Gramsci, il partito e il pericolo del settarismo
15/01/12 18:18 Incluso in:contributi

«Affermiamo che soltanto la tattica che la Centrale ha seguito, in conformità con i deliberati dei congressi mondiali, negli ultimi due anni, ha consentito di porre nei suoi termini reali il problema di creare in Italia il partito della classe operaia come partito di massa e non come setta completamente staccata dalle masse e fossilizzata nella ripetizione di una vuota fraseologia rivoluzionaria. Affermiamo inoltre che un ritorno alla tattica "bordighiana" ci farebbe perdere rapidamente tutto ciò che abbiamo acquistato, e avrebbe quindi le più gravi conseguenze non solo per il partito, ma anche per la classe operaia. Posta tra la organizzazione settaria "bordighiana" e le formazioni politiche controrivoluzionarie in sfacelo (massimalisti, unitari, aventiniani e simili) la classe operaia ricadrebbe nella passività, nella inerzia, nella disgregazione, dalla quale invece noi la stiamo strappando».
Ai fumosi innovatori di un Comunismo "libertario", militanti al di fuori e dentro la Federazione della Sinistra, che confondono compattezza ideologica e organizzativa con il “burocratismo” , amanti di una democrazia rissosa, chiusi nel loro settarismo verbale e inconcludente, si addicono bene queste altre parole del grande dirigente leninista italiano:
"Noi, per esempio, crediamo che sia più originale studiare e capire il leninismo, piuttosto che servire al proletariato piatti nuovi presunti originali, ma che viceversa sono spessissimo vecchi cavoli riscaldati dalle cucine anarchica, sindacalista, socialdemocratica. Il cuoco può crederli originali, perché ogni cuoco ama i suoi piatti, può condirli con salse e brodi piccantissimi; rimangono cavoli riscaldati, rimasticature pappagallesche di vecchissimi errori" (da Gramsci, "Opinioni nelle file del partito", l'Unità 21 luglio 1925).
Nella costruzione del Partito Comunista in Italia, oggi come allora, dobbiamo guardarci dalle tendenze di destra, cioè di asservimento alle logiche del capitale, e dalle tendenze di estrema sinistra, che coprono con una fraseologia iper-rivoluzionaria la mancanza di prospettive e la disfatta politica del movimento comunista.
Ancora attualissime sono le cosiddette "Tesi di Lione" in cui, tra le altre cose, Gramsci scrive:
"È evidente perciò che il pericolo di estrema sinistra deve essere considerato come una realtà immediata, come un ostacolo non solo alla unificazione ed elevazione ideologica, ma allo sviluppo politico del partito e alla efficacia della sua azione. Esso deve essere combattuto come tale, non solo con la propaganda, ma con una azione politica ed eventualmente con misure organizzative".
Il Partito dei Comunisti Italiani, l’unico che in Italia tiene viva l’eredità politica gramsciana, porta avanti una linea politica realistica, evitando pericolose “fughe in avanti”, che condannano all’inattività, cioè ad una morte rallentata, e che occultano la paura di agire in una realtà politico-sociale difficilissima. Il PdCI cerca e cercherà, poiché non teme di sporcare la propria veste ideologica, di perseguire un ampio dialogo con le forze del centro-sinistra sulla base di alcuni punti ben precisi: riforma della legge elettorale e norme sul conflitto d’interessi; riduzione del precariato, tutela dei diritti del lavoro, aumento del valore reale dei salari e delle pensioni; intervento pubblico nell’economia che garantisca la crescita quantitativa e qualitativa della produzione attraverso la piena occupazione, lo sviluppo scientifico e tecnologico, una maggiore preparazione dei lavoratori; recupero dell’evasione fiscale, tassazione delle rendite finanziarie, patrimoniale e politiche fiscali per favorire l’occupazione; investimenti in ricerca, cultura, scuola, università pubbliche; innalzamento dell’obbligo scolastico a 18 anni; valorizzazione del patrimonio culturale-artistico-ambientale; pubblicizzazione dei servizi e difesa dei beni comuni.
Come è possibile perseguire tali obiettivi con un atteggiamento settario, non cercando di coinvolgere nella lotta le altre forze sociali e politiche della sinistra, non tentando nemmeno di interloquire con la più vasta forza partitica del centro-sinistra che conta nella sua base elettorale e di militanza ampi settori delle masse lavoratrici del nostro paese? Sulla base del settarismo un partito comunista può solo diventare un semplice circolo intellettuale, non l’avanguardia nella lotta per la trasformazione rivoluzionaria della società.
Il PdCI avanza inoltre a tutti i comunisti del nostro paese una proposta unitaria non generica, ma basata su criteri di stampo leninista. Un partito comunista può svilupparsi ed essere di giovamento ai lavoratori solo se è caratterizzato dalla più salda unità ideologica e organizzativa, solo se lotta contro ogni concezione e tendenza frazionista. Gramsci, in un suo articolo su “L’Ordine nuovo” del primo novembre del 1924 che riprende uno scritto di Stalin, sostiene che il partito non verrà meno ai suoi compiti solo se “esso stesso sarà la personificazione della disciplina e dell’organizzazione, se sarà il distaccamento organizzato del proletariato”; concetto quest’ultimo più volte ribadito dal comunista sardo nella lunga lotta contro l’opportunismo bordighiano e riaffermato nelle “Tesi di Lione”, in cui tra l’altro si può leggere che “la centralizzazione e la compattezza del partito esigono che non esistano nel suo seno gruppi organizzati i quali assumano carattere di frazione. Un partito bolscevico si differenzia per questo profondamente dai partiti socialdemocratici i quali comprendono una grande varietà di gruppi e nei quali la lotta di frazioni è la forma normale di elaborazione delle direttive politiche e di selezione dei gruppi dirigenti”. Che dire? Tutti coloro che vogliono far passare l’assenza del “centralismo democratico”, cioè del principio organizzativo che armonizza la democrazia alla disciplina e che è alla base di ogni partito leninista, come una conquista innovativa ripropongono “cavoli riscaldati” di natura socialdemocratica.
All’interno del PdCI, invece, posso notare, dalla mia prospettiva limitata, che il male maggiore sembra essere quello di un ancora insufficiente lavoro nell’applicazione e nel controllo dell’applicazione della linea politica, di una inattività che coinvolge una parte consistente dei militanti. Questo problema è molto pericoloso; è ancora una volta l’opera di Gramsci a mettere in guardia contro questo male chiamato passività: “Una condizione è specialmente necessaria perché le risoluzioni del congresso non solo siano applicate, ma diano tutti i frutti che esse possono dare: occorre che il partito si mantenga strettamente unito, che nessun germe di disgregazione, di pessimismo, di passività sia lasciato sviluppare nel suo seno. Tutti i compagni sono chiamati a realizzare una tale condizione” (“Cinque anni di vita del partito”, L’Unità, 24 febbraio 1926).
Giorgio Raccichini
