deve essere altro da quella di un reciproco equilibrio e pari dignità.
Se fossimo andati ognuno per conto proprio non saremmo stati in grado di eleggere consiglieri regionali. Quest’inedito tentativo di alleanza politica organica, mantenendo ciascuno la propria diversità, è il livello possibile e quindi quello su cui investire.
A partire dalla Federazione e dal simbolo della falce e martello che la contraddistingue, credo che si possa ragionare anche su possibili allargamenti del sistema di alleanze a sinistra. Da questo punto di vista non posso che registrare positivamente il dato della Toscana, al momento il più importante, un esisto addirittura migliore di quello europeo, dove la Federazione s’è alleata con i Verdi. Allo stesso modo è encomiabile il risultato pugliese. In condizioni difficilissime, essendo la regione di Vendola, senza la soglia di sbarramento, sempre assieme ai Verdi, avremmo eletto due consiglieri. Provare a riconnettere un bacino elettorale a sinistra del Pd che, potenzialmente, è attorno al 6/7%, non è impossibile, pur mantenendo ciascuno, com’è ovvio, la propria identità e la propria autonomia: politiche, culturali, ideologiche ed organizzative.
Questo ci conduce al terzo cerchio che, all’interno della sinistra e della dinamica del centrosinistra, è rappresentato dai comunisti. Per una somma di circostanze e dopo non poche sconfitte, propongo la seguente riflessione.
La questione comunista va tenuta aperta, rilanciata, le va dato un senso nel terzo millennio. E questo è compito dei comunisti italiani, non di altri. Vedo nel nostro partito e nel suo rilancio il baluardo ultimo. E non perché non ci siano tante e tanti comunisti. Ci sono dentro Rifondazione e sparsi nella società. Ma il nostro partito è l’unica forza politica organizzata, radicata nei territori, presente a rete in tutte le provincie e nelle grandi città, che ha posto al centro della sua prospettiva l’unità dei comunisti.
Il nostro partito deve essere a disposizione dell’ambizioso progetto della ricomposizione dei comunisti. Il che significa, molto banalmente ma vale la pena ripeterlo, avere chiaro che oggi, in una fase assolutamente difensiva, si deve fare politica guardando avanti. Siamo l’unica forza che continua a ritenere che si debba operare per il superamento del capitalismo. Non bastano aggiustamenti, pur necessari, ma un radicale sovvertimento dei rapporti di classe. Per questo ci chiamiamo comunisti. E’ la grande differenza con chi è di sinistra ma non comunista. Da questo punto di vista l’unica speranza è il Pdci. Nella prospettiva italiana e nella logica europea, dove i partiti comunisti francese, portoghese, greco e cipriota sono andati assai bene alle elezioni, questo ha un senso forte. Mentre un’aggregazione come la Linke tedesca è irripetibile fuori dalla Germania. Perché la Linke non nasce dalla riunificazione di due partiti, ma dalla riunificazione di due Stati, la Germania est e la Germania ovest. A differenza di Rifondazione, noi guardiamo e abbiamo rapporti intensi con grandi paesi governati da partiti comunisti. Nelle forme che si sono di volta in volta determinate nel mondo, dall’Asia all’America Latina al Sudafrica, sono oggi trionfanti. In questa prospettiva – per l’ Italia e come referenti in Italia di un movimento internazionalista – la questione comunista va rilanciata, offrendo un riferimento a tutti quelli che sono comunisti.
Occorre allora che il nostro partito moltiplichi gli sforzi, il tesseramento, il radicamento nei territori, anche laddove oggi è più difficile di ieri. Dove non abbiamo eletto abbiamo poche risorse. E dopo la fine del finanziamento pubblico e la scomparsa dei gruppi parlamentari con i relativi, cospicui versamenti, anche le finanze del partito sono in seria difficoltà. Le misure dolorosissime che abbiamo dovuto adottare (la sospensione della pubblicazione di Rinascita, il ricorso alla cassa integrazione per alcuni nostri funzionari) vanno nella direzione di un partito che vuole tenacemente resistere nonostante le difficoltà economiche. Non ci piegheranno con il ricatto delle risorse!
Pertanto, chiedo alle compagne e ai compagni uno sforzo straordinario, un’abnegazione anche maggiore che nel passato, il superamento di eventuali delusioni personali, pur comprensibili, per la mancata elezione. Abbiamo il dovere di tenere quanto più possibile caro, prezioso, il nostro partito. Al servizio di un progetto che è quello della trasformazione generale. E’ un compito strategico, assieme all’unità della sinistra e a un’unità più ampia di tutte le forze democratiche, mantenendo irriducibile la nostra diversità. E’ una diversità che va conservata gelosamente affinché la si possa consegnare un domani alle future generazioni.
Oliviero Diliberto, 16 aprile 2010
Non perdere più tempo: i comunisti e la sinistra

Abbiamo perduto, in maniera netta.
Bassa affluenza al voto che ha colpito anche la sinistra, da SEL alla Federazione della Sinistra (PdCI-PRC).
Dopo due anni di scandali, di inchieste giudiziarie, l'ombra della mafia sul governo e soprattutto unaterribile crisi economica che ha bruciato centinaia di migliaia di posti di lavoro, la destra è stabilmente al governo, anzi si consolida. Esiste un poderoso blocco sociale, segnato da una profonda cultura reazionaria, che vota a destra a prescindere da candidati, idee e programmi. Sistema economico-imprenditoriale, finanza, gerarchie ecclesiastiche, piccola, media borghesia, ceti produttivi, sono i segmenti di questo blocco sociale.
Il controllo pressoché totale dell'informazione rappresenta infine l'ultimo tratto che induce a scorgere una forte analogia con il regime fascista definito da Palmiro Togliatti un regime reazionario di massa: la torsione autoritaria che ha subito il modello istituzionale italiano e sociale è stata accompagnata e ancora sostenuta da un consenso larghissimo anche tra gli strati popolari.
La Federazione della Sinistra ha perduto 300.000 VOTI, così come SEL. La Federazione della Sinistra ha mancato un appuntamento essenziale perché ancora imbrigliata dalle dinamiche interne che hanno impedito che si potesse dispiegare a sinistra un progetto politico che compensasse la deriva moderata del PD e aprisse una nuova prospettiva di ricostruzione della sinistra. Adesso abbiamo lasciato anche l'ultima spiaggia e il mare è in burrasca e il tempo a disposizione è quasi finito, bruciato e non può attendere 8 mesi per svolgere un congresso costitutivo. Perciò la delegazione del PdCI ribadirà (domani) al Consiglio politico della Federazione della Sinistra la necessità della costituzione di un solo partito comunista (grottesca, oggi ancor più di ieri l'esistenza di due piccoli partiti comunisti): non ce ne vogliono due o tre o quattro, ma uno solo e più solido. Il PdCI è pronto, ma PRC? Nell'attesa della eventuale maturazione dentro il gruppo dirigente del Prc di questa proposta, diventa essenziale accelerare sulla strutturazione della Federazione da compiersi entro l'estate (luglio), per avviare quindi una stagione di lotte con le altre forze di sinistra e progressiste.
Nel frattempo chiudere le stanze di partito e andare (per restarci) in strada, in piazza, nei luoghi di lavoro, della formazione, nei mercati per sostenere la più grande e decisiva stagione di lotta referenderaia su Acqua, Nucleare e legge 30.
NB. A scanso dei soliti equivoci e per evitare le solite fastidiose litanie, preciso che:
1) il PdCI NON SI SCIOGLIE (salvo l'accettazione da parte di PRC della proposta di riunificazione dei due partiti);
2) il PdCI RINNOVERA' I SUOI GRUPPI DIRIGENTI;
3) il PdCI HA UN SEGRETARIO CHE SI CHIAMA OLIVIERO DILIBERTO, CHE SUPERATO L'INCIDENTE, TRA QUALCHE SETTIMANA TORNERA' IN CAMPO A GUIDARE IL PARTITO E IL PROCESSO DI RICOSTRUZIONE DELLA SINISTRA CON PIU' DETERMINAZIONE DI PRIMA.
Orazio Licandro, Segreteria Nazionale del PdCI
4 aprile 2010, dal sito de l’ernesto.





